17 febbraio 2006

L'invasione aliena

L’INVASIONE ALIENA

La mattina del suo quarantanovesimo compleanno il signor Jacopus Balevius scoprì che il mondo era stato invaso dagli alieni.

Ne ebbe una prima fugace impressione quando alle sette del mattino, come ogni santa mattina che Dio mandava in terra, la sveglia cominciò a gracchiare, sintonizzandosi automaticamente su Radio Cucina.

Il signor Jacopus amava svegliarsi con la voce suadente della signorina che elencava gli ingredienti di qualche complessa e arcana prelibatezza, era davvero pacificante sentire il dolce timbro femminile scandire con soave leggerezza: “250 grammi di burro, 400 grammi di farina, un cucchiaio di zucchero” e così via.

Il giorno assumeva un colore diverso, per un attimo gli sembrava quasi di sentire la fragranza delle torte appena sfornate, il profumo degli arrosti appena cotti e le note muschiate di qualche vino pregiato. Se poi era di luna buona, chiudendo gli occhi, si immaginava che questa (bellissima) signorina l’attendesse in cucina, pronta a servirlo e riverirlo, come una moglie di altri tempi.

Proprio la mattina del suo compleanno però la signorina che ormai lo svegliava da anni era stata sostituita e al posto di una ricetta prelibata e fantasiosa, declamata come la più romantica delle poesie, strillava dagli altoparlanti della sua radiosveglia una voce burbera e concitata. Il tono militare e prepotente era così marcato che anche via radio si riusciva ad immaginare un qualche generale impettito e altezzoso, abituato a dare ordini e ad essere obbedito immediatamente.

Il signor Jacopus, ebbe bisogno di qualche secondo per capire cosa stesse succedendo, all’inizio pensò a qualche vicino infuriato che urlava improperi e ingiurie, poi quando pian piano la coscienza emerse da fumi del sonno, capì che si trattava della sua piccola radiosveglia e, strizzando gli occhi per concentrarsi meglio, si mise all’ascolto.

In realtà la prima cosa a cu pose attenzione fu l’assenza della sua bella signorina, si sentì un po’ tradito, ma come? Proprio il giorno del suo compleanno doveva farsi sostituire da questo tale urlante? Rassegnato si mise all’ascolto di ciò che la radio, tramite la voce sempre più congestionata dell’uomo, stava diffondendo nella stanza. All’inizio capì solo qualche parola qua e là: “rimanere in casa”, “creature provenienti dallo spazio”, “pericolo per la vita umana” “niente panico”… Se questi pochi sprazzi sarebbero bastati ad una persona qualunque per quantomeno allarmarsi, il signor Jacopus, che era noto per la sua flemma intoccabile, rimase tranquillo e cercò d trasformare quelle poche parole urlate in un discorso compiuto:

La Terra è stata invasa da creature provenienti dallo spazio con chiari intenti bellicosi, si pregano tutti i cittadini di rimanere all’interno delle proprie case; l’esercito in accordo con il governo sta già mettendo in campo tutte le risposte necessarie atte a fermare l’invasione. Vi raccomandiamo niente panico. In caso di attacco alla vostra abitazione vi preghiamo di contattare il Ministero dell’Interno al numero di centralino 06/5286 per segnalare l’indirizzo dell’attacco e l’eventuale numero di feriti morti. Grazie della vostra collaborazione”.

Il signor Jacopus socchiuse ancora di più gli occhi, era quasi possibile vedere i suoi neuroni che si scambiavano informazioni cozzando l’un l’altro, cercando di completare un pensiero complesso e una reazione a quanto appena udito ed ecco che all’improvviso il signor Jacopus sorrise.

Era arrivato alla conclusione di intricate elucubrazioni e la risposta che la sua mente aveva prodotto era geniale:

“Ma allora oggi non si deve andare in ufficio?”

E così si rimise sotto le coperte e si riaddormentò in un batter d’occhio, lasciando la radio accesa sulla voce monotona e ripetitiva dell’annuncio dell’invasione che, come una nenia, lo cullò dolcemente e lo accompagnò tra le braccia di Morfeo.

Dormi per tutta la mattinata di un sonno profondo e beato e solo quando mezzogiorno era già passato si svegliò, riposato e rilassato.

