<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss'><id>tag:blogger.com,1999:blog-20730344</id><updated>2009-11-29T05:41:21.885+01:00</updated><title type='text'>Racconti e riflessioni sparse di Logos</title><subtitle type='html'>Un Blog che è una finestra su un mondo che è il mio mondo. Un veicolo con cui narrare ciò che provo, ciò che sento e tutto quello che stimola la mia riflessione.
Spiate pure, osservate pure dall'alto questo mondo lontano, è lì per voi. 
Io sono Logos e sono lieto di accogliervi.</subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://logosnero.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/20730344/posts/default?orderby=updated'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://logosnero.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><link rel='next' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/20730344/posts/default?start-index=26&amp;max-results=25&amp;orderby=updated'/><author><name>Logos</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16949648859334065447</uri><email>noreply@blogger.com</email></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>203</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>25</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-20730344.post-3789186757009031340</id><published>2009-08-17T16:24:00.001+02:00</published><updated>2009-08-17T16:26:27.423+02:00</updated><title type='text'>Il cancello a sud del mondo</title><content type='html'>&lt;div style="styleDocument: [object]" align="justify"&gt;&lt;span style="styleDocument: [object];font-family:verdana;font-size:85%;"  &gt;&lt;strong style="styleDocument: [object]"&gt;&lt;span style="color:#cc33cc;"&gt;IL CANCELLO A SUD DEL MONDO&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il cancello era chiuso. Le inferriate metalliche consumate dal tempo ricordavano serpenti in un’innaturale posa, squamose superfici verticali spinte verso l’alto, possenti tronchi di una foresta allineata, soldati di un esercito ubbidiente e disciplinato. Tra le sbarre nere e melliflue non vi era spazio, horror vacui estremo, persino la luce pareva essere un intruso da tenere lontano, serrato e sbarrato, al di fuori di ciò che vi era oltre il cancello. O da intrappolare, rinchiudere all’interno, affinché non fuggisse via, prigioniera di se stessa oltre le fitte grate.&lt;br /&gt;Qualche rumore, uno scalpiccio di cavalli o di qualche animale simile, un grido soffocato e poi un pianto, di bambino, di nascita. Vi era vita oltrepassato il cancello, aldilà di ogni concepibile possibilità. E di ogni inimmaginabile speranza.&lt;br /&gt;Venne un profumo, uno spiraglio di vento portò con se un aroma sincero, sapore di cibo, di pentoloni ramati ribollenti, di grano, di carne, l’aspro sentore di verdure bollite e di spezie colorate. Oltre il cancello vi era un caldo familiare, una sensazione di domestico abbandono, di languore campestre.&lt;br /&gt;Alzò gli occhi e fissò lassù, in alto, confuse con le poche nuvole grigie, le cime e gli spuntoni acuminati con cui terminavano le sbarre, come se mai qualcuno avesse potuto tentare di arrampicarsi, di scalare il cancello, di passare oltre.&lt;br /&gt;Il cancello era il limite.&lt;br /&gt;L’uomo si voltò e fissò intorno a sé. Vide la terra battuta, le pietre, i radi fuochi che ormai erano poco più che braci rossastre, ciuffi d’erba grigia e morta, suppellettili consumati e riconobbe la sua gente. Scorse fagotti sommersi da unte e rovinate coperte scolorite, ammassi di un’umanità che aveva concluso il viaggio e che ora attendeva. Fece un passo nella direzione del fuoco che aveva lasciato acceso e dove sapeva di poter ritrovare le sue poche cose, un piatto freddo di carne essiccata, una borraccia di acqua putrida e il ricordo di una donna. Non si mosse. Tornò a voltarsi verso il cancello e per la prima volta lo toccò. Strinse con entrambe le mani il metallo nero e ruvido, vi poggiò la fronte, quasi a volerlo venerare e attese in silenzio. Continuò a pregare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Era giunto alle porte del cancello dopo aver attraversato il mare prosciugato. Un’eterna distesa di terriccio secco, fine e polveroso. Vi era stato un mare una volta lì. Lo sapevano dai racconti dei vecchi e dalle conchiglie che incontravano al loro passaggio. Cataste di gusci colorati e frantumati mossi dal vento in piramidi scomposte e pericolanti. Ricordò come all’inizio del cammino i bambini corressero a raccogliere ogni forma di conchiglia per poi scambiarsele, per confrontarle, per svelare il mistero di una mare svanito. Non passò molto che la stanchezza fece dimenticare ai bambini la prima meraviglia e le conchiglie tornarono ad accatastarsi in cumuli senza memoria.&lt;br /&gt;Il cancello sorgeva poco oltre il mare prosciugato, appena dopo un’altura. L’uomo condusse la sua gente su per il pendio e nessuno prestò attenzione alle vettovaglie che cadevano lungo il sentiero e che rotolavano indietro, testarde, riottose ad ogni prosecuzione del viaggio. Lungo il crinale videro tombe, piccoli ammassi di terriccio smosso e una lapide in pietra. Nessun nome vi era inciso, nessuna preghiera, solo un silenzioso sfondo bianco a ricordare parole che non erano mai state pronunciate. Sentì la sua gente chiedersi inquieta di chi fossero le tombe, chi vi giacesse ma lui ignorò la muta richiesta di spiegazioni, così come fece finta di non sentire la propria paura.&lt;br /&gt;Svalicarono una mattina poco dopo l’alba e videro il cancello di fronte a loro. Imponente, nero, massiccio, denso, un’unica pennellata di metallo sullo sfondo azzurro del cielo che si stava illuminando. Un nuovo silenzio calò sulla sua gente, erano sul margine di un nuovo mondo e il loro viaggio era prossimo alla conclusione.&lt;br /&gt;A fianco del cancello, alla sua destra e alla sua sinistra sino alla fine del mondo, vi era il muro di pietra. Un muro che era una montagna, alto sin che la sommità diventava bianca sporca di neve e di freddo, profondo chilometri e chilometri di pietre ordinate, perfettamente cubiche, poggiate l’una sull’altra, l’una di fianco all’altra, ovunque. Pietre a dividere il mondo. Aldiquà del cancello e aldilà del cancello. Nord e sud.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’uomo chiamò a raccolta i vecchi. Ormai erano ben pochi coloro i quali potevano chiamarsi vecchi. Il viaggio, la desolazione, il cammino e soprattutto il luogo da cui provenivano ne avevano ridotto il numero e nella memoria di ognuno di loro vi erano troppi cadaveri.&lt;br /&gt;L’uomo si guardò le mani, un tempo erano chiare, pulite, mani di chi aveva dedicato la vita allo studio e al pensiero, ora le vedeva sporche, callose e scalfite dalla fatica e della vecchiaia che sembrava rincorrerlo troppo veloce.&lt;br /&gt;Parlò con i vecchi. Avevano camminato per un tempo così lungo da non ricordare più neppure il giorno in cui erano partiti. Ma non avevano dimenticato la ragione del loro viaggio, il peregrinare silenzioso tra foreste, lungo fiumi limacciosi e mari deserti di sabbia.&lt;br /&gt;Erano migranti. Migranti da un luogo che avevano chiamato casa ma di cui avevano orrore, terre immonde, consumate da malattie silenziose, da creature fameliche, da popolazioni sanguinarie che avevano saputo adattarsi alla desolazione e alla brutalizzazione della terra. Popolazioni che avevano scelto di rinascere nel sangue e nella ferocia pur di non soccombere, pur di non morire. La sua gente non ne era stata capace e si era nascosta, di rifugio in rifugio lungo una strada disseminata di attacchi e di morti, di urla di uomini e donne catturati che invocavano la morte piuttosto di ciò che li avrebbe attesi. Fuggivano lungo un immaginario itinerario scolpito nella pietra col sangue in attesa della fine, dell’ultimo rifugio e dell’oblio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Decisero di dar ascolto alla leggenda. L’uomo aveva ascoltato l’antica storia un’infinità di volte ma l’aveva sempre creduta un favola per bambini, un idillio immaginato da una mente triste e fantasiosa. Narrava di un oltre, di una terra fertile, di un mondo diverso. Narrava di vita, di famiglie, di bambini, di ricordi piacevoli e persino di amori. Ripensava spesso alla sua donna ascoltando la leggenda e ogni volta si malediva.&lt;br /&gt;I vecchi ripetevano la favola la sera, davanti ai fuochi, dopo la consueta conta dei morti e dei dispersi, forse vi credevano davvero o forse speravano che le loro parole ripetute incessantemente la rendessero vera, reale. Un magico incantesimo.&lt;br /&gt;Narrava la leggenda di un sud lontano, rinchiuso e protetto da un muro alto come montagne e da un cancello nero. Oltre quel limite un’altra vita. Oltre quel limite più nessuna fuga.&lt;br /&gt;Si erano messi in marcia una notte. Non avevano raccolto nulla se non i propri piccoli fagotti, qualche striscia di carne secca, fiaschette d’acqua marrognola e, seguendo una stella, si erano diretti a sud. A sud di ogni sud di cui avevano mai sentito, a sud del mondo conosciuto, a sud di tutto.&lt;br /&gt;Avevano camminato ogni giorno, i vecchi erano morti per strada e i bambini si erano fatti adolescenti, gli adolescenti uomini e amanti e i gli adulti nuovi vecchi. Avevano attraversato terre insepolte, guerre eterne combattute con sassi e bastoni, silenzi da annichilire la mente e rendere pazzi. Avevano proseguito il viaggio inseguendo una favola in cui credere e fuggendo un realtà che non erano più in grado di accettare. Avevano deciso di creder vera una leggenda e ritenere fasulla la loro realtà. Nell’inganno desiderato avevano continuato ad avanzare.&lt;br /&gt;Sino a che un mattino, poco oltre un’altura, era giunti al cancello. Avevano raggiunto la loro leggenda. L’illusione si era fatta reale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’uomo si acquattò al suo freddo focolare e si sommerse sotto una ruvida coperta. Chiuse gli occhi e si addormentò pensando a lei. Sapeva che l’avrebbe sognata di nuovo ma era stanco e non poteva permettersi di restare sveglio. Sperava solo che al mattino non avrebbe ricordato nulla del sogno. Dormì nel silenzio della sua gente che attendeva.&lt;br /&gt;Non fu l’alba a destarlo, neppure il mormorio che si stava diffondendo fra i vari fagotti che nascondevano i pochi uomini e donne che erano arrivati sin lì.&lt;br /&gt;Nell’aria c’era qualcosa di insolito. Prestò attenzione e in un primo momento non gli parve di sentire nulla. Si alzò e si guardò intorno. Ogni cosa era come la ricordava. La strada da cui erano giunti e si inabissava giù dal pendio, il piccolo spiazzo in cui si era accampato il suo popolo, qualche focolare ormai spento e un po’ di disordine qua e là. Si volse verso il cancello, era là, immobile e altezzoso a fissarlo nel suo imponente nero. L’uomo gettò via la coperta che aveva avvolta sulle spalle e si scosse.&lt;br /&gt;Fermo, cercò di capire che cosa l’avesse destato, da dove derivasse la sensazione di allarme che percepiva lungo tutto il corpo. Qualcosa stava accadendo ma non riusciva a comprendere cosa. Tornò a fissare il cancello e finalmente lo vide. Un puntino bianco stava scendendo lungo la parete nera, giù lungo le sbarre possenti e metalliche. L’uomo corse e man mano che avanzava riuscì a cogliere qualche dettaglio in più sino a che, a pochi passi, dal cancello riconobbe il puntino. Era un cesto. Un ampio cesto intessuto veniva fatto calare dalla cima del cancello giù, verso il basso, lentamente. L’uomo vide una corda che scivolava consentendo al cesto di proseguire la lenta marcia. Era ancora molto alto ma l’uomo riuscì a intuirne le dimensioni e si immaginò che dentro quel canopo vi potesse essere un uomo. Forse addirittura due.&lt;br /&gt;Nel frattempo anche la sua gente si era accorta del cesto che veniva fatto calare. Nessuno parlò ma ognuno di loro sapeva cosa stava avvenendo. Chi stavano per incontrare. Erano gli altri. Coloro che abitavano il sud del mondo. Si chiesero se aver paura, o forse esultare nella speranza. Sui chiesero cosa sarebbe stato di loro dopo quel cesto.&lt;br /&gt;L’uomo attese. Il sole si mosse lento nel cielo accorciando le ombre.&lt;br /&gt;La gerla toccò terra con un sobbalzo. Il cesto era intessuto finemente, piccole strisce di stoffa e vimini annodate con pazienza e maestria. Bianco e pulito non era più grande di due braccia e dentro vi era un uomo solo. Un uomo del colore del cancello. Nero. La sua pelle era scura come la notte. Liscia e lucente. Pareva riflettere la luce del sole ormai fisso nel cielo. L’uomo era alto e possente. Ben nutrito. Il viso glabro e i capelli arruffati in riccioli ordinati e simmetrici. Piccole trecce cadevano dalle tempie sulle orecchie. Era vestito di una tunica variopinta disegnata di strani ghirigori colorati e in vita portava una fascia rossa dentro cui erano fissati strani amuleti e un lungo coltello ricurvo. Al polso portava catenine di legno arrotolate che pendevano disordinate e che scuotendosi producevano un suono ovattato, ritmico.&lt;br /&gt;L’uomo nero stringeva tra le dita una lunga lancia acuminata, modello in piccolo delle sbarre del cancello.&lt;br /&gt;Scavalcò il bordo del cesto e mise piede a terra. Portava dei sandali bassi allacciati sulle caviglie.&lt;br /&gt;Piantò la lancia nel terriccio molle della spianata facendola penetrare per ben una spanna e restò in silenzio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ai margini della spianata gli uomini e le donne stavano indietro cercando un inutile rifugio avvolti nelle coperte bisunte, mentre i vecchi e i bambini, un po’ più spavaldi, fecero un passo avanti per osservare. L’uomo nero, l’uomo del sud che era stato calato dalla cima del cancello, era là, in piedi, alle sue spalle il cancello come a sostenerlo, sorreggerlo maestoso con l’imponenza del metallo.&lt;br /&gt;Di fronte all’uomo nero il loro capo, l’uomo che lì li aveva condotti. Vestito di stracci stracciati, il corpo gobbo per la fatica e la fame, la pelle pallida, bianca, cadaverica dipinta su un corpo scheletrico, ossa in rilievo su membra deboli e senza vigore. Gli occhi azzurri, acquosi, diluiti in fiumi di lacrime versati nel ricordo di una donna, la barba bionda sporca e appesantita da insetti e parassiti, i capelli fulvi, arruffati, annodati fra loro in naturali trecce di sporcizia. Lo videro alzare la mano, le dita lunghe e nodose, le unghie nere e malate. Il più antico segno di pace.&lt;br /&gt;L’uomo del sud restò immobile. Osservò l’uomo pallido che aveva di fronte e la gente nascosta dalle grigie coperte al margine della radura.&lt;br /&gt;Tornò a fissare l’uomo bianco che gli stava di fronte. Socchiuse gli occhi neri per cercare di cogliere qualche dettaglio che non era riuscito a scorgere al primo sguardo. Poi si scosse.&lt;br /&gt;Senza fretta afferrò la lancia acuminata e la sfilò dal terreno, fece come per muoversi ma restò fermo ancora per un momento. Poi tornò a scavalcare il bordo del cesto e vi risalì. Afferrò la corda che lo legava alla cima del cancello e le diede due possenti strattoni. Subito dopo la corda si tese con uno scrocchio e il cesto si mosse. Risaliva.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’uomo nero non smise mai di guardare negli occhi pallidi e diluiti l’uomo bianco. Lo vide immobile osservare il cesto che cominciava a salire. Indifferente. Si chiese se avesse compreso la sua sorte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il cesto si era appena staccato da terra, un palmo o forse più, guardò l’uomo del sud che lo osservava tenendo stretta la lancia. Lo fissava dritto negli occhi e nel suo sguardo nero non vi era nulla. L’uomo bianco seppe che il viaggio era finito. E che era stato inutile.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;/span&gt;&lt;div style="styleDocument: [object]" align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;"&gt;Logos&lt;br /&gt;&lt;/span&gt; &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/20730344-3789186757009031340?l=logosnero.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://logosnero.blogspot.com/feeds/3789186757009031340/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='https://www.blogger.com/comment.g?blogID=20730344&amp;postID=3789186757009031340&amp;isPopup=true' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/20730344/posts/default/3789186757009031340'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/20730344/posts/default/3789186757009031340'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://logosnero.blogspot.com/2009/08/il-cancello-sud-del-mondo.html' title='Il cancello a sud del mondo'/><author><name>Logos</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16949648859334065447</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='12611828999184513050'/></author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-20730344.post-417216022937027861</id><published>2009-08-10T15:53:00.000+02:00</published><updated>2009-08-10T15:54:43.629+02:00</updated><title type='text'>Sono sull’orlo di un viaggio</title><content type='html'>&lt;div style="styleDocument: [object]"&gt;&lt;span style="styleDocument: [object];font-family:verdana;font-size:85%;"  &gt;&lt;strong style="styleDocument: [object]"&gt;&lt;span style="color:#cc33cc;"&gt;Sono sull’orlo di un viaggio&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Se e quando il tempo smetterà di correre&lt;br /&gt;Io deciderò di fermarmi e un poco aspetterò.&lt;br /&gt;Non ho nulla da dire né tanto meno da fare,&lt;br /&gt;Cammino e tra città vago andando&lt;br /&gt;E girovagando, oscillando in strade&lt;br /&gt;E piccole piazze vive della mia&lt;br /&gt;Immaginosa memoria. Altri tempi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un camion scorre, lo sento rullare sul pendio&lt;br /&gt;Si disperde oltre e non ne resta traccia nel paesaggio.&lt;br /&gt;Foglie, sembrano esserci foglie ovunque,&lt;br /&gt;verdi, marce, marroni, putrescenti e vive,&lt;br /&gt;un vento si insinua e canta una storia che non conosco&lt;br /&gt;altri linguaggi, altre guerre. Tempi che non mi appartengono.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una collina, vedo beduini urlanti vociare tra spari nel cielo&lt;br /&gt;E grida bellicose. Sono solo nel deserto.&lt;br /&gt;Non scorgo più nemmeno la base del campo, l’edificio&lt;br /&gt;Rosso e circondato da tappeti di preghiera. Acqua fresca.&lt;br /&gt;Questo è un ricordo di un’altra mia vita?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ho nel naso un odore e sulla lingua un sapore&lt;br /&gt;Negli occhi un colore e nelle orecchie una voce.&lt;br /&gt;Sulle mani ancora impressa la forma.&lt;br /&gt;E la sensazione. Sono un’esperienza vissuta,&lt;br /&gt;un Erlebnis. Frantumati momenti, hic et nunc,&lt;br /&gt;amalgama di un qui ed ora perfetto.&lt;br /&gt;Io sono quel momento?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un valzer nell’aria, scivola il fiume limaccioso&lt;br /&gt;lungo un intero continente, e non sono solo.&lt;br /&gt;Ragazzo, neppure un giovane uomo assaporo una diversa esistenza&lt;br /&gt;Un’altra vita, un barlume di appartenenza e forse di speranza.&lt;br /&gt;La mia felicità. Perla dentro uno scrigno inespugnabile,&lt;br /&gt;trasparente ai miei occhi e al mio dolore.&lt;br /&gt;Ricordi. Un vita antica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Opalescenti, diafane e ombrate, frammenti di memoria&lt;br /&gt;Diverse esistenze di una comune biografia.&lt;br /&gt;Sono sull’orlo di un viaggio, oceano blu, freddo&lt;br /&gt;E guerre civili di anacronistici conflitti fra religioni.&lt;br /&gt;Il selciato del Gigante mi aspetta, oltre lo stretto braccio di mare&lt;br /&gt;E le piazze affollate mi accolgono e non posso far altro&lt;br /&gt;Che andare e camminare e parlare al mio silenzio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Io sono là, ad attendermi come la Morte a Samarcanda.&lt;br /&gt;Ora in quel caffè, o forse sul quel ponte, magari sotto quel monumento&lt;br /&gt;Nella mappa della città io esisto e nel suo srotolarsi come un canone antico,&lt;br /&gt;segreto linguaggio di una sconosciuta scrittura, io vivo. Io sono lo scriba&lt;br /&gt;e traccio il segno lungo le vie, i vicoli e i viottoli.&lt;br /&gt;Ad ogni passo il mio nome. Ovunque il mio nome.&lt;br /&gt;Nella città leggerò il mio nome.&lt;br /&gt;La città, il mio nome.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Là in fondo non c’è nulla. Non smetterò di dare giudizio a me stesso&lt;br /&gt;E, ascolto Eliot, dirmi che le chiavi della prigione sono nelle mie dita.&lt;br /&gt;Guardo il palmo, è vuoto e come un abisso mi fissa.&lt;br /&gt;Resterò qui, curioso, a  camminare su e giù dal crinale&lt;br /&gt;Sino a che il tempo si fermerà e io potrò aspettare.&lt;br /&gt;Sdraiato, seduto o in piedi. Attenderò.&lt;br /&gt;Prima o poi il tempo avrà fine.&lt;br /&gt;E il mio nome si cancellerà come tutte le vite che ho vissuto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Buon viaggio.&lt;/span&gt; &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/20730344-417216022937027861?l=logosnero.