Come spesso capita, nei primi attimi del risveglio la mente dell’uomo è come liberata dai suoi ricordi, dal suo vissuto e in fondo dalla sua stessa vita, come se nascesse ogni giorno come una sorta di lavagna intonsa, poi, quasi che un condotto si aprisse, arrivava la cascata dei ricordi e con essi anche tutta la sofferenza o la gioia del vivere.

IL signor Jacopus all’inizio, guardando la radiosveglia, si spaventò dell’ora: mezzogiorno?! E’ tardissimo! Devo correre in ufficio! Poi ricordò. E si rilassò.

Pigro e ciondolante come può essere un uomo a cui hanno regalato una giornata di ferie proprio il giorno del proprio compleanno, si preparò la sua solita ricca colazione, si fece una bella doccia e, vestitosi con il suo abito migliore, uscì di casa.

Non che dovesse andare da qualche parte in particolare: il frigorifero era ben pieno, il giornale non lo acquistava da anni, amici non ne ricordava dai tempi del liceo, voleva semplicemente fare due passi.

Sceso in strada notò subito che qualcosa non andava.

Di solito a quell’ora vi era un caos vociante di gente che andava e veniva, correva e parlava, in fondo a pochi metri dal centro della città di solito a mezzogiorno c’è un bel via vai. Oggi la strada era deserta e ovunque lui voltasse lo sguardo vedeva solo negozi vuoti, macchine abbandonate per strada, fogli di giornale svolazzanti per aria, insomma il deserto.

Anche in questo caso gli occhi del signor Jacopus si strinsero, segno inequivocabile che la sua mente agile e scattante era all’opera. Fu così che si accorse che la notizia che la radio aveva diffuso la mattina non era rivolta solo a lui e al suo andare o meno in ufficio, ma che era una comunicazione globale, destinata a tutti e che aveva portato delle conseguenze su ogni singolo uomo e ogni singola donna della città: tutti erano rimasti a casa dall’ufficio.

Si sentì un po’ uno stupido per essersi alzatosi così presto mentre ancora tutti dormivano e se li immaginò ancora pacifici sotto le coperte a riposare.

In fondo non era una cosa così grave, poteva ancora dedicarsi alla sua passeggiata e, anzi, non ci sarebbe stato nessuno a disturbare il suo vagabondare senza meta.

Di buona lena, col suo passo deciso e sicuro, il signor Jacopus si mise in marcia.

Era un novembre non particolarmente freddo ma con una persistente umidità nell’aria che formava dei piccoli banchi d nebbia non più grandi d pochi metri ma fitti e spessi. Ecco che allora a volte i monumenti che il signor Jacopus andava via via cercando erano come scomparsi, nascosti alla vista da questa strana nebbia biancastra. Il signor Jacopus non aveva molti hobby, potremmo dire che non ne aveva alcuno, se non quello di girare per la città e di gustarsi le vie, i palazzi, i monumenti, le bellezze architettoniche che ormai, dopo tanti anni, conosceva così bene da poterseli prefigurare prima ancora di vederli. Prima di girare l’angolo, sapendo che avrebbe trovato il monumento funebre ai caduti dell’ultima guerra, se lo costruiva nella mente: il cavallo sanguinante, l’uomo ferito, la bandiera floscia sul masso inciso e così via. Era come un gioco, un quiz sui particolari sempre più piccoli che il signor Jacopus si divertiva a ricordare e a indovinare prima di vederli effettivamente.

Se per uno solo può essere difficile ma in fondo fattibile per tutti i singoli monumenti della città questo passatempo richiedeva un discreto impegno e una buona memoria.

Fu deluso, perciò, il signor Jacopus quando, man mano che procedeva per le vie cittadine si accorse che le sue amate fontane, le sue ammirate statue e tutte le opere memorabili che aveva imparato a conoscere così bene, erano coperte da questa nebbiolina bianca, infida che, guarda il caso, si andava a porre proprio lì, dove sorgeva o il monumento ai caduti, o quello alla vittoria, o la piccola chiesa dei santi liberati. Sembrava quasi che volesse farsi beffe di quell’unico spettatore vagante per le strade oscurandogli proprio gli edifici e le opere che lui cercava.