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://logosnero.blogspot.com/feeds/417216022937027861/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='https://www.blogger.com/comment.g?blogID=20730344&amp;postID=417216022937027861&amp;isPopup=true' title='5 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/20730344/posts/default/417216022937027861'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/20730344/posts/default/417216022937027861'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://logosnero.blogspot.com/2009/08/sono-sullorlo-di-un-viaggio.html' title='Sono sull’orlo di un viaggio'/><author><name>Logos</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16949648859334065447</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='12611828999184513050'/></author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>5</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-20730344.post-7487235508813726152</id><published>2009-07-28T09:59:00.002+02:00</published><updated>2009-07-28T10:03:18.625+02:00</updated><title type='text'>Avanguardie Futuro Oscuro</title><content type='html'>&lt;a href="http://2.bp.blogspot.com/_7dQt7VtylVI/Sm6v-UgQuzI/AAAAAAAAACA/-5yn01l9wJs/s1600-h/6be734ff58d93581cbfd489045d1345e_medium.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5363417691435612978" style="DISPLAY: block; 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&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;color:#cc33cc;"&gt;&lt;strong&gt;AFO&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;color:#cc33cc;"&gt;&lt;strong&gt;Avanguardie Futuro Oscuro&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/20730344-7487235508813726152?l=logosnero.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://logosnero.blogspot.com/feeds/7487235508813726152/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='https://www.blogger.com/comment.g?blogID=20730344&amp;postID=7487235508813726152&amp;isPopup=true' title='6 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/20730344/posts/default/7487235508813726152'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/20730344/posts/default/7487235508813726152'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://logosnero.blogspot.com/2009/07/avanguardie-futuro-oscuro.html' title='Avanguardie Futuro Oscuro'/><author><name>Logos</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16949648859334065447</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='12611828999184513050'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_7dQt7VtylVI/Sm6v-UgQuzI/AAAAAAAAACA/-5yn01l9wJs/s72-c/6be734ff58d93581cbfd489045d1345e_medium.jpg' height='72' width='72'/><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>6</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-20730344.post-4963759697112356770</id><published>2009-07-17T17:27:00.001+02:00</published><updated>2009-07-19T00:06:55.257+02:00</updated><title type='text'>Ermetica Ermeneutica IV</title><content type='html'>&lt;div style="styleDocument: [object]" align="justify"&gt;&lt;span style="styleDocument: [object];font-family:verdana;font-size:85%;"  &gt;&lt;strong style="styleDocument: [object]"&gt;&lt;span style="styleDocument: [object];color:#cc33cc;" &gt;Ermetica Ermeneutica IV: &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="styleDocument: [object]" align="justify"&gt;&lt;span style="styleDocument: [object];font-family:verdana;font-size:85%;"  &gt;&lt;strong style="styleDocument: [object]"&gt;&lt;span style="color:#cc33cc;"&gt;Il ruolo della Memoria Culturale nell’ontologia del post-soggetto-agente: la riflessione di Giampiero Neri&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Prosegue con questa quarta iterazione della nostra Ermetica Ermeneutica l’indagine delle peculiarità letterarie e filosofiche del Connettivismo. Due sono gli ambiti su cui queste pagine stanno tentando di far luce, due aspetti che fra loro non possono essere separati ma si alimentano reciprocamente in un costante gioco di riferimenti e rimandi. Alla base della riflessione di questa rubrica vi sono, da un lato, il “dire” il Connettivismo e, dall’altro, il “fare” Connettivismo. Ovvero da un lato si è voluto indagare il Connettivismo come una corrente letteraria soffermandoci sulle sue specificità espressive, stilistiche, sulle cifre narrative, cercando lentamente di far emergere la poetica di un Movimento che vuole (e che ha) una precisa connotazione all’interno del panorama letterario italiano. Dall’altro lato l’obiettivo è di natura differente, fatti salvi e dati in un certo qual modo per scontati i canoni espressivi del Movimento, si è voluto sprofondare all’interno dei suoi contenuti, dentro il suo farsi, per cercare di portarne all’emersione la filosofia, i principi primi, i “quanti” riflessivi e memetici comuni agli autori connettivisti. Temo che costituiscono la base di senso condivisa su cui si innestano e implementano le differenti sensibilità espressive dei singoli esponenti.&lt;br /&gt;Il “dire” e il “fare” del Connettivismo, due aspetti di una medesima medaglia, due lati di un gioco geometrico che li lega indissolubilmente e che fa sì che entrambi siano subordinati all’altro, in un ricorsivo meccanismo di giustificazione.&lt;br /&gt;Il “dire” senza il fare sarebbe sterile parola, il “fare” senza il dire sarebbe infecondo silenzio.&lt;br /&gt;Torneremo nelle prossime “Ermetiche Ermeneutiche” ad indagare il “dire” del Connettivismo, crediamo, infatti, che si sia prossimi a giungere ad un punto in cui sarà necessario sedersi e comprendere se e quanto il Connettivismo sia riuscito a trovare le parole (nei racconti, nel testo poetico, nelle ulteriori forme espressive) per esprimere in modo efficace (e nel farlo, comunicarlo) il proprio costitutivo mood emozionale, la sensibilità e il sentire (comune a tutti gli autori del Movimento sebbene profonde siano le distante epistemologhe fra uno e l’altro) che connatura silenziosamente e misteriosamente il Connettivismo.&lt;br /&gt;Chi scrive crede che ad oggi il Connettivismo sia ancora caratterizzato da una maggiore propensione sul “fare” che non tanto sul “dire”, come se non si fosse ancora pienamente riusciti ad esprimere quei contenuti, quelle sensibilità che ogni connettivista conosce ma che fatica (quasi le avesse sulla punta della lingua) ad esprimere. Vi sono contenuti, vi è una forza magmatica che non si esaurisce e che anzi gorgheggia impetuosa ma non si è ancora stati in grado di veicolarla pienamente in una forma espressiva (il “dire”) sufficientemente efficace.&lt;br /&gt;Torneremo su questo punto nelle prossime edizioni della nostra Ermetica Ermeneutica, fiduciosi che quel guardarsi allo specchio possa costituire un interessante spunto per riflessioni ulteriori.&lt;br /&gt;Proseguendo, invece, lungo la direttrice di questa Ermetica Ermeneutica occorre precisare che le pagine che seguiranno saranno rivolte all’indagine sul “fare” del Connettivismo, e, in particolare, su uno dei suoi elementi costitutivi più forti, più noti e caratterizzanti. Un tema su cui molto si è scritto e tanto dibattuto e sul quale noi vogliamo soffermarci in una prospettiva leggermente differente dal consueto e senza volerci addentrare in tecnicismi nozionistici che non ci competono e sui quali non abbiamo sufficienti nozioni chiarificatrici.&lt;br /&gt;Indagheremo questo “oggetto” del Connettivismo grazie alla lettura di un poeta italiano che ci permetterà di maturare un punto di vista completamente nuovo e inaspettato e, attraverso questo, potremo così “rivedere” l’oggetto da un’angolazione differente e cogliere nuovi significati.&lt;br /&gt;L’elemento di contenuto a cui vogliamo dedicare queste pagine è il tema dell’Uomo, o meglio il tema del “chi\che cosa sarà dopo l’Uomo”. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/20730344-4963759697112356770?l=logosnero.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://logosnero.blogspot.com/feeds/4963759697112356770/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='https://www.blogger.com/comment.g?blogID=20730344&amp;postID=4963759697112356770&amp;isPopup=true' title='4 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/20730344/posts/default/4963759697112356770'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/20730344/posts/default/4963759697112356770'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://logosnero.blogspot.com/2009/07/ermetica-ermeneutica-iv.html' title='Ermetica Ermeneutica IV'/><author><name>Logos</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16949648859334065447</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='12611828999184513050'/></author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>4</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-20730344.post-8616826263893177705</id><published>2009-07-06T12:07:00.000+02:00</published><updated>2009-07-06T12:10:00.102+02:00</updated><title type='text'>Tramanda il nome</title><content type='html'>&lt;div align="center"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#cc33cc;"&gt;Tramanda il nome&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;"&gt;Non resterà ricordo&lt;br /&gt;Il nome si spegnerà &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;"&gt;Se forse non lo è già. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;"&gt;E non sarò neppure esistito. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;&lt;span style="font-family:Verdana;font-size:85%;"&gt;&lt;/span&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;"&gt;Salva il nome. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;"&gt;Incidilo ovunque. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;"&gt;Nella roccia. Nella pagina. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;"&gt;Nel tempo e se puoi pure nello spazio. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;"&gt;Ma non lasciarlo In alcuna altra memoria &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;"&gt;Basta un soffio, un nuovo vento &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;"&gt;E sabbia si cancella. Il nome. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;&lt;span style="font-family:Verdana;font-size:85%;"&gt;&lt;/span&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;"&gt;Artista polacco e un poco francese &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;"&gt;Non ti ho dimenticato &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;"&gt;Miriadi di nomi, &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;"&gt;Tramanda il mio nome. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;&lt;span style="font-family:Verdana;font-size:85%;"&gt;&lt;/span&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;"&gt;Avanti a me, passata la vita&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;"&gt; Generazioni Io sono vivo &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;"&gt;Per sempre. &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;"&gt;Il mio nome.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;"&gt; &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;"&gt;Io lo conosco &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;"&gt;Tu lo ricordi? &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;"&gt;Qual è il tuo nome? &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;&lt;span style="font-family:Verdana;font-size:85%;"&gt;&lt;/span&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;"&gt;Tu esisti?&lt;/span&gt; &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/20730344-8616826263893177705?l=logosnero.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://logosnero.blogspot.com/feeds/8616826263893177705/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='https://www.blogger.com/comment.g?blogID=20730344&amp;postID=8616826263893177705&amp;isPopup=true' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/20730344/posts/default/8616826263893177705'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/20730344/posts/default/8616826263893177705'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://logosnero.blogspot.com/2009/07/tramanda-il-nome.html' title='Tramanda il nome'/><author><name>Logos</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16949648859334065447</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='12611828999184513050'/></author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-20730344.post-7099948546461707689</id><published>2009-07-01T14:53:00.003+02:00</published><updated>2009-07-06T12:07:35.154+02:00</updated><title type='text'>Ti racconterò una storia</title><content type='html'>&lt;div align="center"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#cc33cc;"&gt;Ti racconterò una storia&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Chiudi gli occhi,&lt;br /&gt;ascolta il silenzio&lt;br /&gt;immagina il mare&lt;br /&gt;e la risacca lontana.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Qualche ranocchia&lt;br /&gt;Canticchia più in là;&lt;br /&gt;E’ una sera pigra&lt;br /&gt;che mai par voler cascare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Siedi, fatti comoda&lt;br /&gt;La loggia è sicura&lt;br /&gt;Qui non piove&lt;br /&gt;Non vi sono riflessi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Vorrei raccontarti una storia&lt;br /&gt;Che non ha né inizio né coda&lt;br /&gt;Ma è solo un pensiero&lt;br /&gt;Strano che s’annoda.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una nota ci raggiunge&lt;br /&gt;Una mazurca.&lt;br /&gt;La balera è là in fondo&lt;br /&gt;La ricordi?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nascondo un segreto&lt;br /&gt;Ma anche tu hai un mistero&lt;br /&gt;E insieme abbiamo&lt;br /&gt;Un poco paura.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ti racconterò una storia&lt;br /&gt;È breve, non temere.&lt;br /&gt;Inizia con un passo&lt;br /&gt;E uno specchio con la pistola.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Già la conosci?&lt;br /&gt;Hai incontrato anche tu il buon Stetson?&lt;br /&gt;Dimmi il tuo segreto allora&lt;br /&gt;Narrami del ponte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ti racconterò la mia storia&lt;br /&gt;Ma forse già la immagini.&lt;br /&gt;E’ il mio nome, il pozzo profondo&lt;br /&gt;E il Baltico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Silenzio,&lt;br /&gt;Non parlare&lt;br /&gt;Lascia che siano le rane a cantare&lt;br /&gt;E la musica suonare. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;"&gt;&lt;p align="center"&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#cc33cc;"&gt;&lt;strong&gt;Poesia folle&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Che poesia folle.&lt;br /&gt;Dice il silenzio.&lt;br /&gt;Con qualche parola.&lt;br /&gt;Ma io sono stanco&lt;br /&gt;E credo all’inganno.&lt;br /&gt;Ascolto il silenzio.&lt;br /&gt;In queste parole.&lt;/span&gt; &lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/20730344-7099948546461707689?l=logosnero.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://logosnero.blogspot.com/feeds/7099948546461707689/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='https://www.blogger.com/comment.g?blogID=20730344&amp;postID=7099948546461707689&amp;isPopup=true' title='4 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/20730344/posts/default/7099948546461707689'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/20730344/posts/default/7099948546461707689'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://logosnero.blogspot.com/2009/07/ti-raccontero-una-storia.html' title='Ti racconterò una storia'/><author><name>Logos</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16949648859334065447</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='12611828999184513050'/></author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>4</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-20730344.post-4422470878851413079</id><published>2009-06-30T09:41:00.002+02:00</published><updated>2009-06-30T09:43:42.391+02:00</updated><title type='text'>Tre note, Zing Zang Zung</title><content type='html'>&lt;div align="center"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#cc33cc;"&gt;Tre note, Zing Zang Zung&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tre note,&lt;br /&gt;Zing, zang, zung&lt;br /&gt;Inizio di secolo&lt;br /&gt;Futuristi e capitani d’impresa&lt;br /&gt;Donne incappellate&lt;br /&gt;E sale da ballo&lt;br /&gt;Musica e vino.&lt;br /&gt;Zing, zang, zung&lt;br /&gt;La guerra era lontana&lt;br /&gt;E veloci automobili&lt;br /&gt;Che non erano ancora d’epoca&lt;br /&gt;Zigzagavano fra carretti e cavallini.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Risa, nitriti e schiamazzi&lt;br /&gt;Rumori del giorno,&lt;br /&gt;Si annunciava il futuro&lt;br /&gt;Che pareva incombere&lt;br /&gt;Oltre quell’angolo.&lt;br /&gt;Proprio là.&lt;br /&gt;Zing, zang, zung&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ti tenevo stretta&lt;br /&gt;Persino troppo per la moda&lt;br /&gt;E il pudore dell’epoca&lt;br /&gt;E ballavo con te&lt;br /&gt;Sulle tre note&lt;br /&gt;Zing, zang, zung&lt;br /&gt;Vorticavo e ogni cosa si confondeva&lt;br /&gt;Nella tavolozza di colori&lt;br /&gt;Di un surreale quadro impressionista.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Zing, zang, zung.&lt;br /&gt;Tu sorridevi&lt;br /&gt;Celando il mistero.&lt;br /&gt;Eri bella, le scarpe rosse, i capelli neri&lt;br /&gt;E il tuo odore di donna.&lt;br /&gt;Non sapevamo che il giorno dopo sarebbe arrivato&lt;br /&gt;Ma non sarebbe cambiato nulla.&lt;br /&gt;Io e te.&lt;br /&gt;Tre note.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Zing Zang Zung.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:78%;"&gt;&lt;em&gt;(Dedicata)&lt;/em&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/20730344-4422470878851413079?l=logosnero.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://logosnero.blogspot.com/feeds/4422470878851413079/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='https://www.blogger.com/comment.g?blogID=20730344&amp;postID=4422470878851413079&amp;isPopup=true' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/20730344/posts/default/4422470878851413079'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/20730344/posts/default/4422470878851413079'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://logosnero.blogspot.com/2009/06/tre-note-zing-zang-zung-tre-note-zing.html' title='Tre note, Zing Zang Zung'/><author><name>Logos</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16949648859334065447</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='12611828999184513050'/></author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-20730344.post-30016640035466939</id><published>2009-06-30T09:39:00.000+02:00</published><updated>2009-06-30T09:41:00.803+02:00</updated><title type='text'>La morte di Napoleone ed altre poesie.</title><content type='html'>&lt;div align="center"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#cc33cc;"&gt;Pioggia&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Gatto nero,&lt;br /&gt;Biscia sul ciglio,&lt;br /&gt;foglie cadute&lt;br /&gt;e scure&lt;br /&gt;terriccio bagnato&lt;br /&gt;e qualche impronta&lt;br /&gt;oltre la bava&lt;br /&gt;di una lumaca&lt;br /&gt;argentata.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una sera d’estate&lt;br /&gt;In un paese dimenticato&lt;br /&gt;Dopo il consueto&lt;br /&gt;Acquazzone&lt;br /&gt;inaspettato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cammino sul rivo&lt;br /&gt;Di una marciapiede deserto&lt;br /&gt;Fatto di asfalto e altri detriti;&lt;br /&gt;Dopo la pioggia piccole pozze,&lt;br /&gt;Nubi pesanti cadute a terra.&lt;br /&gt;ascolto lo sciabordare di un rivo&lt;br /&gt;vicino.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Silenzio,&lt;br /&gt;lumini di un alone rossastro,&lt;br /&gt;costeggio un cimitero di campagna&lt;br /&gt;e non sento neppure il gufo&lt;br /&gt;pregare.&lt;br /&gt;Bisbiglio una parola&lt;br /&gt;Ma io non sono il viandante&lt;br /&gt;E nessuna invocazione da raccontare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In fondo le luci sintetiche,&lt;br /&gt;La città dorme e io ho paura.&lt;br /&gt;La notte è calata e non resta più tempo&lt;br /&gt;Se non quello dell’andare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il fiumicciatolo pare gorgogliare più forte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#cc33cc;"&gt;La morte di Napoleone&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dov’ero quando è morto Napoleone?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Chiudo gli occhi e cerco di ricordare.&lt;br /&gt;Vedo il Baltico e una grigia città marittima&lt;br /&gt;Fredda e viva di chiassose voci di un’estate anticipata.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Camminavo lungo la spiaggia schivando bambini biondi&lt;br /&gt;E matrone urlanti.&lt;br /&gt;Il Baltico era in silenzio. Forse già sapeva.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Era morto l’Imperatore e a nessuno pareva importarne.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tolsi il cappello dalle falde larghe e mi venne in mente il cammello&lt;br /&gt;E quello strano canadese dai pantaloni a righe.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Avevo già smesso di fumare ma mi accesi la pipa,&lt;br /&gt;il faro era spento e nel cielo non vi erano nubi,&lt;br /&gt;il vento non trasportava alcuna notizia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un campanile suonò alcuni rintocchi,&lt;br /&gt;la corriera per Lubecca sarebbe partita di lì a poco&lt;br /&gt;e io mi incamminai.&lt;br /&gt;Forse in città qualcuno avrebbe ricordato&lt;br /&gt;La morte di Napoleone.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#cc33cc;"&gt;Senza titolo&lt;br /&gt;&lt;em&gt;(Per ricordare)&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Tra gente di mille paesi&lt;br /&gt;Fuggiti e rifugiati&lt;br /&gt;Tra il chiasso di musiche&lt;br /&gt;Assordanti e scordate&lt;br /&gt;Ti ascolto parlare&lt;br /&gt;E mi sembra di leggere il segreto&lt;br /&gt;Che nascondi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sbaglio le mie parole:&lt;br /&gt;non ho mai imparato&lt;br /&gt;Il linguaggio degli umani&lt;br /&gt;E ancora vado cercando&lt;br /&gt;Un’identica aliena.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Avevo smesso persino di scrivere&lt;br /&gt;Queste lacrimevoli parole&lt;br /&gt;Ma nel silenzio della mia solitudine&lt;br /&gt;A chi importa se ancora&lt;br /&gt;Insanamente&lt;br /&gt;Io spero?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cantano in questa stanza ora,&lt;br /&gt;voci e note di un altro secolo&lt;br /&gt;e ricordo il tuo volto,&lt;br /&gt;Quale il tuo mistero?.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sorrido,&lt;br /&gt;mi accorgo di quanto sono ridicolo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#cc33cc;"&gt;Donna&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Scarpe rosse,&lt;br /&gt;piedi nudi&lt;br /&gt;terra bagnata&lt;br /&gt;Vento&lt;br /&gt;Uno strano odore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Donna.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#cc33cc;"&gt;&lt;strong&gt;Era il giorno prima&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il giorno prima&lt;br /&gt;Alcuni uomini sedevano sulla panchina&lt;br /&gt;Nella piazza della città a bere e fumare.&lt;br /&gt;Le donne con un berretto colorato&lt;br /&gt;Ciarlavano nel vento e il mare brontolava&lt;br /&gt;Placido.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Era il giorno prima.&lt;br /&gt;Ogni cosa continuava come era sempre continuata&lt;br /&gt;Bambini sulla spiaggia,&lt;br /&gt;tavole imbandite&lt;br /&gt;dolori e speranze&lt;br /&gt;e il piccolo campanile&lt;br /&gt;che scandiva le ore&lt;br /&gt;Che mancavano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Era il giorno prima&lt;br /&gt;E tutto era certo,&lt;br /&gt;noiosamente identico&lt;br /&gt;Rassicurante ripetizione&lt;br /&gt;del quotidiano.&lt;br /&gt;Ognuno era al sicuro&lt;br /&gt;nel giorno prima&lt;br /&gt;che quieto scorreva.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Apro gli occhi.&lt;br /&gt;Il mio giorno prima è stato tanto tempo fa.&lt;br /&gt;Forse Napoleone era ancora vivo.&lt;br /&gt;O forse mi confondo.&lt;br /&gt;Ma il giorno prima è finito&lt;br /&gt;E tutto ciò che è accaduto&lt;br /&gt;Non è neppure esistito&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Era il giorno prima.&lt;br /&gt;Io ricordo&lt;br /&gt;Ogni minuto&lt;br /&gt;Di quel tempo&lt;br /&gt;Che pareva essere&lt;br /&gt;Eterno.&lt;br /&gt; &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/20730344-30016640035466939?l=logosnero.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://logosnero.blogspot.com/feeds/30016640035466939/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='https://www.blogger.com/comment.g?blogID=20730344&amp;postID=30016640035466939&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/20730344/posts/default/30016640035466939'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/20730344/posts/default/30016640035466939'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://logosnero.blogspot.com/2009/06/la-morte-di-napoleone-ed-altre-poesie.html' title='La morte di Napoleone ed altre poesie.'/><author><name>Logos</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16949648859334065447</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='12611828999184513050'/></author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-20730344.post-1515490426798654930</id><published>2009-06-08T11:33:00.002+02:00</published><updated>2009-06-08T11:37:09.390+02:00</updated><title type='text'>Oscillano i binari</title><content type='html'>&lt;div align="center"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#cc33cc;"&gt;Oscillano i binari&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Leggile la mente&lt;br /&gt;E la durata&lt;br /&gt;Che non è il tempo&lt;br /&gt;Ma il quotidiano&lt;br /&gt;Immobile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ascolte le sue parole&lt;br /&gt;E la verità che non è&lt;br /&gt;Di ciò che accade&lt;br /&gt;Ma un’ulteriore&lt;br /&gt;Narrazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Osservala&lt;br /&gt;E spalanca gli occhi&lt;br /&gt;Sino a farli lacrimare&lt;br /&gt;Guarda il mondo&lt;br /&gt;Si deforma&lt;br /&gt;E l’inganno di svela.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Oscillano i binari.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#cc33cc;"&gt;&lt;strong&gt;Forme di vita&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#cc33cc;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;div align="center"&gt;Era venuto fuori che sul pianeta&lt;br /&gt;Non vi erano forme di vita&lt;br /&gt;Complesse.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Di chi era quell’orma, allora?&lt;br /&gt;Udì un grido oltre il casco.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Forse solo l’eco&lt;br /&gt;Dei morti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#cc33cc;"&gt;Sussurro il mio nome&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Silenzio&lt;br /&gt;Ancora silenzio&lt;br /&gt;E densa cade una neve&lt;br /&gt;Fitta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Vedo le lapidi imbiancarsi&lt;br /&gt;I nomi si cancellano&lt;br /&gt;E neppure del suono&lt;br /&gt;Resta memoria.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sussurro il mio nome.&lt;br /&gt;Mi salvo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#cc33cc;"&gt;&lt;strong&gt;Il mio nome, vi prego&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt; La fila ordinata si era distesa&lt;br /&gt;E immobili le figure&lt;br /&gt;Ondeggiavano come in un’antica&lt;br /&gt;Preghiera di lacrime&lt;br /&gt;E pianti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’ufficio là in fondo era burocraticamente&lt;br /&gt;Inefficiente, lenti&lt;br /&gt;Impiegati senza volto&lt;br /&gt;Ritiravano la muta richiesta&lt;br /&gt;E imprimevano&lt;br /&gt;Sigilli sbavati&lt;br /&gt;Su pagine sgualcite.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Osservavo il mio foglio&lt;br /&gt;Giallo e consunto&lt;br /&gt;Lo stesso di molte altre attese&lt;br /&gt;In altre uffici&lt;br /&gt;Poche parole&lt;br /&gt;In silenziosa invocazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il mio nome, vi prego,&lt;br /&gt;il mio nome.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#cc33cc;"&gt;La fine&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;Due fermate&lt;br /&gt;Una linea gialla&lt;br /&gt;Il rumore&lt;br /&gt;Il verde&lt;br /&gt;Il treno&lt;br /&gt;La matita&lt;br /&gt;Ho aperto un libro&lt;br /&gt;Dallo scaffale tra la polvere&lt;br /&gt;Una pagina a caso&lt;br /&gt;Sto leggendo una poesia&lt;br /&gt;Questa poesia.&lt;br /&gt;Scrittore\lettore,&lt;br /&gt;Ascoltati dirti&lt;br /&gt;La fine.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#cc33cc;"&gt;RIP&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Pace all’anima mia,&lt;br /&gt;ovunque essa sia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#cc33cc;"&gt;Oclocrazia&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Scivolo,&lt;br /&gt;e precipito dal pendio&lt;br /&gt;domani si vota&lt;br /&gt;la Gobba sta arrivando&lt;br /&gt;e un poco la geografia si fa poesia&lt;br /&gt;ma mai la geometria&lt;br /&gt;Pascal e percentuali.&lt;br /&gt;Oclocrazia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#cc33cc;"&gt;&lt;strong&gt;Neri&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Neri,&lt;br /&gt;giù in fondo ci sono frammenti neri&lt;br /&gt;macchie di memoria,&lt;br /&gt;mimetico manto&lt;br /&gt;di una memetica leggenda:&lt;br /&gt;Biologia. &lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="center"&gt;                                     Senso,                                      &lt;br /&gt;facile il senso così si disvela&lt;br /&gt;e non vi è altrove da cercare&lt;br /&gt;nessuna poesia e neppure prosa&lt;br /&gt;ma un’identica ultima&lt;br /&gt;crudeltà.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Vita,&lt;br /&gt;carnosa, umidiccia&lt;br /&gt;viscida e liquorosa&lt;br /&gt;e nell’aria quello strano&lt;br /&gt;profumo&lt;br /&gt;fiore di morte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#cc33cc;"&gt;&lt;strong&gt;L’orrido&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;L’orrido non si nasconde&lt;br /&gt;Nessun velo&lt;br /&gt;L’orrido non esiste&lt;br /&gt;Il male non è caratteristica etica&lt;br /&gt;Semmai ontologica&lt;br /&gt;O forse basterebbe dire&lt;br /&gt;Biologica.&lt;br /&gt;Nessun comportamento&lt;br /&gt;Di un corpo vivente&lt;br /&gt;Può dirsi buono&lt;br /&gt;Perché ciò che esiste&lt;br /&gt;Vivente e mortale&lt;br /&gt;È male.&lt;br /&gt;In quanto tale,&lt;br /&gt;senza accenti&lt;br /&gt;etici o morali.&lt;br /&gt;La vita si dà nello sterminio&lt;br /&gt;E l’abominio si osserva gaudente.&lt;br /&gt;Forse l’ascesi,&lt;br /&gt;ma non credo&lt;br /&gt;solo la morte&lt;br /&gt;ma in realtà ciò che resta&lt;br /&gt;è solo concime.&lt;br /&gt;Altra vita.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#cc33cc;"&gt;&lt;strong&gt;La morte sorrideva in attesa&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;L’uomo con il cappello&lt;br /&gt;Fece due passi e guardò oltre il vetro.&lt;br /&gt;Pioveva e scie veloci solcavano il piccolo oblò.&lt;br /&gt;Tutto era confuso&lt;br /&gt;Nel diluvio che pareva eterno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il corvo era sparito&lt;br /&gt;E della colomba non si avevano tracce.&lt;br /&gt;Rumori e scricchiolii del legno&lt;br /&gt;Una tigre sbranava una povera bestia&lt;br /&gt;E un bacillo danzava nell’aria.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Poi un grido&lt;br /&gt;E un altro ancora.&lt;br /&gt;L’uomo si voltò di colpo&lt;br /&gt;Quasi sorpreso&lt;br /&gt;TERRA!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Terra. Urlavano Terra.&lt;br /&gt;La colomba era tornata&lt;br /&gt;Un rametto nel becco.&lt;br /&gt;Un ulivo forse.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tra le onde una macchia&lt;br /&gt;Scura e un poco verde.&lt;br /&gt;L’uomo col cappello era sul ponte.&lt;br /&gt;Era arrivato.&lt;br /&gt;Non aveva mancato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alzò il braccio e lo mosse&lt;br /&gt;Come a salutarla.&lt;br /&gt;Non lo sapeva&lt;br /&gt;Ma sulla riva fangosa&lt;br /&gt;La morte sorrideva in attesa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="color:#cc33cc;"&gt;&lt;strong&gt;Prigionia&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;E’ ora di cena,&lt;br /&gt;non ho fame mentre preparo la tavola&lt;br /&gt;e mi chiedo&lt;br /&gt;è più biologia&lt;br /&gt;o sociologia&lt;br /&gt;o semplicemente&lt;br /&gt;non c’è scampo&lt;br /&gt;a questa&lt;br /&gt;prigionia.&lt;/span&gt; &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/20730344-1515490426798654930?l=logosnero.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://logosnero.blogspot.com/feeds/1515490426798654930/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='https://www.blogger.com/comment.g?blogID=20730344&amp;postID=1515490426798654930&amp;isPopup=true' title='3 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/20730344/posts/default/1515490426798654930'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/20730344/posts/default/1515490426798654930'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://logosnero.blogspot.com/2009/06/oscillano-i-binari.html' title='Oscillano i binari'/><author><name>Logos</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16949648859334065447</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='12611828999184513050'/></author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>3</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-20730344.post-8545030128626127624</id><published>2009-05-18T09:30:00.001+02:00</published><updated>2009-05-18T09:30:49.506+02:00</updated><title type='text'>Il giorno in cui arrivò l’epidemia</title><content type='html'>&lt;div align="center"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#cc33cc;"&gt;Il giorno in cui arrivò l’epidemia&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il giorno in cui arrivò l’epidemia&lt;br /&gt;Suina, ovina, equina&lt;br /&gt;Divina&lt;br /&gt;Riposi il giornale malamente piegato&lt;br /&gt;E me ne uscì sulla loggia di casa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ascoltai i suoni e le voci:&lt;br /&gt;dietro le parole un originario silenzio&lt;br /&gt;di fine / d’inizio / d’inizio / di fine&lt;br /&gt;e un brusio che si andava spegnendo.&lt;br /&gt;Intuivo Voci di uomini.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Uomini&lt;br /&gt;Rinchiusi in un confine grande quanto un intero pianeta&lt;br /&gt;Biglie&lt;br /&gt;Come senza ragione a urlare e cozzare.&lt;br /&gt;Isteriche Voci.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Infine&lt;br /&gt;La parola si spense&lt;br /&gt;E giunse il silenzio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Così&lt;br /&gt;Rientrai in casa senza neppur&lt;br /&gt;Chiuder la porta,&lt;br /&gt;Nessuna luce era accesa&lt;br /&gt;Solo una vaga ombra del sole&lt;br /&gt;Rischiava i tomi&lt;br /&gt;Muti e le vecchie poesie.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi stesi sul letto disfatto&lt;br /&gt;E fissai il soffitto&lt;br /&gt;(ceiling, come fosse un verbo, immoto).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cercavo una crepa che si nascondeva.&lt;br /&gt;Sapevo che c’era&lt;br /&gt;E ad attenderla me ne restai.&lt;br /&gt;Io e l’epidemia.&lt;br /&gt;Insieme.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/20730344-8545030128626127624?l=logosnero.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://logosnero.blogspot.com/feeds/8545030128626127624/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='https://www.blogger.com/comment.g?blogID=20730344&amp;postID=8545030128626127624&amp;isPopup=true' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/20730344/posts/default/8545030128626127624'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/20730344/posts/default/8545030128626127624'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://logosnero.blogspot.com/2009/05/il-giorno-in-cui-arrivo-lepidemia.html' title='Il giorno in cui arrivò l’epidemia'/><author><name>Logos</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16949648859334065447</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='12611828999184513050'/></author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-20730344.post-4748250482091160398</id><published>2009-05-18T09:29:00.000+02:00</published><updated>2009-05-18T09:30:07.433+02:00</updated><title type='text'>L’epidemia giunse di soppiatto</title><content type='html'>&lt;div align="center"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#cc33cc;"&gt;L’epidemia giunse di soppiatto&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’epidemia giunse di soppiatto&lt;br /&gt;Quasi in punta di piedi.&lt;br /&gt;Non vi par persino timida&lt;br /&gt;Con i suoi campanelli&lt;br /&gt;Danzanti morte&lt;br /&gt;Tenuti silenti&lt;br /&gt;Con un gesto fermo?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Furono le sigle dei più noti&lt;br /&gt;Telegiornali ad annunciare&lt;br /&gt;Il suo precipuo avvento&lt;br /&gt;E gli anchorman cerati i suoi moderni&lt;br /&gt;Re Magi.&lt;br /&gt;Ma nel cielo nessuna stella cadente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Conoscete il domino? Allineati sottili&lt;br /&gt;Tasselli in file interminabili e identiche&lt;br /&gt;Che basta un tocco e cadono&lt;br /&gt;Cadono l’uno dopo l’altro&lt;br /&gt;Disegnando mirabolanti figure colorate&lt;br /&gt;Che paion vive.&lt;br /&gt;Conoscete il domino?&lt;br /&gt;Voi i tasselli e il morbo il tocco&lt;br /&gt;Ma nessun disegno si scorge.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ho cercato di fuggire&lt;br /&gt;Ho corso di qui e un po’ di là&lt;br /&gt;Mare terra e fiumi&lt;br /&gt;Ma ovunque vedevo gonfie&lt;br /&gt;Silhouette galleggiare o nel vento&lt;br /&gt;Danzare.&lt;br /&gt;Stetson! Persino tu disteso sul ciglio&lt;br /&gt;Della salita hai smesso di sbraitare!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Silenzio! Che avete da ridere!&lt;br /&gt;Grassi corvi andate via! Abbiate rispetto!&lt;br /&gt;Non lo vedete?!&lt;br /&gt;Era un poeta quello che state beccando&lt;br /&gt;Un famoso poeta!&lt;br /&gt;Dev’essercene persino una statua in città&lt;br /&gt;Coperta da viscidi liquami d’uccello.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Epidemia, facile rima, suvvia.&lt;br /&gt;Anemia, dissenteria,&lt;br /&gt;negromanzia,&lt;br /&gt;filosofia e mi pare anche poesia e follia.&lt;br /&gt;Vita mia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Eccola! La morte! Mamma com’è vecchia!&lt;br /&gt;Scheletrica sotto quella coperta di lana grezza&lt;br /&gt;Trema di un freddo che le è nelle ossa.&lt;br /&gt;Guarda! Viene anche la sua ancella, l’epidemia!&lt;br /&gt;Oh, aveva ragione quel canadese.&lt;br /&gt;Indossa davvero un boa rosa che le scende sino ai piedi.&lt;br /&gt;Ridicola!&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/20730344-4748250482091160398?l=logosnero.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://logosnero.blogspot.com/feeds/4748250482091160398/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='https://www.blogger.com/comment.g?blogID=20730344&amp;postID=4748250482091160398&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/20730344/posts/default/4748250482091160398'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/20730344/posts/default/4748250482091160398'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://logosnero.blogspot.com/2009/05/lepidemia-giunse-di-soppiatto.html' title='L’epidemia giunse di soppiatto'/><author><name>Logos</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16949648859334065447</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='12611828999184513050'/></author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-20730344.post-2798524919485695723</id><published>2009-04-22T08:55:00.000+02:00</published><updated>2009-04-22T08:56:04.784+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Rami di Verdi Lame'/><title type='text'>Excipit</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;color:#cc33cc;"&gt;&lt;strong&gt;Excipit&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;"&gt;Il pianoro era in silenzio. L’erba rada immobile, un mare di verde placido in attesa di un onda, che pareva non arrivare. In alto le foglie sottili e taglienti di alberi possenti se ne stavano mute appese ai rami. Rami di verdi lame. I pallidi raggi del sole in alto filtravano deboli e timidi fra le fronde disegnando sul terreno erboso ghirigori apparentemente causali. Il tempo era fermo e ogni cosa giaceva nel momento. Assuefatta.&lt;br /&gt;In mezzo alla piccola distesa sorgeva il tempio. Rade rovine a ricordare una forma che si era persa nel correre dei cicli. Migliaia, miliardi di cicli. Forse sino all’origine stessa del tempo.&lt;br /&gt;Il tempio era circolare, minuto. Intorno spiccavano piccole e fragili colonne istoriate in intagli raffinati, densi di figure vagamente geometriche. Prospettive confuse assurdamente logiche. Sulla parete esterna correvano dipinti sbiaditi, vaghi ricordi di affreschi multiformi e colorati.  Linee improvvise a fondersi e confondersi, come a voler tratteggiare un destino incerto, confuso. Sconosciuto.&lt;br /&gt;Tre gradini consumati dai dimenticati nomi di perduti passi, tracce di maree di veneranti pellegrini incise nella roccia scalfita. Valico precipitoso ai margini dell’entrata al tempio. Un rettangolo di nero che si apriva verso l’interno del tempio. Invisibile, buio fosse denso, solido. Popolato.&lt;br /&gt;Nessuna luce, nessun suono. Neppure l’eco lontana di un canto parco ormai dismesso. Solo silenzio e solitudine.&lt;br /&gt;Nel pianoro era deserto e il tempio spiccava indifferente nel mezzo della foresta eterna. Alberi e alberi ad avvolgerlo. A stringerlo protettivi. Come una madre la foresta si avvolgeva intorno ai disfatti ruderi del tempio. Ghermendoli possessiva.&lt;br /&gt;Un abbraccio. Un enorme abbraccio verde\marrone stretto intorno ad un segreto.&lt;br /&gt;Un minuscolo segreto che sarebbe rimasto tale. Un segreto che era rimasto tale.&lt;br /&gt;Contro ogni volontà. Contro ogni casualità.&lt;br /&gt;Di lontano si udì un grido, un gracchiare flaccido e perverso. Un rapace nero si alzò in volo e planò sul ramo possente di un albero vicino piegandolo sotto il proprio peso. L’uccello si guardò intorno. Sbattè le ali restando immobile. Altezzoso. Gracchiò ancora. Un suono malizioso. Penetrante. Borioso.&lt;br /&gt;Il tempio era lontano e il grido non lo raggiunse. Restò il silenzio. E la vaga memoria di uomini e donne si perse. Come i loro nomi.&lt;br /&gt;Uomini e donne.&lt;br /&gt;Ovunque fossero ora.&lt;br /&gt;Diversi. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/20730344-2798524919485695723?l=logosnero.