Dopo aver camminato per un po’, il signor Jacopus cominciò a spazientirsi. Diamine! Era il suo compleanno e ne capitavano di ogni colore! Prima la sua bella signorina scomparsa dalla radio, poi quel vocione antipatico e burbero, ancora poi la gente ancora a letto e ora, questa maledetta nebbia, proprio lì! Dico io! Con tutto lo spazio che c’e’ in giro!

Come avevamo già sottolineato però il signor Jacopus era un uomo molto pacato e molto riflessivo che mai si abbandonava a comportamenti frettolosi ed eccessivi e quindi, più di tanto, non si indispose e continuò a camminare.

Proseguì lungo il solito tratto che inconsapevolmente seguiva quasi tutti i giorni che lo portava dal ponte sul fiume, lungo il parco del Duomo, sino alla porta dei cavalli e da lì, passando per il parlamento, giungeva alla piccola piazza che ospitava l’opera che lui più di tutte amava.

La Fontana della Piramide. Si trattava di una semplice fontana a forma di piramide a pianta quadrata, piuttosto tozza e ormai un po’ degradata ma che per il signor Jacopus era meglio di ogni altra creazione umana, era la meraviglia fra le meraviglie dell’uomo; tutto al suo confronto sbiadiva e si trasformava in una semplice opera di architettura. Solo alla Fontana della Piramide il signor Jacopus riconosceva a pieno titolo il valore di Arte Bella.

Come accennato, non era che una piramide di basalto nero alla cui cima era stata posta una piccola sfera che sprizzava un rivolo d’acqua che scendeva come un manto a coprire tutta la piramide.

Il signor Jacopus era capace di rimanere per ore a fissare quella costruzione, ammirato, ammaliato, inebetito.

Quel giorno però accadde qualcosa di diverso.

Già da lontano si accorse di qualcosa di insolito ma prima di dare giudizi affrettati preferì proseguire per cercare di vedere meglio ciò che da distante gli sembrava folle. Strinse gli occhi, questa volta solo per cercare di combattere la sua miopia che si era sempre rifiutato di correggere con gli occhiali. Fu sol però quando si trovi a pochi metri dalla sua fontana preferita che le informazioni vaghe che gli arrivavano dagli occhi presero forma e la sua mente riuscì a computare ciò che aveva davanti.

Un essere strano abbigliato con un ancora più insolito abito stava indirizzando un tubo verso la sua fontana e questa stava cominciando a circondarsi di quella insolita nebbia che il signor Jacopus aveva visto sin lì e che aveva attribuito ai capricci di un tempo bizzoso.

Questa volta, sebbene non capisse di preciso né chi fosse quell’essere strano dalle quattro braccia, né cosa stesse esattamente facendo al suo monumento tanto amato, il pacato signor Jacopus fu pervaso, forse per la prima volta vita sua, da una rabbia sorda e incontrollabile e così, furibondo e impettito come un gallo da combattimento, si scagliò verso quel singolare individuo.

“Hei! Lei” Ma che cosa sta facendo alla fontana? Si fermi subito! Ce l’ha l’autorizzazione del comune ad usare quel coso?” e così dicendo indico con un gesto vago il tubo da cui usciva una specie di raggi azzurrognolo che colpiva la fontana e che creava quella nebbiolina coprente.

La creatura, che solo il lettore più attento avrà identificato come uno degli alieni che proprio quella mattina avevano invaso il pianeta, si voltò di soprassalto.

E’ piuttosto singolare che un essere alieno alto oltre tre metri, munito di quattro braccia possenti, denti affilati come cesoie, coperto da una corazza naturale impenetrabile e vestito di un armatura di un metallo così resistente da poter essere modellato solo a temperature solari si spaventò e indietreggiò all’assalto arrembante d un omuncolo alto poco più che un metro e settanta che con la sua andatura spedita ciondolava malfermo sulle gambe esili.

“Allora mi sente? La smetta IMMEDIATAMENTE di fare… di fare… beh… quello che sta facendo alla fontana”.

Il traduttore universale che l’alieno portava nel casco dell’armatura ci mise un po’ a tradurre quella frase, era orma abituato a tradurre sol parole di paura, di richiesta di pietà e preghiere pronunciate in punto di morte e non era pronto a traslare nella lingua ringhiante della creatura quelle parole minacciose.