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://logosnero.blogspot.com/feeds/2798524919485695723/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='https://www.blogger.com/comment.g?blogID=20730344&amp;postID=2798524919485695723&amp;isPopup=true' title='4 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/20730344/posts/default/2798524919485695723'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/20730344/posts/default/2798524919485695723'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://logosnero.blogspot.com/2009/04/excipit.html' title='Excipit'/><author><name>Logos</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16949648859334065447</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='12611828999184513050'/></author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>4</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-20730344.post-5258582296717156729</id><published>2009-04-22T08:53:00.002+02:00</published><updated>2009-04-22T08:54:59.875+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Rami di Verdi Lame'/><title type='text'>Epilogo III</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;color:#cc33cc;"&gt;&lt;strong&gt;Epilogo III&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;"&gt;Jabash aprì gli occhi e di fronte a sé vide un’immensa distesa di nulla. Un foglio liscio. Infinito oltre ogni orizzonte. Una superficie immensa che rifletteva i bagliori di un pallido sole nel cielo. Si rese conto di essere accasciato a terra. Faticosamente si levò in piedi e, schermandosi gli occhi con un gesto, si guardò intorno. Nulla. Solo la splendente piana disadorna che pareva non terminare mai. Una sottile lamina argentata, liscia, levigata. Come un liquido denso. Viscoso. Senza increspature.&lt;br /&gt;Gli ricordava il metallo. Fuso. Un placido deserto argentato senza nessun granello di sabbia.&lt;br /&gt;Fissò a terra lì dove i suoi piedi poggiavano e contemplò per un attimo la perfetta levigatura del terreno. Non si era sbagliato. Era metallo. Puro, perfetto, silente metallo. Si vide riflesso nella superficie specchiata e riconobbe il proprio viso. Stanco e affaticato. Si ricordò di sé. Lui era Jabash. Lo sciacallo dell’Imperatore. Si chinò e toccò il suolo. Era freddo. Innaturalmente perfetto.&lt;br /&gt;Si chiese dove fosse. Ricordava vagamente gli attimi prima. L’inseguimento del monaco. La rada pianura erbosa. Il tempio. E la voce che lo chiamava. E poi… poi aveva la vaga sensazione che qualcosa di più fosse accaduto. Qualcosa di importante. Qualcosa che stava dimenticando. Il tempio. Lo aveva toccato. Ne aveva visto la luce densa brillare dalla minuscola entrata. Luce e musica ad avvolgerlo. A portarlo via. Verso altri luoghi. Erano reali? Erano frutto della sua mente sovraeccitata? Respirò a fondo. Cercò di controllare il battito del cuore sfruttando al massimo le conoscenze apprese nei pianeti periferici dell’Impero. Lui che era il condannato alla carne e alla biologia aveva lentamente imparato a controllare il proprio corpo. Aveva appreso come imporgli disciplina. Controllarsi, dominarsi. Lui era Jabash. Lo Sterminatore. Si chiese ancora in quale luogo fosse capitato. Fece un passo. Non c’era una direzione da seguire. Intorno a lui solo metallo. Splendente, spietato, liscio metallo. Un mare di argento guizzante di bagliori.&lt;br /&gt;Era solo. Ne era certo. Non sentiva nell’aria nessun odore, nessuna silenzioso respiro. Solo il proprio battito. Accelerato. Spaventato.&lt;br /&gt;Fece un passo ancora e improvvisamente la superficie di metallo parve inclinarsi. Flettersi. Docilmente. Era come se il suo peso stesse deformando il suolo, scavando un solco, un largo pozzo in cui il suo corpo cominciava a sprofondare. Lentamente ma sempre più a fondo.&lt;br /&gt;Tentò di risalire le pareti oblique, si mise a correre, tentò di arrampicarsi ma ogni volta che si spostava il pozzo pareva seguirlo. Quasi precederlo. La superficie argentata era sottile e si deformava ad ogni passo di Jabash. Si fletteva verso il basso.&lt;br /&gt;Jabash tentò di farsi leggero. Respirò a fondo, lungamente, lasciò che la tensione dei muscoli defluisse nelle profonde espirazioni. Ma nulla pareva accadere e Jabash continuava ad affondare.&lt;br /&gt;Guardò le pareti intorno a sé e vide che il canalone in cui era immerso si stava facendo profondo, ben oltre le sue possibilità di risalita. Sentì un’ondata di panico schizzargli nelle vene accompagnata dall’adrenalina. Urlò. Era debole. Biologia flaccida. Lentamente si stava rendendo conto di non potersi appendere a nulla, la superficie metallica dell’incavo era liscia, priva di appigli.&lt;br /&gt;Guardò in alto, l’imbuto in cui affondava si faceva sempre più profondo. Osservò il cielo. Il sole in alto era lontanissimo. E pallido. La luce sfocata si moltiplicava sulle pareti ripide del pozzo. Luce esplosa nella luce.&lt;br /&gt;Jabash sentì la follia. Tentò disperatamente di aggrapparsi. Inutilmente. Si agitò. Prese a dimenarsi senza controllo. Urlava rabbioso. Ruotò su sé stesso violentemente e le migliaia di suoi riflessi sulla parete liscia di metallo lo imitarono. Una danza sincronizzata ma completamente caotica. Infinite immagini di Jabash a dimenarsi guardandosi intorno. Echi di una comune follia.&lt;br /&gt;Jabash si fermò. Un rivo di bava gli solcava il mento.&lt;br /&gt;Le pareti del vallone in cui era affondato erano alte. Uno scolo perfettamente smussato. Non vi era alcuna speranza di risalire. Di sopravvivere. Jabash pensò alla morte. Era la prima volta che vi pensava come ad una possibilità concreta. Prima la morte era solo l’esecuzione del dominio e del volere dell’Imperatore. Null’altro. La morte era distante. Uno degli strumenti di dominio sapientemente mossi dalle sue mani. Il veicolo della completa sottomissione. Ora la morte era lì, di fronte a lui. Nascosta nel metallo splendente che lo stava stritolando.&lt;br /&gt;Jabash pensò al proprio corpo, inutile, vecchio e come sempre lo maledì e pregò di poter trasformarsi in metallo. Lo stesso, lucente, freddo, metallo che ora lo stava uccidendo. Jabash desiderò di evolvere e, nel gelido argento, abbandonare la sua flaccida umanità, diventare un oltre. Svestirsi di sé e della propria carnale imperfezione per farsi entità di metallo. Finale postumanità del suo essere creatura vivente. Imprecò la carne e con essa il caso che l’aveva condannato alla più violenta menomazione. Il gene deforme causa dell’incompatibilità con il metallo. L’impossibilità di evolvere. Di andare oltre se stesso.&lt;br /&gt;Jabash sapeva di essere incarcerato alle sue origini di uomo. Di animale. Di essere di carne. Prigione di ossa e pelle. Digrignò i denti con rabbia sino a che non sentì dolore e assaporò il sapore ferroso del sangue sulla lingua. Ne inghiottì qualche goccia dal sapore metallico. Era la sua unica consolazione. La sua eucaristica di metallo.&lt;br /&gt;Si pulì poi con il palmo della mano il rivo di sangue che ancora gli scendeva sul mento e guardò fra le dita la macchia rossastra. Pensò a sé come ad una sacca di liquidi, molle e debole. In attesa della putrescenza e della morte.&lt;br /&gt;A stento trattenne lacrime di rabbia e frustrazione.&lt;br /&gt;Tornò a guardarsi intorno e si rese conto le immagini del proprio riflesso sulla parete metallica del canalone si erano avvicinate. Erano a pochi passi da lui. Un esercito immenso di sé stessi. Una folla lo accerchiava, comprimendolo sempre più in sé stesso. Infiniti se stesso che lo schiacciavano dentro di sé. In fondo al pozzo che si era aperto e che l’aveva inghiottito.&lt;br /&gt;Distese le braccia e toccò la patina di metallo che lentamente continuava a sprofondare  sotto il suo peso di essere umano. Giù, sempre più a fondo, in uno spazio che si faceva via via più stretto, più angusto.&lt;br /&gt;Jabash provò una crescente sensazione di claustrofobia. Le pareti argentate erano ormai così vicine che poteva vedere l’alone del proprio respiro appannarne la superficie lisca e pulita del metallo. Le migliaia di altri sé stessi riflessi incombevano e lo fissavano con i suoi stessi occhi terrorizzati e spaventati. Jabash tentò di urlare. Di nuovo. Ma non ci riuscì. Gli mancava l’aria. Era fatto di carne. Aveva bisogno di ossigeno. Di respirare. Di aria. Ma cosa stava accadendo? Dov’era? Perché il suolo gli sprofondava sotto i piedi come un molle tessuto elastico? Cosa sarebbe accaduto?&lt;br /&gt;Chiuse gli occhi ma li riaprì subito. Non sarebbe morto con gli occhi sbarrati dalla paura. Lui era Jabash, il Cane dell’Imperatore. Sarebbe morto guardando la morte. E la morte stava per arrivare. E aveva i suoi occhi. Chiari. Azzurri. Spaventati. Agonizzanti di paura.&lt;br /&gt;Ormai non vi era più spazio. Jabash era schiacciato dentro uno stretto corridoio allungato, inabissato dentro la patina sottile che copriva ogni cosa. Giù, a fondo dentro il metallo.&lt;br /&gt;Cuore segreto di carne in un mondo di metallo.&lt;br /&gt;Poi, all’improvviso, sentì il fragore. Un rumore sordo. Denso. Ripetuto. Uno scroscio violento che cresceva. Si ingrossava e diventava un frastuono. Assordante. Jabash a fatica riuscì a muovere la testa fra le pareti che ormai lo stritolavano e a guardare in alto. Il sole era poco più che un punto giallo nel cielo ocra. Il rombo aumentava. Sempre più. Jabash tentò di liberare le mani dalla prigione in cui era sprofondato per coprirsi le orecchie e attutire il suono ma non ci riuscì. Era immobilizzato. Come una preda. Un corpo menomato destinato all’estinzione.&lt;br /&gt;Metallo fuso. La cascata di metallo arrivò e lo seppellì. Completamente. Immerso dentro un mare di metallo incandescente e liquido. Metallo liquido che scivolava sulla levigata superficie argentata di un metallo diverso. Questo solido, freddo. Quello incandescente, liquefatto.&lt;br /&gt;Da qualunque luogo fosse arrivato l’argento disciolto era scivolato sul pianoro lucente e spinto dall’impietosa forza di gravità era precipitato nell’increspatura che il peso di Jabash aveva creato. Giù dentro il pozzo. Sino in fondo. Sino a Jabash.&lt;br /&gt;Non fece in tempo a gridare. Vide l’apertura della cavità in alto oscurarsi e il cielo svanire inghiottito da un fiume denso di colore argento. Non riuscì neppure a chiedersi che cosa fosse.&lt;br /&gt;Il liquido incandescente gli piombò addosso. Violentemente.&lt;br /&gt;Fu un attimo.&lt;br /&gt;Un lento attimo di dolore.&lt;br /&gt;Jabash morì.&lt;br /&gt;La carne, le ossa, la pelle, il sangue, i denti, le unghie, i capelli, i bulbi e ogni altra sua parte biologica morirono. E di Jabash non restò nulla.&lt;br /&gt;Jabash si fuse nel metallo. Con il metallo.&lt;br /&gt;Dentro il metallo.&lt;br /&gt;Jabash svanì.&lt;br /&gt;E finalmente evolse.&lt;br /&gt;Evolse nel metallo.&lt;br /&gt;La coscienza di Jabash prese di nuovo vita. Una vita rinnovata dopo la morte della carne. Jabash aprì i suoi non occhi metallici e nuotò nell’argento liquido e incandescente in cui era sprofondato. Nuotò verso l’alto. Risalì le pareti dello stretto utero metallico. Risalì sino ad un nuovo parto. Sino a nascere una seconda volta. Sporco del viscoso liquame metallico di una fredda placenta Jabash partorì se stesso. Metallo dal metallo. Metallo nel metallo.&lt;br /&gt;Jabash si guardò le mani. Le vide fredde. Non le riconobbe. Lamine di spettrale luminosità.&lt;br /&gt;In piedi sulla distesa infinita e levigata Jabash rimase immobile. Come se nulla fosse accaduto. Come se nessuna resurrezione metallica fosse stata celebrata in quel luogo.&lt;br /&gt;Si mosse. E per la prima volta percepì la sua spietata postumanità. Il suono pesante, il tonfo squillante dei suoi passi sulla superficie del deserto. Il rumore del metallo che cozzava col metallo.&lt;br /&gt;Avanzò cullato da quel suono e sotto di lui il suolo non affondò.&lt;br /&gt;Jabash continuò a camminare. Oltre.&lt;/span&gt; &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/20730344-5258582296717156729?l=logosnero.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://logosnero.blogspot.com/feeds/5258582296717156729/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='https://www.blogger.com/comment.g?blogID=20730344&amp;postID=5258582296717156729&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/20730344/posts/default/5258582296717156729'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/20730344/posts/default/5258582296717156729'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://logosnero.blogspot.com/2009/04/epilogo-iii.html' title='Epilogo III'/><author><name>Logos</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16949648859334065447</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='12611828999184513050'/></author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-20730344.post-8667489997233644790</id><published>2009-04-22T08:53:00.001+02:00</published><updated>2009-04-22T08:53:48.769+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Rami di Verdi Lame'/><title type='text'>Epilogo II</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;color:#cc33cc;"&gt;&lt;strong&gt;Epilogo II&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Un lago di sangue. La donna si rese conto all’improvviso di nuotare in un abisso di sangue. Denso. Rosso. Colloso e profumato di un metallo ferroso. Ne era immersa completamente. Le sue ampie bracciate la cullavano, spingendola docilmente in avanti sospesa sul liquido compatto, caramelloso. Non aveva direzione. Il lago di sangue e il suo nuotare esaurivano tutte le possibilità dell’universo. Persino la sua stessa esistenza e la sua sofferta biografia si facevano evanescenti in quel diorama perfetto. Il rosso e il nuotare.&lt;br /&gt;La donna che un tempo fu conosciuta con il nome di cacciatrice e di eretica si immerse nel liquido che la sorreggeva e sprofondò in esso. Non ricordava di essere in grado di nuotare. Sul mondo da cui proveniva non vi era altro che una fitta foresta, ben pochi erano i fiumi e gli ammassi d’acqua, chiazze azzurre su una topografia verde e marrone. Lasciò che i suoi muscoli allenati e tesi la portassero sempre più in profondità, la tinta amaranto del lago si faceva via via più scura e gli occhi della donna non erano in grado di cogliere nessun particolare ma lei continuava a nuotare verso il basso, giù, sempre più in fondo.&lt;br /&gt;Non respirava ma sembrava che questo non fosse importante, non sentiva lo stimolo vitale dell’aria, dell’ossigeno. Il sangue era il suo elemento e per una qualche strana ragione pareva che ciò le bastasse. Era come una perfetta osmosi fra il suo essere creatura vivente e il tutto che l’avvolgeva, caritatevole, accogliente, protettivo. Una grande madre rossa.&lt;br /&gt;Nuotò. Nuotò a lungo sino che perse la coscienze del tempo e del suo stesso nuotare. Non vi era quasi più neppure separazione fra il suo essere individuo, creatura cosciente e vivente, e il liquido che la circondava. Smise di pensare, smise di essere se stessa e per un lungo momento fu solo il lago di sangue. Fu solo il rosso in cui stava sprofondando.&lt;br /&gt;Estatica perfezione della non coscienza.&lt;br /&gt;L’eretica tornò alla propria coscienza solo quando giunse al fondo del lago e con i piedi toccò il suolo molle e umido, sprofondando un po’ nella superficie umida del terriccio.&lt;br /&gt;La donna era scivolata dall’alto, come un grande uccello in lenta planata. Docilmente, silenziosamente, rapace pronto a ghermire con gli artigli le carni della preda, atterrita ed immobile.&lt;br /&gt;Era nell’alveo del lago. In piedi, immersa nel sangue rosso e ferroso. Fece un passo. Poi un altro. Un altro ancora. La sensazione di camminare era innaturale, ovattata. La resistenza del liquido denso le rendeva difficile avanzare. Il rosso si opponeva alla sua volontà di andare oltre. Di proseguire il suo viaggio. Il suo viaggio privo di destinazione.&lt;br /&gt;La donna della Foresta si concentrò e a fatica riuscì ad avanzare. Poggiava prima un piede poi, facendo leva con tutto il resto del corpo, muoveva l’altro in avanti. Lentamente, faticosamente. Camminava.&lt;br /&gt;Con la fatica e lo sforzo tornarono alla donna anche i ricordi, le sensazioni della sua biografia, le storie della sua gente, i canti che aveva mormorato sporca di fango e di terra. Nel liquido rosso sentì sul suo corpo le migliaia di cicatrici, di ognuna ne percepì il dolore, lo strappo, la sofferenza che aveva marcato la sue morbida pelle di donna. Donna che non era più da molto tempo. Rammentò il suo pianeta invaso dalla Foresta. Deturpato dall’Impero. Saccheggiato dalla brama di dominio di uomini che non erano neppure uomini. Creature modificate e soggiogate al dominio del metallo. Alla bramosia della loro postumanità. Ricordò la sua gente. Sterminata. Le tradizioni dimenticate. I canti perduti come echi in una valle troppo grande. E rivisse l’odio. L’odio che l’aveva tenuta in vita nella vendetta, nella blasfemia del rispondere alla morte con la morte. L’eretica presa di coscienza che la morte poteva essere data. La morte si poteva infliggere, devastando il tabù che aveva guidato la sua gente da sempre.&lt;br /&gt;Lei che era l’ultimo baluardo del popolo della Foresta, lei che si era votata alla memoria e alla vendetta, proprio lei che forse era l’ultima ancora in vita aveva tradito, rinnegato le tradizioni, sfregiato le regole e divelto la morale.&lt;br /&gt;Lei che era il baluardo si era rivelata la peggior traditrice della sua gente.&lt;br /&gt;Nel compiere la sua vendetta la donna della foresta aveva ucciso di nuovo il suo popolo. Ne aveva violato la storia. Ne aveva reso inutili cicli e cicli di osservanza delle tradizioni, di orgogliosa fede nel rispetto del tabù che invocava che nessuna morte si può infliggere. Così sarebbe dovuto essere ricordato il suo popolo. Fiero anche nello sterminio. Fiero di essere più forte di ogni sopruso. Fiero di proclamare la propria verità. L’impossibilità dell’uccisione. Ma lei aveva reso tutto vano. Ora il suo popolo sarebbe stato ricordato dalle genti di tutto l’universo come il popolo che sul punto di sparire e di morire aveva rinnegato tutto, i credi, i dogmi, la propria storia. Ogni cosa, sino al significato nascosto che giace dentro ogni esistenza. L’eretica si rese conto di aver deturpato la sua gente. Aveva reso ogni cosa insensata. Assurdamente inutile, priva di valore.&lt;br /&gt;Respirò. Con il naso e con la bocca e fu invasa dal sangue che la circondava. Riconosceva quel sangue. Rosso. Come il suo. Era il sangue di tutto il suo popolo. Goccia dopo goccia raccolto in un pozzo senza fine in cui lei stessa era immersa. Avvolta.&lt;br /&gt;Sentì il profumo di ognuna delle persone che aveva conosciuto nella sua vita. E della miriade di altre che mai aveva incontrato e che erano vissute prima della sua nascita. Sentì il sapore di tutta la sua gente. Gustò sulle papille l’aroma del sangue di coloro i quali erano nati nell’abbraccio della foresta. Ripensò a sua madre. Alla madre di lei. E ancora alla madre della madre della madre in una catena che pareva eterna. Verso le origini stesse, ancestrali e segrete, del suo popolo. Il sangue della sue gente la penetrava, le si appiccicava sulla pelle incuneandosi nei pori, risalendo le vene e le arterie verso il cuore. E una volta raggiuntolo inondandolo di emozioni, di storie e di così tante biografie che la donna pensò di impazzire. Il suo popolo era dentro di lei. Ogni singola storia, ogni singola esistenza, ogni vita.&lt;br /&gt;La donna era la memoria e lo era carnalmente.&lt;br /&gt;Continuò a camminare sino a che non emerse dal lago di sangue. Il greto aveva preso la forma di una leggera salita e lei l’aveva percorsa sempre più faticosamente. Debolmente. Sino a che non era affiorata oltre la superficie del sangue e si era guardata intorno. Non c’era cielo in alto. Nessun azzurro. Solo un opaco e ombroso verde. Verde e marrone.&lt;br /&gt;Sentì gracchiare. Un lento e pigro suono fastidioso. Pingue. Guardò nella direzione del verso e vide un uccello nero. Grasso. Altezzoso e sfrontato. Il becco sporco delle viscere di una preda esile. Era appollaiato su uno spesso ramo, quasi nascosto dalle foglie sottili. Verdi. Come tante piccole lame.&lt;br /&gt;La donna risalì completamente grondando sangue.&lt;br /&gt;Continuò a camminare. Una lunga scia odorosa la seguiva al suo passaggio. Era il sangue che le colava dalle vesti, dai capelli arruffati, dal viso, dal corpo e dalle mani. Gocce che cadevano a terra penetrando il muschio e scivolando verso il terreno, fecondandolo.&lt;br /&gt;La donna non si fermò e il sangue che l’avvolgeva cadde sul terreno sino che il pianeta della Foresta non ne fu intriso. Ogni stilla si addentrava nelle profondità del mondo e con essa le vite e le storie della gente che sul pianeta della Foresta erano passate, vi avevano vissuto, amando e odiando, sperando e morendo. Quelle stesse vite che ora non erano più solo un ricordo sfumato e destinato a perdersi. Non più solo un soffio di vita capitato per caso a vivere in quei luoghi. Gli uomini e le donne del popolo della Foresta esistevano ora nel cuore stesso del pianeta in un’unione eterna celebrata con un concepimento di sangue.&lt;br /&gt;Quelle vite non sarebbero state mai dimenticate.&lt;br /&gt;Il pianeta della Foresta fu per la prima volta fecondo del popolo che l’aveva abitato da sempre e in esso si riconobbe e si fece cosciente di sé.&lt;br /&gt;E la donna che un tempo era conosciuta come la cacciatrice e l’eretica continuò a camminare e non smise di farlo sino a che ogni singola lacrima del sangue del suo popolo non fu scesa a germogliare nel pianeta.&lt;br /&gt;Prima o poi, ne era convinta. Un nuovo popolo della Foresta sarebbe nato da quella terra.&lt;br /&gt;Un popolo che avrebbe ricordato.&lt;br /&gt;Un popolo che non avrebbe dimenticato.&lt;/span&gt; &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/20730344-8667489997233644790?l=logosnero.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://logosnero.blogspot.com/feeds/8667489997233644790/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='https://www.blogger.com/comment.g?blogID=20730344&amp;postID=8667489997233644790&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/20730344/posts/default/8667489997233644790'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/20730344/posts/default/8667489997233644790'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://logosnero.blogspot.com/2009/04/epilogo-ii.html' title='Epilogo II'/><author><name>Logos</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16949648859334065447</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='12611828999184513050'/></author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-20730344.post-2102137518390407079</id><published>2009-04-07T08:36:00.001+02:00</published><updated>2009-04-07T08:36:55.439+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Rami di Verdi Lame'/><title type='text'>Epilogo I</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#cc33cc;"&gt;&lt;strong&gt;Epilogo I&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Il monaco aprì gli occhi e  si accorse di essere a casa. Riconobbe i colori. I contorni dei monti, le cime che si stagliavano all’orizzonte. E soprattutto l’odore. L’inconfondibile odore di spezie pepate tipico del suo pianeta. Era a casa.&lt;br /&gt;Intorno a lui una folla silenziosa lo osservava. Mise a fuoco la vista ancora un po’ intontita e riconobbe le persone che lo attorniavano. Lo stavano aspettando. Riconobbe sua madre, poco più in là suo padre e, strette a lui, le due sorelle. Piccole come le ricordava. Sorrise loro. Erano molti cicli che non le vedeva. Da quanto era stato scelto per servire l’Ordine. Gli era stato fatto il dono supremo della Fede ed era partito. Verso il pianeta centrale dell’Ordine. Là, lontano. Al cospetto di Tiresia. Il Cieco. Il Veggente. Il Priore dell’Ordine. Pensò al pianeta della foresta. Al Tempio. Era vero. Non erano folle farneticazioni di un vecchio xenologo. Aveva visto e toccato la prova. Un Tempio vecchio come l’universo, forse persino più vecchio. Un Tempio identico ai tempi dell’Ordine. Nell’architettura vi era dunque la verità. La verità di cui lui, umile monaco, non aveva mai dubitato. Rise dell’Impero e del suo Imperatore tracotante e blasfemo. Si figurò il suo potere sbriciolarsi, come terra essiccata. Sbriciolata fra le dita.&lt;br /&gt;L’Ordine avrebbe trionfato su ogni pianeta. La fede si sarebbe diffusa. Come una lenta marea. E lui avrebbe servito Tiresia per altre mille e più missioni. Si accorse di essere felice. Forse per la prima volta in tutta la sua vita. Aveva obbedito. Servito. E aveva trionfato nel nome e nel volere del Cieco. Tiresia. Il Priore.&lt;br /&gt;Fece scorrere lo sguardo sulla folla cercando altri vecchi visi conosciuti. Poco oltre suo padre lo vide. Era lì. Immobile fra la folla ad aspettarlo. Vestito di una lunga casacca dorata contornata di pietre preziose che splendevano riflettendo la luce del sole giallo nel cielo. Severo. Impassibile. Il viso metallico altezzoso e autorevole. Non era possibile. Era lì. Accanto a suo padre. Non poteva sbagliarsi. Era davvero il blasfemo. Il crudele. Era lì. L’Imperatore. Tra la folla. Ad aspettarlo. E accanto all’Imperatore vide Tiresia. Il Priore. Erano a pochi passi da lui. Fermi. Lo stavano guardando. Entrambi pareva sorridessero. L’Imperatore con il suo viso argentato dal metallo e Tiresia fra le mille rughe di vecchio con avvizzite mammelle di donna. Cosa stava succedendo?&lt;br /&gt;Il monaco tese un braccio verso la folla e cercò di dire qualcosa. Ma la sua voce era spenta. Moribonda.&lt;br /&gt;Dove si trovava? Stava forse sognando? Era in viaggio sepolto dentro una qualche cabina di ibernazione indotta? Si. Non poteva che essere così. Aveva sentito che durante i viaggi transistemici in sospensione criostatica si sognava ripetutamente. Sogni folli di una veridicità inimmaginabile. Sogni assurdi come quello che stava vivendo ora.&lt;br /&gt;La folla fece un passo verso di lui. Vi scorse altri volti. Volti che conosceva. Vide Phleba. Il monaco disperso su quel mondo lontano. Il pianeta desolato. Lo aveva conosciuto brevemente durante l’apprendistato. Era stato per alcune frazioni di ciclo suo maestro di riti. Aveva pianto quando aveva saputo della sua morte. Ma ora era lì. Con Tiresia. Con l’Imperatore. Vivo. Di fronte a lui. Giovane e bello come lo ricordava.&lt;br /&gt;Vide ancora i suoi compagni del noviziato. Molti di loro erano stati mandati suoi mondi periferici a professare la voce di Tiresia. La voce dell’Ordine. Molti erano morti.&lt;br /&gt;La folla si avvicinò. Lenta. Incombente. Silenziosa. Volti spenti che lo fissavano senza espressione. Esseri privi di ogni coscienza. Il monaco urlò e cadde a terra. Restò in ginocchio. Il viso solcato dalle lacrime. La folla si fece prossima. Avrebbe potuto toccarla solo muovendo il braccio. Sentiva gli aliti caldi su di sé. I respiri lenti e profondi. Il calore di corpi. L’odore di esseri viventi. Il fetido odore del metallo. Il sapore della carne flaccida. Il monaco non si mosse.&lt;br /&gt;Chiuse gli occhi e si mise a pregare.&lt;br /&gt;Pregò a lungo. Mormorando i canti che aveva imparato e che ormai erano parte di lui. Invocazioni e odi. A volte solo parole prive di significato in lingue così antiche da essere ormai intraducibili. Mantra. Ricordò che Phleba spesso gli diceva che non era importante ciò che si cantava nella preghiera. Era l’atto del pregare che importava, sentire fra le labbra, sulla lingua, la preghiera, il canto. Lasciarla venire al mondo. Voce che diventava viva. Vera.&lt;br /&gt;Il monaco pregò. E attese che la folla lo toccasse. Lo ghermisse. Attese che qualunque cosa dovesse succedere accadesse. Ma nulla avvenne. Il tempo scorse e il monaco ebbe la sensazione di essere avvolto nella preghiera. Protetto. Al sicuro dentro il suono, dentro i canti e le parole senza significato.&lt;br /&gt;Recitò a lungo ripetendo infinite volte tutte i riti che Phleba gli aveva insegnato. Cantò poi i canti popolari della sua terra. Quelli che gli erano stati insegnati dai suoi genitori e dai genitori dei genitori in una catena eterna di tradizione.&lt;br /&gt;La sua voce fu ovunque. Si disperse. La immaginò percorrere i luoghi di quel mondo onirico fatto ad immagine e somiglianza del suo mondo natale. Un’illusione fecondata dalla melodia sacra delle sue parole.&lt;br /&gt;Il monaco aprì gli occhi. E intorno a lui vi fu solo bianco. Un bianco denso. Luminoso. Vivo. Il monaco non si spaventò. Il mondo su cui si era risvegliato era scomparso. L’universo stesso era scomparso ed ora esisteva solo il bianco che lo avvolgeva. Ogni cosa era il bianco e il bianco era ogni cosa.&lt;br /&gt;Il monaco pensò di essere al cospetto di Dio. Di essere dentro Dio. Distese le braccia intorno a sé. Cerco di toccare il bianco per percepirne la sensazione. Per renderlo vero. Non sentì nulla. Guardò sopra di sé. Bianco. Sotto di sé. Bianco. Intono a sé. Bianco. Era bianco ovunque.&lt;br /&gt;Osservò le proprie mani. Non fu sorpreso di vederle trasformarsi. Prima le dita. Poi il palmo. Stavano scomparendo. Nel bianco. Si stavano fondendo nel bianco.&lt;br /&gt;Il monaco aprì le braccia. Distese le gambe. Spalancò la bocca. E lasciò che il proprio corpo svanisse nel bianco. Senza opporre resistenza. Senza paura. Sapeva che quello era il suo destino. Scomparire. Perdersi. Perdere sé stesso per divenire parte non consapevole dell’universo. Diventare in questo mondo l’universo stesso. Essere Dio. Essere nulla.&lt;br /&gt;Pensò al Tempio. Pensò che forse era una via. Un canale verso uno stato ulteriore. Era un pezzo di Dio lasciato nell’universo fisico per permettere la riconciliazione e la fusione del singolo spirito nel tutto. Per poter essere il tutto. Scomparendo in esso.&lt;br /&gt;Pensò poi alla donna della foresta. Il corpo del monaco era svanito. Svanite le sue ossa, le sue carni, persino il suo cuore era ormai confuso nel bianco. Restava solo un ultimo pensiero cosciente.&lt;br /&gt;Il monaco pensò che si era innamorato di quella donna. L’eretica del pianeta della foresta.&lt;br /&gt;Poi più nulla. Il monaco smise di esistere. Il monaco fu l’universo. Il monaco fu Dio. Nulla.&lt;/span&gt; &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/20730344-2102137518390407079?l=logosnero.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://logosnero.blogspot.com/feeds/2102137518390407079/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='https://www.blogger.com/comment.g?blogID=20730344&amp;postID=2102137518390407079&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/20730344/posts/default/2102137518390407079'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/20730344/posts/default/2102137518390407079'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://logosnero.blogspot.com/2009/04/epilogo-i.html' title='Epilogo I'/><author><name>Logos</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16949648859334065447</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='12611828999184513050'/></author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-20730344.post-3769556943137980335</id><published>2009-04-03T16:58:00.000+02:00</published><updated>2009-04-03T16:59:15.832+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Rami di Verdi Lame'/><title type='text'>Intermezzo IV</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;color:#cc33cc;"&gt;&lt;strong&gt;Intermezzo IV&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;"&gt;Il sicario si sfregò le mani nell’acqua gelida del fiume e osservò la corrente tingersi di rosso. Il sangue del vecchio.&lt;br /&gt;Lo aveva seguito per giorni e giorni. Silenzioso. Come gli era stato insegnato. Aveva ripercorso il cammino dello xenologo attraverso la foresta. Passo dopo passo. Invisibile. Sino a che il giorno era venuto. E la sua missione si era conclusa. Nel rosso. Nel sangue.&lt;br /&gt;Il rito della morte che si ripeteva.&lt;br /&gt;La casta a cui apparteneva era rispettata e temuta. Una delle poche elite dell’universo non ancora soggiogate al potere dell’Impero o a quello dell’Ordine. Ma i sicari non erano liberi. Macchine costruite ed educate ad un unico scopo. Inseguire ed uccidere. Erano i necrofori. I portatori di morte.&lt;br /&gt;Non conosceva lo scopo della morte che avrebbe portato. Mai. Era cieco. Un semplice strumento. Lama affilata che si incuneava nelle carni. Arco armato di frecce silenziose e intrise di veleno. Mani collose dei mille colli spezzati. Era ogni arma aveva usato e ogni arma avrebbe usato. Il sicario in sé non era nulla. Solo la sanguinaria esecuzione di un volere segreto e nascosto.&lt;br /&gt;Chiunque fosse l’artefice voleva che il vecchio xenologo morisse. E con lui le sue ricerche. Il suo cammino. La strada percorsa.&lt;br /&gt;Il sicario continuò a sfregarsi le mani. Il sangue del vecchio era denso. Incrostato. Non riusciva a toglierselo dalle dita e dalle unghie affilate. L’acqua del torrente scorreva gelida e le ombre delle foglie affilate sulle cime degli alberi disegnavano strane danze intorno a lui. Gli parve di sentire un rumore. Si voltò di scatto. Non vide nulla.&lt;br /&gt;Odiava quel pianeta. Odiava l’ombra perenne causata dalla fitta rete di rami e foglie sugli alberi. Ovunque alberi. Ovunque foresta.&lt;br /&gt;Sarebbe ripartito presto. Pensò alla sacca che portava con sé. La piccola trasmittente a batteria solare che inviava l’impulso di riconoscimento alla nave in orbita sul pianeta. Sarebbero venuti a riprenderlo. Sospeso in animazione criostatica per chissà quanti cicli per poi essere inviato in qualche nuova missione. Su altri pianeti. Continuamente. La sua identica vita.&lt;br /&gt;Senza pensarci si voltò e osservò la borsa poggiata lì vicino. Ripensò al libro che vi aveva nascosto. Nel dispaccio che aveva ricevuto non si faceva riferimento a nessun libro. Inseguire lo xenologo. Farlo disperdere nel cuore della foresta e lì ucciderlo. Senza lasciare tracce. Non si diceva nulla del libro che il vecchio vergava ogni sera e che teneva stretto a sé. Come una reliquia.&lt;br /&gt;Il sicario aveva fallito. Lo sapeva. Aveva portato la morte. Ogni volta portava la morte. La morte era la sua ragione di vita. Ma il vecchio non era morto subito. Era fuggito. Una lenta fuga a ritroso nella foresta verso la costa, lasciando dietro di sé una scia di sangue rosso scuro che si allargava ad ogni passo. La lama conficcata nella schiena. La lama del sicario.&lt;br /&gt;L’aveva raggiunto troppo tardi. Il vecchio era morto nella città del porto. In mezzo alla folla riunita al mercato. Non aveva neppure urlato. Era crollato a terra.&lt;br /&gt;Gli esseri che popolavano quell’odioso paese l’avevano trovato in una strada laterale della piazza che dava sul porto. Il sicario aveva imprecato. Aveva fallito. Testimoni. Centinaia di testimoni di una morte che doveva restare segreta.&lt;br /&gt;Il sicario si osservò le mani. Erano ancora sporche.&lt;br /&gt;Era rimasto ai margini della città, nascosto nei bassi e stretti vicoli cercando di capire cosa sarebbe successo. Osservò il brulicare della gente. I bisbigli e il brusio. Vide i vecchi saggi del popolo della foresta accorrere intorno al cadavere e riunirsi in un cerchio. Li sentì confabulare nella loro lingua fatta di sussurri e mormorii. Li guardò parlottare fra di loro. E poi osservò innalzare la pira. Una catasta di legni secchi e scuri. E sentì l’odore del corpo del vecchio che ardeva. Il silenzio era sceso. Il mantello del fuoco aveva avvolto ogni cosa rendendo muta ogni voce.&lt;br /&gt;Aveva fallito ma il suo fallimento non sarebbe mai stato svelato. Era polvere ormai. Polvere nera a fecondare quel mondo verde di foglie sottili.&lt;br /&gt;Il sicario si asciugò le mani in un rozzo panno. Il sangue non si era lavato. Ogni volta faceva sempre più fatica a togliersi il sangue dalla mani.&lt;br /&gt;Il sicario non conosceva le tradizioni di quel rozzo popolo. A lui non importava sapere per quali ragioni avessero deciso di ardere il corpo dello xenologo. Quasi di fretta. Come se quel cadavere fosse oltraggioso. Sporco. Al sicario importava solo la morte.&lt;br /&gt;E la morte era venuta. Ancora una volta. Implacabile. Affilata. Perfetta.&lt;br /&gt;Nascosto nell’ombra fra le case il sicario aveva visto il più vecchio fra i saggi del popolo della foresta alzarsi e prendere il libro dello xenologo. La pira ancora ardeva e intorno le fiamme tingevano tutto di una luce densa. Calda. Aveva osservato il saggio avvolgere il libro in un soffice tessuto e portarselo via. Il sicario l’aveva seguito. Silenzioso. Invisibile.&lt;br /&gt;Il vecchio saggio si era inoltrato verso un piccolo villaggio e lì aveva deposto il libro in una piccola costruzione di legno. Un edificio stretto a forma cilindrica. Vi aveva nascosto il libro. Sepolto sotto un tappeto quadrato colorato di mille colori diversi, ormai consumati dal tempo e dall’usura. Il sicario aveva pensato di uccidere anche il vecchio saggio. Ma non ve ne era ragione. Aveva atteso.&lt;br /&gt;Paziente. Immobile.&lt;br /&gt;Il tempo si era fermato.&lt;br /&gt;Il sicario era veloce.&lt;br /&gt;Aveva aspettato fino a che non vi fu neppure una voce, nemmeno in lontananza. Si era mosso. Violato il piccolo edificio. Spostato il tappeto e preso il libro. Era nelle sue mani. Era fuggito. Come un vile ladro. Colpevole.&lt;br /&gt;La nave era vicina, stava arrivando.&lt;br /&gt;Sentiva la vibrazione sorda dei motori in lontananza. Pensò di aprire di nuovo il libro. Di leggerne ancora. Di ascoltare la voce dello xenologo emergere dalle parole vergate. Scrittura fitta e continua. Ma non lo fece. Non lo avrebbe mai più aperto. Non avrebbe mai letto una sola riga in più di quel maledetto libro.&lt;br /&gt;Aveva ancora le mani sporche del sangue del vecchio.&lt;br /&gt;Aveva letto solo una pagina del diario dello xenologo. Poco dopo averlo rubato. Una pagina sola. L’ultima pagina. Le righe scritte dal vecchio studioso prima di morire. Prima di ucciderlo. Là. A pochi passi dalla radura.&lt;br /&gt;Aveva letto e per la prima volta in tutta la sua vita il sicario aveva desiderato di non aver ucciso. Di non aver mai ammazzato. &lt;br /&gt;La nave comparve nel cielo fitto di rami. Una fune fu calata. Il sicario si aggrappò ad essa e la strinse. Come mai aveva fatto prima. La nave si alzò trascinando il sicario con sé. Via dal pianeta della foresta. E il sicario pianse. Pianse lacrime calde che continuarono a cadere mentre veniva issato a bordo.&lt;br /&gt;Lacrime che caddero sulle foglie sottili e affilate. Sul piumaggio scuro degli uccelli lascivi. Sul muschio che ovunque cresceva. E sulla polvere nera che era stata lo xenologo.&lt;br /&gt;Ma nessuna consolazione venne da quelle lacrime.&lt;/span&gt; &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/20730344-3769556943137980335?l=logosnero.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://logosnero.blogspot.com/feeds/3769556943137980335/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='https://www.blogger.com/comment.g?blogID=20730344&amp;postID=3769556943137980335&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/20730344/posts/default/3769556943137980335'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/20730344/posts/default/3769556943137980335'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://logosnero.blogspot.com/2009/04/intermezzo-iv.html' title='Intermezzo IV'/><author><name>Logos</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16949648859334065447</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='12611828999184513050'/></author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-20730344.post-3470509369313858356</id><published>2009-04-03T16:56:00.000+02:00</published><updated>2009-04-03T16:58:17.269+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Rami di Verdi Lame'/><title type='text'>Le lacrime di Jabash caddero a terra</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;color:#cc33cc;"&gt;&lt;strong&gt;Rami di Verdi Lame (30)&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;"&gt;Jabash li vide. Erano di fronte al tempio. Immobili. Il monaco e la donna.&lt;br /&gt;Dietro di sé sentiva la forza del suo esercito. Migliaia e migliaia di soldati evoluti nel metallo. Creature perfette. Vago ricordo di una biologia abiurata.&lt;br /&gt;Una parola. Il suo esercito attendeva la sua parola. E in quella sarebbe stato salvato. Distruzione e sangue. Nell’ultimo ordine di Jabash l’esercito avrebbe trovato ancora una volta il senso della propria esistenza. Della propria evoluzione. Soldati che esistevano per la guerra. E in ogni battaglia affermavano urlanti la propria esistenza. Ogni nemico ucciso, ogni popolo sconfitto, ogni pianeta sottomesso, tutto questo non era altro che una violenta invocazione, un sbraitata affermazione di sé, della propria postumanità indotta. La guerra, e solo la guerra, era la condizione stessa della vita di ogni singolo, postumano, soldato. Senza di essa gli uomini di Jabash non sarebbero stati che inutili anacronismi e bizzarri esperimenti genetico-metallurgici. Creature inutili forgiate senza scopo. Assurde.&lt;br /&gt;Il Comandante Jabash, il condannato alla biologia, lo sterminatore e lo sciacallo fissò il tempio.&lt;br /&gt;Non vi erano più dubbi. La stazione centrale della Torre 1 aveva confermato i primi risultati delle analisi. Quelle rovine erano vecchie quanto l’universo. Forse persino più vecchie.&lt;br /&gt;Rovine di un tempio identico ad ogni altro tempio costruito dall’Ordine.&lt;br /&gt;Era la prova? Jabash non riusciva a non domandarselo. Quel tempio era davvero la prova che le parole folli del vecchio Tiresia, il Priore dell’Ordine, il Veggente e il Cieco, erano vere? E l’Imperatore solo un vile usurpatore? No! Non poteva essere vero! Non aveva vissuto tutta la sua vita a lottare per la gloria di un impostore. Doveva esserci una spiegazione. L’Impero possedeva la verità. E Tiresia era solo un manipolatore. L’immondo ingannatore.&lt;br /&gt;Jabash scrollò la testa e lasciò che il fragore rombante del suo esercito gli calmasse i nervi tesi. Maledetta biologia!&lt;br /&gt;Fece un passo.&lt;br /&gt;Il monaco e la donna non si muovevano. Immobili fissavano il tempio. Erano poggiati con una mano al muro esterno, a ridosso dell’entrata oltre i pochi gradini. Non si erano nemmeno accorti del suo arrivo nello spiazzo. Impossibile. Lo ignoravano? Erano in una specie di trance? Cosa stava accadendo? Maledetto tempio. Maledetto pianeta.&lt;br /&gt;Jabash imprecò sottovoce e si avvicinò ancora al tempio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;-               Comandante?&lt;br /&gt;-               Si, Sergente?&lt;br /&gt;-               Gli ordini? Attacchiamo?&lt;br /&gt;-               No. Restate fermi.&lt;br /&gt;-               Fermi?&lt;br /&gt;-               Si. Vi voglio fermi. E spegnete i motori delle vostro servo-strutture. Voglio un po’ di silenzio in questo luogo.&lt;br /&gt;-               Ma… le procedure d’ingaggio?&lt;br /&gt;-               Sergente. Spenga le servo-strutture e chiuda questo maledetto canale di comunicazione. Ora!&lt;br /&gt;-               Ricevuto. Eseguo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Con uno scatto nervoso spense il ricevitore auricolare e attese. Lentamente il fragore dei motori delle servo-strutture biomeccaniche del suo esercito si spense. Era come un’onda. Un’onda di silenzio che travolgeva ogni cosa sommergendo il mondo sotto una cappa cupa e spessa di niente. Nessun suono. Ovattata nullità.&lt;br /&gt;Jabash respirò il silenzio e fece un altro passo verso il tempio.&lt;br /&gt;Poi l’udì. Sembrava un canto. Soffuso. Dolce. Socchiuse gli occhi cercando di concentrarsi. Non riusciva a capire da dove venisse. Si voltò ma vide solo sul limitare dello spiazzo il suo esercito immobile. Silenzioso. E spento.&lt;br /&gt;Tornò a fissare il tempio. E capì.&lt;br /&gt;Era la foresta. Stava cantando. Era come un mormorio. Una nenia infantile. Gli sembrò quasi di riconoscere la ninna nanna che gli era stata cantata dell’inserviente metallica dell’istituto infantile imperiale. Lo stesso canto di quando era un bambino. Cosa stava accadendo?&lt;br /&gt;Fece un passo ulteriore. Il tempio ormai era vicino.&lt;br /&gt;La struttura circolare, gli intarsi, il pertugio a cui si accedeva da pochi gradini. Non prestò attenzione al monaco e alla donna.&lt;br /&gt;Altro passò. E vide la luce.&lt;br /&gt;Dall’entrata del tempio si sprigionava una debole luce. Vaporosa. Vaga.&lt;br /&gt;Jabash se ne sentì attratto. Quella luce era lì per lui. Ne era certo. Lo stava chiamando. Invocava il suo nome.&lt;br /&gt;Jabash. Jabash. Lo sentiva distintamente nel chiarore. Jabash. Jabash.&lt;br /&gt;Riconobbe finalmente la musica nell’aria. Si. Non era sbagliato. Era la ninna nanna che gli cantava la sua inserviente semi-cosciente durante gli anni di crescita controllata nell’istituto imperiale su Kanert-2. Era un bambino. Un piccolo inutile bambino biologico a cui era stata diagnosticata la peggiore delle malformazioni immaginabili. I medici dell’istituto continuavano a ripetere che era pressoché impossibile. Ma era accaduto. Lui, Jabash, era incompatibile al metallo. Ad ogni forma di metallo. Era condannato alla biologia. Era il prescelto dalla biologia.&lt;br /&gt;Alzò il braccio. La luce era ancora lontana ma voleva toccarla. Possederla. Farla sua. Era sua. Lo chiamava. Jabash. Jabash.&lt;br /&gt;Accese il ricettore auricolare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;-               Sergente.&lt;br /&gt;-               Comandante, agli ordini. Attacchiamo?&lt;br /&gt;-               Ritiro immediato.&lt;br /&gt;-               Cosa?!&lt;br /&gt;-               Sergente. Non ripeterò questo ordine una terza volta. Ritiro immediato. Raggiunga la Torre di controllo 23-H e resti in attesa di un nuovo ordine. Lei e tutto l’esercito.&lt;br /&gt;-               Lascio un contingente a supporto nello spiazzo.&lt;br /&gt;-               No. Se ne vada Sergente. Ora. Si sbrighi.&lt;br /&gt;-               Ricevuto. Come ordina. Trasmetto l’ordine.&lt;br /&gt;-               Addio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Jabash. Si fermò. Non si voltò ad osservare il suo esercito che riattiva le servo-strutture per tornare indietro. Ripercorrere la strada creata nella foresta. Devastando la foresta. Solo per giungere al limitare dello spiazzo. E poi tornare indietro. Inutilmente. Non c’era stata battaglia. Non c’era stata guerra.&lt;br /&gt;Per quel giorno l’esercito di Jabash fu come se non fosse neppure esistito. Inutilità priva di ogni esistenza reale.&lt;br /&gt;Jabash attese. Il canto nell’aria si fece via via più intenso. Più definito. Riconobbe le parole pronunciate nella lingua antica del suo pianeta d’origine. Parole che pensava di aver dimenticato. Parole che gli ricordarono luoghi sepolti nella sua memoria. Luoghi che non esistevano più. Terre sacrificate all’insana ambizione dell’Imperatore. Terre che Jabash aveva devastate. Senza rimorsi.&lt;br /&gt;Jabash ascoltavano ammaliato. Il tempo scorreva sulle note parche del canto.&lt;br /&gt;Jabash si voltò. Il suo esercito era scomparso. Ritirato come aveva ordinato. Ora era solo. Solo nello spiazzo.&lt;br /&gt;Lui. Il Tempio. La luce. Il monaco e la donna.&lt;br /&gt;Fece un altro passo.&lt;br /&gt;Poi uno ancora. E finalmente arrivò di fronte al tempio.&lt;br /&gt;La luce era ovunque. Avvolgeva ogni cosa. Anche il monaco e la donna ne erano avvolti. Jabash li osservò. Erano immobili. La donna mugugnava qualcosa di incomprensibile. Forse pregava. Jabash non le prestò attenzione più di un momento. Tese il braccio. Toccò il tempio. E la luce lo riconobbe. Lo avvolse. Lo abbracciò. Lo possedette.&lt;br /&gt;Jabash sentì solo una sensazione di caldo. Un profumo materno.&lt;br /&gt;Chiuse gli occhi. Non vi era altro. Null’altro importava. Solo il canto, la luce e il caldo.&lt;br /&gt;Le lacrime di Jabash caddero a terra.&lt;br /&gt;Il tempo finì.&lt;br /&gt;Lo spazio si contorse.&lt;br /&gt;Restò solo pianeta avvolto da una fitta foresta di verdi lame, uno spiazzo erboso, le rovine di un antico tempio circolare, un monaco, una donna sporca di fango e un uomo conosciuto nell’universo con il nome di Jabash.&lt;/span&gt; &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/20730344-3470509369313858356?l=logosnero.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://logosnero.blogspot.com/feeds/3470509369313858356/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='https://www.blogger.com/comment.g?blogID=20730344&amp;postID=3470509369313858356&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/20730344/posts/default/3470509369313858356'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/20730344/posts/default/3470509369313858356'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://logosnero.blogspot.com/2009/04/le-lacrime-di-jabash-caddero-terra.html' title='Le lacrime di Jabash caddero a terra'/><author><name>Logos</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16949648859334065447</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='12611828999184513050'/></author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-20730344.post-7232885424147684445</id><published>2009-04-03T16:54:00.000+02:00</published><updated>2009-04-03T16:56:35.227+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Rami di Verdi Lame'/><title type='text'>In silenziosa reverenza di quel luogo</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;color:#cc33cc;"&gt;&lt;strong&gt;Rami di Verdi Lame (29)&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;"&gt;Non credette ai suoi occhi. Pensava di conoscere ogni anfratto del suo pianeta. Ogni pertugio che si nascondeva fra le fronde degli alberi. Ogni ombra disegnata dalla foglie sottili e vagamente bellicose che sormontavano le cime dei tronchi alti e fitti. Ma lì non era mai stata. Si chiese come fosse possibile. Cosa era quel luogo in cui l’uomo vestito di nero l’aveva condotta. Si guardò intorno. Un piccolo spiazzo malamente illuminato, troppe foglie lassù in cima. Qualche scolorito e secco arbusto qua e là a rubarsi i pochi raggi di luce che riuscivano a filtrare sino a terra. Guardò in alto e vide un paio di uccelli. Grassi e flaccidi. La saliva le invase la bocca. Aveva fame e pensò alla loro carne grassa e filacciosa. Trattenne l’istinto di estrasse la sua cerbottana e ucciderne uno. Non era il momento. Aveva altro di cui pensare ora. Qualcosa di più importante persino della fame.&lt;br /&gt;Tornò a fissare in mezzo allo spiazzo. Che cosa erano quelle rovine. Sembravano un tempio. Non ne era certa, non ne aveva mai visti di simili ma l’insieme aveva un che di spirituale. Di magico. Di sacro. Anche il silenzio che aleggiava nell’aria era strano. Non lo riconosceva. Era come se la stessa foresta fosse ammutolita. In silenziosa reverenza di quel luogo.&lt;br /&gt;La donna del popolo della foresta guardò l’uomo dalla tunica nera. Era in ginocchio e piangeva. Pensò di avvicinarsi e di scuoterlo. Non era il momento per piangere. Jabash, lo sciacallo, il vile, l’orrendo, li stava inseguendo con tutto l’esercito. Li sentiva ormai, erano vicini. Poteva intuirne l’avanzata dai quattro fronti. Erano ad un passo da raggiungerli. La donna ebbe paura. Non c’era più via di fuga. Jabash non aveva sbagliato e lei e l’uomo in nero erano accerchiati. Quello strano luogo sarebbe stata la fine di tutto. La resa di un conto insanabile.&lt;br /&gt;La donna superò l’uomo nella tunica che era ancora in ginocchio piangente e si avvicinò alla costruzione che dominava il centro dello spiazzo.&lt;br /&gt;L’osservò con attenzione mentre il rumore ritmato dei passi militari dell’esercito di Jabash echeggiava sempre più forte. La costruzione era poco più che un rudere. Circolare. Lo spazio esterno fitto di colonne piccole e sottili. Tre gradini a condurre ad un’entrata. La donna osservò l’interno. Era buio. Nero. Totalmente privo di luce. Le sembrò quasi solido.&lt;br /&gt;La costruzione non era molto alta. Il tetto era completamente distrutto e l’insieme ormai non superava di molto la statura della donna. Lei si avvicinò sino ad esserne ad un passo. Il fragore dell’esercito di Jabash era ora possente. Metallo urlante nella quiete della foresta. Allungò la mano e quasi toccò la superficie della costruzione. Le pareti esterne erano dipinte con colori sbiaditi e consumati. Sembravano intagli geometrici, forme floreali. Strani ghirigori che si inseguivano in ampie e complicate volute. La donna cercò di decifrarne un senso ma le parvero solo abili giochi di prestigio. Decorazioni senza significato.&lt;br /&gt;Pensò che era davvero bizzarro. Circondata dall’esercito dell’Impero, a pochi metri da vedere in volto Jabash, il sanguinario, probabilmente ad un passo da una morte orrenda, dalla fine di tutto, della sua lotta, della sua inutile vendetta. Ogni cosa sul punto di finire. Miseramente. Ma lei era lì. Immobile a fissare una costruzione aliena nel cuore del suo pianeta. Non provava più nemmeno paura. Le sembrava che tutto ora avesse senso. Non riusciva a capire perché ma non desiderava altro che essere lì. Di fronte alle rovine. Come se la sua stessa vita fosse stata un intricato proseguire in un labirinto insensato per poter giungere finalmente a quel luogo e in quel momento. Percepì nell’aria il sacro. Chiuse gli occhi e ben al di sopra del frastuono metallico delle truppe di Jabash udì la voce della foresta. Si concentrò e ne ascoltò il canto. La foresta stava pregando. Pregava per quel luogo, per quelle rovine. La foresta stava venerando quella costruzione.&lt;br /&gt;Ma che cosa era? Chi l’aveva costruita? Perché si trovava lì? Le domande le affollavano la mente e nessuna risposta veniva a lenirla.&lt;br /&gt;Riaprì gli occhi. Guardò le rovine e, tremando, le toccò. La mano aperta, il palmo sporco del proprio sangue e del terriccio che ovunque dominava. Vi appoggiò la mano. Dietro di lei l’uomo dalla tunica nera la osservava. Sentiva su di sé gli occhi penetranti del giovane.&lt;br /&gt;La superficie era liscia. Fredda.&lt;br /&gt;L’uomo le si fece vicino. Aveva il viso rigato dalle lacrime. Solchi nello sporco del volto. Si mise al suo fianco e alzò il braccio. Rimase un momento immobile sfiorando la costruzione. Poi si decise e poggiò la mano a pochi centimetri dalla sua. Lei si voltò e vide che l’uomo aveva il capo chino e stava mormorando qualcosa. Era una preghiera. Un canto leggero e soffuso. Anche lei si mise a pregare. Un antico canto tradizionale del suo popolo. La sua voce era aspra, dura. Le note le uscivano sgraziate ma forti. Socchiuse gli occhi e smise di pensare. Si lasciò invadere dalla preghiera.&lt;br /&gt;I due canti parvero fondersi in un’unica melodia. Un’invocazione comune.&lt;br /&gt;Non si accorse di quando iniziò, forse fu una cosa graduale o forse fu all’improvviso. Di colpo. La luce si fece strada fra le sue palpebre abbassate. Aprì gli occhi senza smettere di cantare e di toccare la costruzione. L’uomo al suo fianco non si era ancora avveduto di nulla. Troppo intento a recitare la sua complessa preghiera.&lt;br /&gt;La donna volse gli occhi verso la soglia del tempio. L’apertura che si affacciava sopra i tre gradini consumati. La ricordava buia. Densamente nera. Ma ora era diversa. Vi era una luce. Una luce calda, viva. Guizzante. Un bagliore che sembrava sprigionarsi da dentro la costruzione. La donna non si sorprese.&lt;br /&gt;La luce si rivolse a lei. La guardò. E poi l’avvolse. Completamente. Fu inglobata dal calore luminoso che veniva dall’interno delle rovine. Passo del tempo. Un tempo lento e immobile. La donna mormorava il suo canto.&lt;br /&gt;Non smise di cantare neppure quando Jabash fece il suo devastante ingresso nello spiazzo.&lt;/span&gt; &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/20730344-7232885424147684445?l=logosnero.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://logosnero.blogspot.com/feeds/7232885424147684445/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='https://www.blogger.com/comment.g?blogID=20730344&amp;postID=7232885424147684445&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/20730344/posts/default/7232885424147684445'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/20730344/posts/default/7232885424147684445'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://logosnero.blogspot.com/2009/04/in-silenziosa-reverenza-di-quel-luogo.html' title='In silenziosa reverenza di quel luogo'/><author><name>Logos</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16949648859334065447</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='12611828999184513050'/></author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-20730344.post-3311324976840218278</id><published>2009-03-31T09:10:00.002+02:00</published><updated>2009-03-31T09:11:18.897+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Rami di Verdi Lame'/><title type='text'>Intermezzo III</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;"&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style="color:#cc33cc;"&gt;INTERMEZZO III&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;Il suo viaggio stava per aver fine. Non ne era sicuro ma tutto ciò a cui aveva dedicato la sua vita e i suoi studi era là. Oltre quella fila di alberi fitti. Sembravano un muro. Una barriera. Un limite da cui si intravedeva l’oltre che andava cercando da così tanto tempo. Vi aveva dedicato tutto. La sua cittadinanza. La sua famiglia. La donna che da ragazzo aveva amato. Persino la sua stessa reputazione di studioso e di accademico. Tutto per la ricerca che ora si stava per concludere. Là. Dietro quegli alberi. Pochi passi ancora.&lt;br /&gt;Si sedette per terra. Non gli importava del fango e del terriccio, ormai erano settimane che viveva nella foresta e persino la sua pelle stava tingendosi del colore delle foglie, sottili, sinuose come lame. Verdi lame.&lt;br /&gt;Indossava pesanti pantaloni di tela tenuti in vita da una corda arrotolata diverse volte. Una lunga casacca di tessuto grezzo e sopra di essa una leggera cotta verdastra. Era dimagrito molto. Le sue provviste era finite da tempo e si era cibato imitando malamente i rituali di caccia del popolo delle foresta. Ma proveniva da una diversa cultura, ricca, abituata ad un benessere dato per scontato. Gli esiti delle cacce erano stati deludenti e si era così accontentato dei pochi arbusti semicommestibili che crescevano sotto lo spesso tetto di foglie. Cibo sufficiente per tenerlo in vita e permettergli di continuare la sua ricerca.&lt;br /&gt;Dalla sacca che portava a tracolla estrasse un pezzo di corteccia che cominciò a masticare. Aveva un sapore intenso, uno strano miscuglio di essenze per lui completamente nuove. Lo rilassava masticarne piccoli pezzi. Le ruminava lentamente per poi sputarle. Molte volte aveva combattuto così i morsi della fame.&lt;br /&gt;Si guardò intorno. Il silenzio era interrotto di tanto in tanto dal flaccido gracchiare degli uccelli neri che bivaccavano sui tronchi più alti. Non gli prestò attenzione e estrasse il quaderno. Fissò le pagine vergate della sua grafia fitta e minuta. Il suo diario. Lì vi erano annotate tutte le sue riflessioni sulla ricerca che stava compiendo. Le prove che si facevano sempre più evidenti. I dubbi che lasciavano spazio a certezze. Le sue ipotesi che divenivano rigo dopo rigo teorie. Inconfutabili. Evidenti. Palesi. La verità sembrava dipingersi sulle pagine consumate e ingiallite.&lt;br /&gt;Il diario conteneva però qualcosa di più importante della verità. La strada.&lt;br /&gt;Aveva mappato il suo cammino con attenzione. Si era avvalso di punti di riferimento che sperava potessero rimanere stabili per lungo tempo. Alberi possenti e secolari dalle forme bizzarre e riconoscibili, i radi corsi d’acqua, rocce che spuntavano qua e là e che sembravano briciole lasciate di proposito da possenti giganti. Nel diario vi era la strada verso la prova definitiva. La strada per possedere la verità.&lt;br /&gt;Cominciò a scrivere. La sua mano era ferma nonostante la fame perenne e la fatica. Senza fretta descrisse il percorso svolto nell’ultima giornata. Ricordava ogni dettaglio con precisione e fedelmente li riportò sul quaderno. Chiunque avesse letto le pagine incise della sua grafia fitta e minuta avrebbe potuto ripercorrere il suo cammino sino a quel punto. Sino alla soglia dell’oltre. Questo era il suo intento. Non scriveva per sé. Ogni volta pensava ad un ipotetico lettore. Un altro esploratore che avesse voluto un giorno ripercorrere le sue orme. La sua ricerca. Un futuro affannato ricercatore della medesima verità.&lt;br /&gt;Scrisse per lungo tempo vincendo la frenesia di correre oltre quell’intrico di alberi.&lt;br /&gt;Lentamente si alzò, sputò il pezzo di corteccia ormai insapore e restò fermo un attimo. Ripensò alla sua carriera di xenologo. Agli studi sulle civiltà dei pianeti ai margini dell’Impero. Rivisse i lunghi anni di pellegrinaggio tra i monasteri dell’Ordine per studiarne la storia e le tradizioni. Conosceva i riti, le leggende, aveva letto i testi sacri, gli scritti eretici. Aveva sgolato libri antichissimi abbandonati in biblioteche diroccate. In una di esse, su un pianeta coperto di un denso e torrido deserto di sabbia gialla, aveva passato lunghi cicli immerso nella lettura di testi rinsecchiti dal caldo. E lì aveva fatto la scoperta. Era nascosta fra le pieghe di forme arcaiche e rituali. Sepolta in parole ormai sconosciute e recitate senza alcuna riflessione. Abbandonata in scaffali polverosi e dimenticati.&lt;br /&gt;Lì vi era una verità che ribaltava la storia dell’universo così come era stata conosciuta sino ad allora. Si rivide giovane studioso abbandonare tutto. Gettare al vento una promettente carriera nelle accademie dell’Impero. Risentì per l’ennesima volta gli sberleffi dei colleghi attempati. Gli insulti. Lasciò tutto e si avventurò da solo nella ricerca. Di fronte a sé solo speranza. O forse un miraggio.&lt;br /&gt;Quanto tempo era passato? Non lo ricordava. Si guardò le mani e le vide rugose. Vecchie. Quando aveva cominciato era giovani, morbide e flessuose. Tanto tempo.&lt;br /&gt;Fece un passo nella direzione degli alberi. Cosa avrebbe trovato, si chiese. La risposta che andava inseguendo da cicli e cicli, si ripeté per l’ennesima volta. E poi? E poi la sua vita sarebbe finita. Finito lo scopo della sua stessa esistenza. Sarebbe stato solo un vecchio con una montagna di ricordi e di recriminazioni. Rimpianti e rimorsi. Solo un vecchio. Nessuna altra ragione. Nessun senso. L’assurdo sarebbe precipitato e l’avrebbe avvolto. Impietoso.&lt;br /&gt;Fece un altro passo. Aggiustò la sacca sulle spalle e chiuse gli occhi. Mormorò una preghiera tradizionale del popolo della foresta e s’incamminò.&lt;br /&gt;Giunse agli alberi in pochi minuti. Erano fitti tanto da rendere quasi impossibile il passaggio. A fatica riuscì a destreggiarsi. Si intrecciò e si fuse con i tronchi. Con la foresta stessa. Un ultima, assoluta, piena comunione fra lui, che era straniero del pianeta, e gli alberi che quel mondo dominavano. Un matrimonio rituale. Un abbraccio. O forse semplicemente l’ultima, finale, approvazione.&lt;br /&gt;Lo xenologo uscì oltre il muro verde e marrone e si trovò di fronte ad un piccolo spiazzo scarsamente illuminato dal pallido sole che non filtrava dalle foglie. In mezzo lo vide. Si rese conto che neppure lui aveva realmente mai creduto alla sua esistenza. Era stata la sua segreta e inconfessata illusione. Il castello di certezze su cui aveva costruito una vita in esilio. L’inganno a cui aveva voluto credere. Ma ora era lì, solido di fronte ai suoi occhi.&lt;br /&gt;Piccolo e diroccato ma enorme nella sua evidenza. Era vero. Era reale. E lo xenologo si inginocchiò e pianse.&lt;br /&gt;L’aveva trovato. Il tempio. Aveva trovato il tempio.&lt;/span&gt; &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/20730344-3311324976840218278?l=logosnero.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://logosnero.blogspot.com/feeds/3311324976840218278/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='https://www.blogger.com/comment.g?blogID=20730344&amp;postID=3311324976840218278&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/20730344/posts/default/3311324976840218278'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/20730344/posts/default/3311324976840218278'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://logosnero.blogspot.com/2009/03/intermezzo-iii.html' title='Intermezzo III'/><author><name>Logos</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16949648859334065447</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='12611828999184513050'/></author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-20730344.post-1711720729979474112</id><published>2009-03-31T09:08:00.000+02:00</published><updated>2009-03-31T09:09:44.791+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Rami di Verdi Lame'/><title type='text'>Vecchio quanto l’universo</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;color:#cc33cc;"&gt;&lt;strong&gt;Rami di Verdi Lame (28)&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;C’era qualcosa là in mezzo. Jabash lo vide sullo schermo leggero del supporto portatile. I satelliti geostazionari si stavano concentrando su un punto preciso del pianeta e la definizione delle immagini riusciva ad essere sufficientemente accurata nonostante il manto di foglie e rami che avvolgeva la superficie. I dati scarni di ogni satellite erano assemblati e, informazione dopo informazione, il computer centrale della Torre di Rilevazione 1 riproduceva un’immagine sufficientemente accurata. Jabash poteva scorgere sulla patina sottile del supporto elementi precisi del terreno: le increspature della vegetazione, i sentieri nascosti creati dal caso o da qualche animale sperduto, le onde del muschio pallido. Ordinò al computer di aumentare lo zoom. L’immagine si ingrandì e si sfocò ma a Jabash parve comunque di vedere due figure minute fra i tronchi. Attivò la riproduzione filmica della rilevazione satellitare e contemplò sullo schermo le due sagome muoversi. Eccoli. Il monaco e la donna, poco più che macchie scure sul mare verde del muschio e del sottobosco. Li vedeva spostarsi sulla mappa creata dai satelliti, correvano veloci. Sicuri. Come se conoscessero la loro destinazione.&lt;br /&gt;Jabash fece scorrere lo sguardo nella direzione della loro corsa. Dapprima non notò nulla di strano. Non riusciva a capire dove il monaco stesse scappando. Stava solo fuggendo senza una direzione? Non sembrava. Correva spedito, senza esitazioni. Senza mai fermarsi, senza mai tentare di sviare i suoi inseguitori, nessuna tattica di mimetizzazione, nessuna strategia riconoscibile di fuga. Il monaco aveva una destinazione, Jabash ne era certo. Ma non riusciva a capire quale fosse.&lt;br /&gt;Scrutò ancora lo schermo e ordinò la diminuzione dello zoom. E fu così che la vide. Non lontana da dove si trovavano il monaco e la donna.&lt;br /&gt;I cinque satelliti geostazionari erano sulla perfetta perpendicolare. I sensori di rilevamento al massimo della sensibilità. La Torre 1 fagocitava dati, insaziabile. L’immagine era lievemente fuori fuoco ma non vi erano dubbi. Jabash rimase a bocca aperta. Come era possibile? Non poteva essere vera. Regolò lo zoom aumentandolo, la risoluzione perse fedeltà ma Jabash non cercava i dettagli. Solo una conferma che ciò che stava vedendo sullo schermo era una finzione. Un’illusione. Un inganno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;-         Stazione di computazione, Torre 1. Mi ricevete?&lt;br /&gt;-         Perfettamente comandante.&lt;br /&gt;-         Voglio che i satelliti si concentrino sulle coordinate che vi sto inviando via supporto portatile. Voglio la massima risoluzione possibile su quel punto.&lt;br /&gt;-         Certo Comandante. Dati ricevuti. Procedo con la ricalibrazione satellitare.&lt;br /&gt;-         Visualizzi l’immagine direttamente sul mio supporto.&lt;br /&gt;-         Satelliti in movimento. Nuovo focus. Informazioni ricevute dal satellite 1. Ora il 2 e il 4. Il 5. 3. Dati completi.&lt;br /&gt;-         Quanto accurati, sergente?&lt;br /&gt;-         Attendiamo la computazione quantica.&lt;br /&gt;-         Mi avvisi quando sarà conclusa.&lt;br /&gt;-         Ricevuto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Jabash tornò a fissare l’immagine. Scosse il capo. Impossibile. Poi ricordò che il monaco stava correndo proprio in quella direzione. Là. Il monaco doveva sapere dell’esistenza assurda di quella cosa. Ripensò alle parole dell’Imperatore. Alla sua laconica frase. Abbiamo paura. Ora Jabash capiva. Se ciò che stava osservando fosse stato vero tutto ciò in cui aveva creduto, la sua vita, i suoi fondamenti, la sua stessa esistenza sarebbero crollati. Montagna flaccida di inganni e falsità. Sentì il panico salirgli in viso. Smise di respirare ed ebbe paura. Un lungo momento di assoluta, cieca, incontrollabile paura. Irrazionale perdita di controllo. Chiuse gli occhi. Si costrinse a regolare il battito del cuore. Respirò forte l’aria odorosa della foresta. Ossigeno. Aveva bisogno di ossigeno. Riuscì a calmarsi. A pensare. Era un inganno. Non poteva che essere così. Una mistificazione. Uno degli infiniti tranelli del Cieco. Maledetto Tiresia. Si. Era di certo così. Un vile trucco. Jabash conosceva le capacità del Priore. Il Veggente lo chiamavano ma era solo un abile manipolatore. Ogni sua parola conteneva inganno e menzogna. Si. Non potevano esserci dubbi. Era un ingegnoso artificio. Si tranquillizzò. Probabilmente neppure il monaco aveva intuito la verità. Correva, sicuro che ciò che lo aspettava a poche centinaia di passi potesse essere vero. Vero e definitivo. Probabilmente sognava il trionfo dell’Ordine e la morte dell’Impero. Jabash ebbe quasi pietà del giovane monaco. Ingannato. Costretto a sacrificare la vita per la gloria di Tiresia, per la sua indecente brama di potere.&lt;br /&gt;Jabash sentì che la paura stava lasciando spazio alla rabbia. Alla sua consueta e amata rabbia. Moriranno, biascicò. Il monaco, la donna, il popolo fetido della foresta e ogni servitore dell’Ordine. E alla fine anche Tiresia. Il Cieco, Il Priore. Desiderò che il sangue chimico di Tiresia gli potesse scivolare fra le dita. Ne immaginò l’odore ammoniacale. Un fremito di piacere lo scosse. Allucinatorio delirio.&lt;br /&gt;Sputò per terra in un gesto che esprimeva tutto l’odio e il disprezzo che provava.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;-         Comandante?&lt;br /&gt;-         Si?&lt;br /&gt;-         Abbiamo le immagini dettagliate. Ma che cosa è quella cosa?&lt;br /&gt;-         Non la riguarda sergente. Trasmetta sul mio portatile e faccia una scansione delle componenti di carbonio 14 e degli altri indicatori di decadimento temporale.&lt;br /&gt;-         Già eseguita Comandante. Viene svolta in automatico dai satelliti.&lt;br /&gt;-         Eccellente. E’ un falso, vero?&lt;br /&gt;-         No, Comandante. Non è un falso. Le rovine del tempio che vede sullo schermo sono autentiche. E stando ai dati raccolti sono vecchie quanto l’universo stesso. Senza alcun margine di errore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Jabash non rispose, guardava l’immagine. Le rovine di un tempio. Piccolo, circolare, le colonne sottili. Il resti della cupola a spiovente. I radi intagli sulle pareti esterne. I tre gradini d’accesso alla stretta entrata. Era un tempio. Era uno dei tempi dell’Ordine. Ed era vecchio quanto l’universo. Nessun trucco.&lt;/span&gt; &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/20730344-1711720729979474112?l=logosnero.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://logosnero.blogspot.com/feeds/1711720729979474112/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='https://www.blogger.com/comment.g?blogID=20730344&amp;postID=1711720729979474112&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/20730344/posts/default/1711720729979474112'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/20730344/posts/default/1711720729979474112'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://logosnero.blogspot.com/2009/03/vecchio-quanto-luniverso.html' title='Vecchio quanto l’universo'/><author><name>Logos</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16949648859334065447</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='12611828999184513050'/></author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-20730344.post-3492073611280550355</id><published>2009-03-31T09:06:00.001+02:00</published><updated>2009-03-31T09:08:35.394+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Rami di Verdi Lame'/><title type='text'>Grida Popolo della Foresta messo a morte. Grida e grida forte</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;color:#cc33cc;"&gt;&lt;strong&gt;Rami di Verdi Lame (27)&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;"&gt;Pensò che era folle. Solo un uomo folle poteva correre in quel modo. Veloce e sgraziato come nessuna creatura mai prima di lui. Era orrendo a vedersi. La fatica gli devastava il volto in rivoli di sudore e sangue che dipingevano una maschera orrenda. Un dio della morte sceso sul pianeta alla disperata ricerca di vittime a cui santificare l’eterna sua sete. Non ne avrebbe trovati. Tutti erano già morti.&lt;br /&gt;La donna seguiva l’uomo vestito con la tunica nera. La foresta urlava. Dolore. Sentiva il dolore degli alberi abbattuti. La linfa verde che sanguinava a terra fecondando il muschio pallido. Nutrendo ossa ormai sbiancate. Nell’aria vi era una vibrazione. La foresta sembrava ribellarsi allo scempio dell’Impero che avanza distruggendo, abbattendo, bombardando. Jabash il maledetto. Niente pareva soddisfare la sua brama. Cane immondo, servo dell’Impero. Sputò per terra la donna. Sentì la rabbia montargli dentro. Una rabbia densa, viscida, che la invadeva, la penetrava, la violava. Una rabbia che la stuprava, così come era stato stuprato il suo popolo. Pacifico e innocente. Figlio del verde e del marrone degli alberi, odoroso di foglie e imperscrutabile come mille tronchi saldi sino alla profondità più lontane della terra.&lt;br /&gt;Quanti villaggi cancellati. Quanti uccisi e deportati. Come non fossero mai neppure esistiti. Neppure il ricordo. Si chiese se lei fosse l’ultima della sua gente. Se tutti gli altri, uomini, donne e bambini fossero ormai polvere a solcare il cielo e come una nube scura ad oscurare il sole, indifferente ad ogni patire. Sole rosso, come un bioia qualunque che continua a girare in cerchio. Avido.&lt;br /&gt;Lei era il suo popolo. Ciò che avrebbe ricordato, ciò che avrebbe raccontato sarebbe rimasto. Altrimenti tutto sarebbe accaduto inutilmente e il suo popolo dimenticato e lei martire sarebbe stata due volte. Uccisa infinite volte.&lt;br /&gt;Pensò al suo popolo. E lo chiamò. Lo invocò a sé come altre migliaia di volte aveva fatto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;-         Venite, disseccati, tritati, macinati, venite, disponetevi in cerchio, una ruota gigante intorno a me, un solo girotondo. Nonni, nonne, padri e madri con i bambini in grembo, ossa, venite a me dalla polvere, venite. Voglio vedervi tutti, guardarvi. Voglio sul mio popolo messo a morte posare lo sguardo zitto e ammutolito.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E la donna correva, come danzasse nella foresta, veloce inseguendo un uomo vestito di nero che portava la sua stessa rabbia, la sua furia e la vendetta che era solo dolore infinito senza alcuno sfogo. Neppure nelle lacrime.&lt;br /&gt;Correva la donna, come danzasse, e cantava. Un canto melodioso e triste soffocato dalla fatica e dal respiro affannoso che nessuno poteva sentire, né capire. Nessuno più parlava la sua lingua e l’uomo davanti a lei era indifferente.&lt;br /&gt;Cantava la donna, un canto parco troppo ornato per essere ricordato, ma lo ripeteva incessante, mormorandolo, gridandolo, sussurrandolo, urlandolo in un unico grido che si perdeva dentro la foresta. Nel buio. E lontano nei ricordi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;-         Suono. Mi sono seduta per terra e ho suonato e cantato malinconica: oh, popolo mio. Milioni sono stati a sentire intorno a me, milioni messi a morte si sono messi in ascolto, milioni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sino a che il cantò non si tramuta in muto pianto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;-         Gridate da ogni sabbia, da sotto ogni pietra, da tutte le polveri gridate e da tutte le fiamme e da ogni fumo. C’è il vostro sangue e sudore, c’è il midollo delle vostre ossa, c’è la vostra carne e vita. Gridate forte, in alto. Gridate. Grida Popolo della Foresta messo a morte. Grida e grida forte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La donna continuò a danzare tra i tronchi bagnandoli di sudore e lacrime. &lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;"&gt;Questi versi sono tratti liberamente dal “Canto del popolo Yiddish messo a morte” di Itzak Katzenelson nella traduzione di Erri De Luca – Mondadori – 2009.&lt;/span&gt; &lt;/em&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/20730344-3492073611280550355?l=logosnero.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://logosnero.blogspot.com/feeds/3492073611280550355/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='https://www.blogger.com/comment.g?blogID=20730344&amp;postID=3492073611280550355&amp;isPopup=true' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/20730344/posts/default/3492073611280550355'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/20730344/posts/default/3492073611280550355'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://logosnero.blogspot.com/2009/03/grida-popolo-della-foresta-messo-morte.html' title='Grida Popolo della Foresta messo a morte. Grida e grida forte'/><author><name>Logos</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16949648859334065447</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='12611828999184513050'/></author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-20730344.post-2289586509855791750</id><published>2009-03-31T09:03:00.001+02:00</published><updated>2009-03-31T09:06:18.839+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Rami di Verdi Lame'/><title type='text'>Cacofonia bassa che trasmutava in un rantolo</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;color:#cc33cc;"&gt;&lt;strong&gt;Rami di Verdi Lame (26)&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;"&gt;Il monaco udì le esplosioni. Tonfi sordi perfettamente sovrapposti. Una cacofonia bassa che trasmutava in un lungo, profondo, rantolo. Bombe. Lo stavano stanando. Sentiva dietro di sé l’eco dei passi marziali dell’esercito di Jabash. Era ancora lontano ma lo sentiva. Forse lo immaginava soltanto ma il rumore degli scarponi sulla terra devastata dai bombardamenti e dagli abbatti-albero era lì, vivo, sincero, nella sua mente. Vide l’esercito come un’emanazione folle della sete di potere di Jabash. Il cane dell’Impero.&lt;br /&gt;Continuò a correre.&lt;br /&gt;Il respiro veloce, affannato. Il corpo allenato alle più dolorose fatiche da anni di noviziato. Sentiva la fatica ma la ignorava. I suoi istruttori avevano plasmato la sua resistenza rendendola assoluta. Ogni suo muscolo urlava invaso dagli acidi della stanchezza ma lui correva, veloce, sempre più veloce, ignorando ogni grido, se non il suo. Alto nel cielo.&lt;br /&gt;La fede. La certezza incrollabile, assoluta, divina di servire il Priore Tiresia, di venerarlo in ogni azione, di glorificarlo in ogni sofferenza, in elevarlo all’Oltre in ogni lacrima versata dell’assurdo sforzo. Era solo questo a spingerlo avanti, un passo dopo l’altro. Un gamba oltre l’altra nell’eterna venerazione del Priore e dell’Ordine. Il monaco credeva. E la fede lo ripagava. Non era mai stato solo umano. Era l’incarnazione vivente, sofferente, urlante, sbavante, della fede, della religione, del Priore e dell’Ordine. La verità assoluta che era destinata ad estendersi ovunque. Gloria al trionfo del Priore. Gloria alla distruzione dell’Impero.&lt;br /&gt;La donna gli era dietro. Si voltò e la vide, leggiadra fra i tronchi, quasi danzasse, quasi volasse sopra l’erba pallida e il muschio nella penombra della foresta. Incrociò i suoi occhi e vi lesse stupore, meraviglia e paura. Il monaco intuì che anche la donna aveva capito che la loro corsa non aveva via di scampo. Erano entrambi condannati a finire nel luogo in cui Jabash, lo Sterminatore, lo Sciacallo, aveva deciso che tutto finisse. Il palcoscenico su cui si sarebbe recitato l’ultimo atto. Il monaco sorrise, un ghigno si disegnò sul volto. Una smorfia rigata dai rivoli di sudore scuro che gli colavano sul volto. Fiumi di sale e sangue. Il monaco accelerò la corsa e gli parve di udire il rantolo affaticato della donna della foresta. Neppure lei poteva capire. Si stavano avvicinando. Mancava ormai poco.&lt;br /&gt;Conosceva la direzione. Non era il caso a guidarlo. Non era Jabash ad intrappolarlo. A costringerlo nella gabbia come un vile topo. Strinse a se con un gesto inconsapevole lo zaino al cui interno era riposto il libro. Il libro. Lì vi erano tutte le risposte. L’aveva letto un’infinità di volte e ogni volta si sorprendeva delle parole che vi erano vergate nella scrittura minuta e fitta del vecchio xenologo. Rivide davanti a sé la pagina, la piccola mappa tracciata con un tratto incerto, titubante. Il percorso nella foresta, impossibile da svelare per le rivelazioni satellitari, la coltre di foglie era impenetrabile ad ogni scan. Un tappeto verde e nodoso che si stendeva sul pianeta coprendolo e nascondendolo. Celando il suo segreto.&lt;br /&gt;Ma a terra la traccia era chiara. Il monaco la vedeva di fronte a sé, gli sembrava che quasi risplendesse luminosa come una scia di luce. La riconosceva. Era la stessa che lo xenologo aveva tracciato sulla mappa del libro. Esisteva davvero.&lt;br /&gt;Il monaco non ne aveva mai dubitato.&lt;br /&gt;Ricordò gli occhi morti e spenti di Tiresia, il Priore, l’Ultimo Cieco. Sentì la sua voce profonda. Lontana. Le poche parole che disse. Non le avrebbe mai dimenticate.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;-         Abbi fede.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E il monaco aveva avuto fede e ora stava correndo seguendo l’invisibile sentiero tracciato dallo xenologo. Una folle corsa per giungere nel luogo in cui tutto si sarebbe concluso. Pensò a Jabash e ancora un ghigno gli si formò sul volto. Percepiva quasi la soddisfazione dell’imperiale, del cane dell’Imperatore. Lo vedeva gioire della vittoria. Pascersi nell’aver ancora una volta abbaiato ai piedi immondi dell’Imperatore. Si sbagliava. Quanto si sbagliava. Non era Jabash a condurre questo gioco, Jabash si illudeva di essere il predatore ma si sarebbe ben presto accorto di essere solo una preda, indifesa. Burattino di un gioco più grande con cui non aveva nulla a che spartire. Se non la sconfitta. Se non la morte.&lt;br /&gt;Il monaco continuò a correre nel fitto sottobosco. E rise. Rise come mai prima aveva fatto.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/20730344-2289586509855791750?l=logosnero.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://logosnero.blogspot.com/feeds/2289586509855791750/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='https://www.blogger.com/comment.g?blogID=20730344&amp;postID=2289586509855791750&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/20730344/posts/default/2289586509855791750'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/20730344/posts/default/2289586509855791750'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://logosnero.blogspot.com/2009/03/cacofonia-bassa-che-trasmutava-in-un.html' title='Cacofonia bassa che trasmutava in un rantolo'/><author><name>Logos</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16949648859334065447</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='12611828999184513050'/></author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-20730344.post-8134861746175656449</id><published>2009-03-25T11:37:00.000+01:00</published><updated>2009-03-25T11:38:09.477+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Rami di Verdi Lame'/><title type='text'>L’esercito di Jabash era Jabash</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;color:#cc33cc;"&gt;&lt;strong&gt;Rami di Verdi Lame (25)&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;"&gt;Jabash fissava il vuoto di fronte a sé, la mente concentrata, lo sguardo perso altrove. Il suo esercito era schierato. In movimento. Distolse l’attenzione dall’immagine della mappa sul supporto portatile e attivo i canali di comunicazione con i fronti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;-         Rapporto.&lt;br /&gt;-         Comandante, fronte nord in avanzata. Direzione 4.2, velocità inferiore allo stabilito di uno fratto quattordici.&lt;br /&gt;-         Fronte sud in avanzata. Direzione 4.3. Velocità prestabilita.&lt;br /&gt;-         Fronte est?&lt;br /&gt;-         Fronte est in stallo. Nessuna possibilità di distruggere la foresta. Tronchi troppo fitti per gli abbatti-albero. Velocità nulla.&lt;br /&gt;-         Ovest?&lt;br /&gt;-         In avanzata. Distrutti due abbatti-albero. Funzionanti in modo ridotto altri tre. Velocità inferiore di uno fratto due lo stabilito.&lt;br /&gt;-         Ricevuto. Aggiornamenti ogni sequenza di frazione. Chiudo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Maledetta foresta. Jabash odiava la foresta. Quel reticolo fitto ed impenetrabile. Ammasso casuale e innaturale di alberi ed arbusti. Odiava quel pianeta sperduto. Per Jabash rappresentava il disordine contro cui si era sempre scontrato. Lui che era condannato alla biologia e all’imperfezione, aveva sempre lottato per portare l’ordine, la perfetta simmetria dell’equilibrio in ogni mondo in cui era stato inviato dall’Imperatore, suo signore. Lui che era sottomesso ai capricci infami di un corpo molle aveva speso ogni giorno della sua vita contro il  caos, verso la lucida e fredda armonia dell’ordine. Poco gli importava che dietro quell’armonia si celassero genocidi e stermini di massa. Le creature inferiori erano solo un offesa alla gloria dell’Impero e un affronto alla perfezione dell’Imperatore.&lt;br /&gt;Imprecò ancora una volta. Spostò lo sguardo sul supporto portatile e contemplò il cerchio perfetto sulla mappa di quel mondo mefitico. Le sue truppe schierate, disegnate come una marea blu, e più in là un puntino rosso: il monaco. Fermo, alla fine di ogni possibile corsa. Rinchiuso con quella donna blasfema in uno spazio verde che si stava facendo via via più piccolo, docilmente rosicchiato dai passi blu dell’esercito che non poteva conoscere ostacoli e limiti.&lt;br /&gt;L’esercito di Jabash era onnipotente.&lt;br /&gt;L’esercito di Jabash era la sua onnipotenza che si manifestava, la proiezione al di fuori di sé e della sua molle biologia, del suo desiderio di non aver limite, di essere ovunque e ogni cosa. L’epifania dell’evoluzione all’oltre. L’esercito di Jabash era la sua impossibile postumanità.&lt;br /&gt;L’esercito di Jabash era Jabash.&lt;br /&gt;Prese di fonte a sé un piccolo auricolare nero e se lo infilò nell’orecchio sinistro. Premette un tasto e si collego con il centro di controllo sulla Torre D-7. Gesti a cui solo lui era costretto. Ogni altro imperiale presente sul pianeta aveva impiantato nella corteccia sistemi di comunicazione a distanza migliaia di volte più veloci ed efficienti. Persino un bambino avrebbe potuto di più di quell’antico trasmettitore. Ogni gesto ricordava a Jabash la sua condanna.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;-         Torre D-7, datemi le coordinate degli aerei a sganciamento rapido.&lt;br /&gt;-         Due per fronte. Sorvolano le truppe come ordinato comandante.&lt;br /&gt;-         Eccellente. Attivate i flyer dei fronti est e ovest. Aprite la strada alle truppe di terra. Tempo dello sgancio 1\12000 cicli standard. Avvisate i comandanti di plotone.&lt;br /&gt;-         Ricevuto. Ordine trasmesso. Impatto fra 1\12000 cicli.&lt;br /&gt;-         Restate in attesa. Chiuso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Chiuse gli occhi e contò. Uno, due, tre… non era neppure arrivato a 12 che udì le esplosioni. Perfettamente sincronizzate, l’una sopra l’altra. Suoni quasi sommati a far vibrare l’aria e le foglie intorno.&lt;br /&gt;Gli ostacoli erano stati rimossi. Il suo esercito avanzava ancora e nessun intralcio a fermarne l’onnipotenza. Nessun limite.&lt;br /&gt;Immaginò il monaco. Desiderò vederne lo sguardo di terrore di fronte al rimbombo del potere dell’Impero, il cupo suono della volontà assoluta dell’Imperatore che si estendeva ovunque. Il marciare del suo inumano esercito. Sorrise Jabash, sorrise di un ghigno crudele. Il monaco avrebbe assaporato la sua furia. Chiunque osasse sfidare il volere di Jabash, il servo fedele dell’Imperatore, era destinato a perire. Morte. Magari veloce ma solo morte. Osservò la propria ombra pallida riflessa sul muschio oltre il confine della foresta. Nell’ombra vide se stesso. Mortale sacca di carne e sangue. Debole e insicura, costretta al caso di una sopravvivenza labile. Fissò le proprie mani. Ruvide. Rovinate dal clima umido di quel pianeta maledetto. Imprecò ancora già dimentico del piacere delle esplosioni di poco prima. Sentì la consueta rabbia montargli dentro e poi l’invidia. L’invidia per uno qualunque dei suoi soldati. Esseri meravigliosamente semi-meccanici. Divinamente inumani. Perfetta comunione di carne e metallo. Osmotica evoluzione ad un oltre che per lui sarebbe rimasto solo un vago desiderio. Non gli sarebbe rimasto altro che la solitudine di una unicità biologica e putrida.&lt;br /&gt;Cibo per vermi. Pensava a se stesso come cibo per vermi. Non sarebbe rimasta che polvere, fine ed impalpabile cenere spazzata via da ogni vento, persino dall’alito di un qualunque bambino. E di Jabash il crudele, il cane dell’Imperatore, lo sterminatore e lo sciacallo non sarebbe rimasta neppure la memoria, neppure il cupo ricordo dei popoli che aveva soggiogato. Sarebbe stato come non essere mai neppure esistito. Mortale, inutile, sacca di carne e sangue.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;-         Comandante?&lt;br /&gt;-         Comandante?&lt;br /&gt;-         Qui fonte est. Mi riceve? Comandante?&lt;br /&gt;-         Ricevo. Rapporto fronte est?&lt;br /&gt;-         Situazione di ostacolo superata. L’intervento aereo ha distrutto l’intrico di vegetazione di fronte a noi e ora gli abbatti-albero procedono regolarmente. Velocità uno su uno.&lt;br /&gt;-         Ottimo. Fronte Ovest?&lt;br /&gt;-         Situazione in costante miglioramento. Gli abbatti-albero ancora in funzione operano a pieno regime e abbiamo solo un leggero ritardo sulla velocità uno, circa di una frazione di ventesimo.&lt;br /&gt;-         Eccellente. Fronti Nord, Sud, Est e Ovest convergere sull’obiettivo. Gloria all’Impero.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Jabash si tolse l’auricolare nero. Era stanco. Questa caccia lo stava spossando. Non sentiva la solita eccitazione che provava ogni qual volta doveva recitare la parte del cacciatore. Non sentiva l’ebbrezza della paura della preda. L’immagine del sangue e della morte che stava portando, quasi l’annunciasse, non gli dava alcun piacere. Agiva meccanicamente ripentendo riti e azioni che ormai aveva imparato a memoria in decenni di comando. Trovare, inseguire, stanare e uccidere. Un burocrate della morte. Non sentiva il brivido dell’adrenalina, l’animale desiderio del sapore ferroso del sangue. No, non quella volta. Si chiese cosa gli stesse succedendo. Si vide vecchio. Cumulo di carne fibrosa. Anacronismo. Non si riconosceva neppure in quello scempio di carne che era il suo corpo. Si sognava metallo. Completamente metallo. Argenteo, lucido, freddo. Perfetto.&lt;br /&gt;Jabash osservò la mappa colorata sul supporto portatile e vide la sua marea blu avanzare più spedita sullo sfondo verdastro della foresta. Il puntino rosso era ancora lontano ma era accerchiato. Non avrebbe potuto sfuggirgli.&lt;br /&gt;Il monaco e la donna della foresta. Chiuse gli occhi. E si costrinse a pensare al rosso del loro sangue. Ci riuscì ma non trovò alcun piacere.&lt;/span&gt; &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/20730344-8134861746175656449?l=logosnero.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://logosnero.blogspot.com/feeds/8134861746175656449/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='https://www.blogger.com/comment.g?blogID=20730344&amp;postID=8134861746175656449&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/20730344/posts/default/8134861746175656449'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/20730344/posts/default/8134861746175656449'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://logosnero.blogspot.com/2009/03/lesercito-di-jabash-era-jabash.html' title='L’esercito di Jabash era Jabash'/><author><name>Logos</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16949648859334065447</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='12611828999184513050'/></author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-20730344.post-8301303894665586263</id><published>2009-03-25T11:35:00.000+01:00</published><updated>2009-03-25T11:36:47.559+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Rami di Verdi Lame'/><title type='text'>Flessuosa come una foglia</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;color:#cc33cc;"&gt;&lt;strong&gt;Rami di Verdi Lame (24)&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;"&gt;Correvano. Veloci. Flessuosa come una foglia mossa dal vento la donna sfiorava alberi ed arbusti. Pareva volare nella foresta. Era la sua casa. Rami e foglie. Marrone e verde.&lt;br /&gt;Sentiva solo il battito del suo cuore, veloce, ritmato. Un tamburo interno che dava il tempo ad una musica che esisteva solo nella sua mente. E nei suoi ricordi.&lt;br /&gt;Stavano scappando. Lei e l’uomo dalla tunica. Non le importava capire chi fosse. Da dove fosse venuto. Per lei era sufficiente ciò che vi aveva letto negli occhi. Il medesimo odio e la medesima pietà. Odio per l’Impero e per il suo sterminatore, Jabash il crudele; misericordia per il Popolo della Foresta. Correva. Lo seguiva. Era davanti a lei di pochi passi e si muoveva sgraziato, non abituato alle regole della foresta. Ma era veloce. Innaturalmente veloce. Non aveva mai visto nessuno muoversi in quel modo. A scatti improvvisi, quasi imprevisti. Pareva sempre sull’orlo di una caduta, di uno scontro con qualche tronco sbucato oltre fitti cespugli ma riusciva sempre a schivare gli ostacoli e andare avanti. Sempre più in fretta. Persino lei, lei che era la figlia e l’amante della foresta, faceva fatica a tenere il suo passo. Lei sentiva la foresta, gli alberi le parlavano una lingua muta e immobile. E sulle loro parole lei correva, quasi volasse.&lt;br /&gt;Si erano fermati nella radura al centro del piccolo villaggio per poco tempo. Avevano tentato di comprendersi ma lei era ancora stordita dal sibilo dell’orrendo cubo. Il suo udito era ritornato quasi alla normalità e lei era riuscita a cogliere il suono della voce dell’uomo vestito della tunica nera. Era profonda sebbene nascondesse un timbro ancora giovane. Era poco più che un ragazzo. Le parole di lui le erano sconosciute. Non aveva mai imparato neppure la lingua degli uomini dell’Impero. Non le serviva. Le bastava riconoscere le loro urla di dolore e di morte dopo i suoi attentati. Aveva raccontato all’uomo la sua storia. Non l’aveva mai fatto prima di allora e lui non aveva compreso nulla, aveva solo ascoltato il suono della voce lontana di vite passate divelte e recise.&lt;br /&gt;Erano seduti ai pochi raggi di sole che filtravano dalle foglie in alto, lui osservava un oggetto che aveva deposto su una roccia e lei osservava lui. Fu lui ad accorgersene per primo. Poi lei sentì il dolore della foresta esplodere tutt’intorno. L’Impero.&lt;br /&gt;Non conosceva neppure il suono della parola rispetto il vile Jabash. Li stava stanando con l’unico mezzo che conosceva: la morte e la distruzione. Sentirono le piccole vibrazioni di oggetti volanti, come uccelli di metallo. Sentirono il fischio delle bombe che si abbatteva sulla foresta creando spiazzi enormi ed innaturali. Udirono il violento rumore delle macchine abbatti-albero che l’Impero tante altre volte aveva usato per devastare la Foresta e, infine, dentro i polmoni percepirono il ritmo, cadenzato e basso, della marcia. Migliaia di uomini avanzava dietro gli abbatti-albero senza tregua, senza interruzione. Un passo dopo l’altro.&lt;br /&gt;La donna li aveva visti molte altre volte ma non riusciva a trattenere il brivido di orrore di fronte ai soldati dell’Impero. Creature fatte di carne e metallo dagli occhi spenti e cattivi. Si era chiesto se erano vivi ma ben presto se ne era disinteressata. Come ogni cosa dell’Impero anche quelle creature semi umane le erano nemici.&lt;br /&gt;L’uomo aveva raccolto le sue poche cose di fretta, deposto il libro delicatamente nella sacca e le aveva dato la mano. Un gesto semplice. Complice. L’intimità che lei non aveva più dato a nessuno dopo l’arrivo dell’Impero sul suo pianeta.&lt;br /&gt;Lei gli prese le dita scheletriche e nodose.&lt;br /&gt;Lui cominciò a correre. E lei lo seguì. Esattamente come ora. Senza nessuna apparente direzione.&lt;br /&gt;Avevano un buon vantaggio dall’esercito dell’Impero ed ad ogni passo guadagnavo terreno. L’esercito si muoveva lento ma implacabile. Una marea oltre gli argini che dilagava ovunque seppellendo ogni cosa. Un fiume enorme, placido, che non si sarebbe mai fermato.&lt;br /&gt;Per un momento chiuse gli occhi. Prima o poi li avrebbero raggiunti. Avrebbe avuto di fronte a sé Jabash. Sarebbe morta fissandolo negli occhi e sputandogli addosso tutto l’odio di cui sarebbe stata capace. Desiderò con tutta sé stessa che quel momento arrivasse presto.&lt;/span&gt; &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/20730344-8301303894665586263?l=logosnero.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://logosnero.blogspot.com/feeds/8301303894665586263/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='https://www.blogger.com/comment.g?blogID=20730344&amp;postID=8301303894665586263&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/20730344/posts/default/8301303894665586263'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/20730344/posts/default/8301303894665586263'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://logosnero.blogspot.com/2009/03/flessuosa-come-una-foglia.html' title='Flessuosa come una foglia'/><author><name>Logos</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16949648859334065447</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='12611828999184513050'/></author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-20730344.post-513377206075733177</id><published>2009-03-25T11:34:00.001+01:00</published><updated>2009-03-25T11:35:48.654+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='Rami di Verdi Lame'/><title type='text'>Intermezzo II</title><content type='html'>&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;color:#cc33cc;"&gt;&lt;strong&gt;Rami di Verdi Lame (23)&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="justify"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;font-size:85%;"&gt;INTERMEZZO II&lt;br /&gt;Il libro. La mano sanguinava, rosso ovunque.&lt;br /&gt;Il sapore ferroso del sangue si mischiava con gli odori di spezie del porto e il dolciastro del lago si confondeva con il sapore sapido della morte. Oltre la riva, sfuocate sul lago si vedevano piccole vele sfiorare la superficie sporca dell’orizzonte e scivolare via in una perenne staticità eterna. Voci e grida si inseguivano nello spiazzo intorno allo sbarco delle navi. Uomini e donne e bambini, una calca indistinta di corpi accaldati e sporchi. Bancarelle e mercanzie accatastate in un mercato improvvisato che attraeva le genti delle aree abitate vicine e persino un po’ oltre.&lt;br /&gt;Il Popolo della Foresta non aveva nessuna forma regolamentata di economia e tutto funzionava attraverso scambi e baratti di varia natura, perlopiù casuali incroci di esigenze diverse. Cibo per abiti, abiti per attività di qualunque natura, il costo era deciso semplicemente dal bisogno di quel momento. Non esisteva il guadagno solo la quotidiana soddisfazione di richieste e necessita di base. L’avidità non era mai stata neppure pensata.&lt;br /&gt;Il pianeta della foresta era generoso con il suo popolo: spazi e terre per chiunque li volesse, cibo in abbondanza anche se privo di variazioni, una dieta ripetitiva e noiosa. Ogni altra cosa era un bisogno superfluo. Un lusso inutile.&lt;br /&gt;Il porto era il luogo in cui di solito gli scambi si concentravano, nessuno lo aveva mai stabilito ma era ormai prassi comune accalcarsi lì per cercare quanto serviva tanto che in alcuni giorni vi si riuniva così tanta gente da rendere impossibile ogni forma di baratto e tutto sfociava in urla e confusione. Ogni abbozzo di pseudocommercio falliva miseramente.&lt;br /&gt;Il sole quella mattina era sorto pallido.&lt;br /&gt;Una leggera brezza spirava portando il sapore salmastro delle acque lacustri e spazzando via l’inconfondibile odore di muschio e alberi che gli abitanti della foresta si portavano addosso come un marchio. Il profumo dell’appartenenza.&lt;br /&gt;C’era confusione, il solito sottile chiacchiericcio urlato di ogni mercato della galassia ma c’era dell’altro, sembrava che intorno aleggiasse qualcosa di diverso. Un silenzio denso pareva nascondersi sotto la superficie del vocio e ogni tanto emergeva improvviso, muto. Non era raro quella mattina vedere persone fissarsi come in attesa che qualcosa capitasse. Vi era nell’aria un’aspettativa di sventura, la sensazione di un disastro.&lt;br /&gt;Inizialmente nessuno si accorse del vecchio. Giaceva in un angolo, quasi nascosto da una massiccia costruzione di legni scuri. Un semplice deposito utilizzato per stoccare piccole quantità di merci varie. Un luogo comune nel panorama del mercato tanto che nessuno vi prestava più attenzione. Era lì. Sepolto dall’ombra nera del rozzo deposito.&lt;br /&gt;Vecchio, i capelli bianchi lunghi e disordinati gli cadevano sulla fronte e sugli occhi spalancati. Immobili e fissi sul nulla. Gli abiti erano sporchi di foresta, macchiati di verde e marrone in una naturale ripetizione mimetica dello sfondo abituale del pianeta. Era magro. Il viso scavato, segnato da una barba spessa e grigia. La bocca aperta a disegnare uno strano ghigno. Sembrava sorridere. Un sorriso deforme che veniva dal regno dei morti.&lt;br /&gt;Dapprima furono dei bambini a vederlo. Lo presero a calci pensando fosse un vecchio addormentato, ci giocarono un po’ fino a che uno di loro non suggerì che forse era morto. Chiamarono i genitori con l’entusiasmo dei bambini di fronte alle novità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Un morto! Un morto!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E il Popolo della Foresta scoprì che l’omicidio aleggiava sulle loro teste e che il tabù poteva essere infranto. Ma ad altri fu chiaro che il cielo stava venendo a reclamare la loro beata solitudine. La fine si era svelata.&lt;br /&gt;Il vecchio sembrava essersi trascinato per chilometri prima di accasciarsi e morire. Le sue scarpe erano consumate e sul viso si leggeva la fatica della vita che scivola via. Lentamente.&lt;br /&gt;Lo deposero su una tavolozza di legno cercando inutilmente di animarlo. Gli tolsero la casacca lacera e videro la ferita. Uno squarcio profondo e lungo sulla parte laterale del costato. Era morto dissanguato cercando di raggiungere il porto stringendo fra le dita, persino oltre la morte, un oggetto. Un libro. Mai ne avevano sfogliato e letto uno ma sapevano che quell’oggetto era un libro. Consumato e fitto di una scrittura minuta e indecifrabile.&lt;br /&gt;Le unghie taglienti del vecchio avevano scavato la superficie della copertina di pelle leggera. Il polpastrelli conficcati così in profondità da lasciare solchi e gibboni. Vi era il senso di una vita e la ragione di una morte in quella presa.&lt;br /&gt;Il popolo della foresta che era accorso numeroso a vedere il cadavere dell’uomo ucciso si chiedeva chi fosse. Non era uno di loro. Neppure la foresta con i suoi colori era riuscita a cancellare il pallore lontano di una pelle aliena. I tratti del viso era diversi. Nessuno sapeva spiegare come o per quale ragione ma erano differenti. Estranei.&lt;br /&gt;Il vecchio non era un uomo della foresta.&lt;br /&gt;Fu lasciato a giacere immobile sulle assi di legno per molto tempo fino a che non vennero dai villaggi vicini gli sciamani.&lt;br /&gt;Il porto era deserto e avvolto dalla notte quando giunsero e si sedettero intorno al corpo del vecchio e presero una decisione.&lt;br /&gt;Per gli sciamani non esisteva il tempo. Le giornate passavano identiche l’una all’altra ma non vi era ripetizione, non un unico giorno che si rincorreva identico e assillante. Il tempo era una distesa che si svolgeva meravigliosa di fronte a loro. Il tempo aveva senso di per sé, nel suo banale scorrere. Non si dava qualità all’eternità che passava.&lt;br /&gt;Sedettero per lunghe frazioni di ciclo. Il Popolo della Foresta in disparte, sul limitar del bosco in attesa di una loro sentenza. Intanto lo sciabordio placido del lago continuava indifferente.&lt;br /&gt;La sentenza venne. I saggi si alzarono sulle loro gambe malferme e stanche. Uno di loro parlò. Non avevano discusso. Non avevano neppure parlato. Avevano lasciato che il silenzio li penetrasse e li conducesse alla decisione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Che sia bruciato. L’uomo straniero non è mai esistito. Così pure la sua morte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Poche parole. Parole di paura. I saggi sapevano. I saggi avevano capito. Il loro mondo era giunto alla fine. La Foresta sarebbe stata distrutta e tutto il suo popolo perseguitato e ucciso.&lt;br /&gt;Le porte segrete del cielo si erano aperte e quel vecchio che giaceva di fronte a loro era un emissario delle stelle e di tutti gli altri loro popoli. Ucciso probabilmente da altri emissari. Uomini che non conoscevano il tabù della morte.&lt;br /&gt;Mentre lo sfrigolio del fuoco ardeva il corpo scheletrico del vecchio gli anziani alzarono una preghiera, un triste lamento che salì a spirale verso il cielo accompagnato dalle volute di fumo acre che si sprigionano dalla pira.&lt;br /&gt;Nessuno nel cielo avrebbe ascoltato quella preghiera.&lt;br /&gt;Il libro che il vecchio stringeva tra le dita non fu arso. Venne affidato al più saggio fra gli sciamani affinché lo custodisse segreto. Silenzioso monito al Popolo delle Foreste. Nessuno doveva conoscerne l’esistenza. Sarebbe stato tramandato da sciamano a sciamano fino a che qualcuno non sarebbe venuto a reclamarlo. Ma allora sarebbe stato già troppo tardi.&lt;/span&gt; &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/20730344-513377206075733177?l=logosnero.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://logosnero.blogspot.com/feeds/513377206075733177/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='https://www.blogger.com/comment.g?blogID=20730344&amp;postID=513377206075733177&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/20730344/posts/default/513377206075733177'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/20730344/posts/default/513377206075733177'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://logosnero.blogspot.com/2009/03/intermezzo-ii.html' title='Intermezzo II'/><author><name>Logos</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16949648859334065447</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:extendedProperty xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' name='OpenSocialUserId' value='12611828999184513050'/></author><thr:total xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'>0</thr:total></entry></feed>