Quando però finalmente il traduttore fece il lavoro per cui era stato progettato e costruito, l’alieno, il cui nome era Krjill che significava più meno: colui il quale nelle pianure innevate del pianeta senza sole uccide senza paura i leoni volanti del vulcano perenne, fissò l’omuncolo incuriosito e perplesso.

Non dovevano essere stati tutti rinchiusi nei campi di internamento quelle creature molli e deboli che infestavano questo ridicolo pianeta? Questo qui da che parte era saltato fuori?

Krjill, che di solito preferiva l’uso delle armi a quello delle parole, per la prima volta da quanto la sua astronave aveva toccato il suolo della Terra si rivolse al terricolo e, utilizzando il traduttore universale, gracidò al microfono della sua tuta spaziale corazzata.

“Terrestre la tua presenza in questo luogo mi disgusta e infastidisce, non mi spiego come le operazioni di rastrellamento si siano dimenticate di te. Vorrà dire che sarà compito di Krjill stesso porre fine alla tua esistenza.”

Il signor Jacopus, che in vita sua di fesserie ne aveva sentite un sacco (lavorava nell’ufficio di un famoso politico come addetto alla campagna elettorale), non collegò immediatamente le informazioni che la radio gli aveva dato a mattina su quella accidentale invasione aliena con il mostruoso essere che aveva davanti e continuò a pensare che si trattasse di qualche addetto comunale folle, magari uno di quei poveretti non tanto apposto di testa che vengono assunti dal comune per svolgere qualche mansione facendoli sentire utili.

“Senti tu… Smettila con queste stupidaggini! Forse non sai che quella fontana un’opera d’arte e va trattata con il massimo rispetto e riguardo! Che cosa è quel diavolo di aggeggio che hai fra le mani? Piantala di sparare quel raggio contro la piramide non vorrei mica che si rovinasse!”

Chiunque fra i lettori avesse conosciuto nel corso degli anni il signor Jacopus si sarebbe certamente stupito di questa reazione così veemente, credo che nessuno lo abbia mai visto così infuriato tanto da alzare la voce e urlare.

L’alieno di nome Krjill invece era ben noto per essere una testa calda e fra la sua gente (che già era nota nell’universo per essere la più aggressiva e impaziente) era considerato uno tra i più litigiosi e irruenti ma questa vola, stranamente, decise di non decapitare seduta stante quell’esserino e di dargli ascolto, persino di rispondergli.

“Cosa sto facendo omuncolo terrestre? Sto cancellando la vostra storia! Sto rendendo questo insulso pianeta libero del ricordo di voi, patetiche creature deboli e molli. Vuoi sapere come lo faccio? Semplicemente cancellando dalla faccia del pianeta tutte le vostre “creazioni artistiche” sparse qua e là”.

Sebbene il traduttore fosse stato programmato bene non era impostato per trasmettere le inflessioni più aguzzi e pungenti della voce dell’alieno, tuttavia questa volta le parole “creazioni artistiche” suonarono proprio come virgolettate, segno di tutto il disprezzo di Krjill per l’arte dell’uomo.

Il signor Jacopus rimase per un momento fermo e mobile, non ci è dato di sapere se stava semplicemente pensando o se era rimasto basito da questa sincera rivelazione della creatura, certamente nella sua mente ora era ben chiaro che quella mostruosità davanti ai suoi occhi non era un impiegato comunale.

Il signor Jacopus alzagli occhi, fisso il casco dell’alieno come se stesse guardando dritto verso le pupille blu della creatura e con voce ferma pronunciò le sue ultime parole:

“Credi veramente che cancellando dalla faccia della Terra tutte le effigi materiali dell’uomo tu possa cancellarne il ricordo? Credi davvero che distruggendo o oscurando tutti i manufatti, tutte le creazioni artistiche (e qui la voce si fece un po’ più dura) che l’essere umano a prodotto dalla notte dei tempi sino ad oggi voi, creature aliene e stupide, possiate annullare l’esistenza stessa dell’uomo, il dominio dell’uomo su questo pianeta? Se lo credi, orrendo essere, allora avrai sì conquistato questo pianeta sconfiggendo la razza umana ma sarai rimasto una creatura stolta e senza conoscenza. Avrai dimostrato forse di essere più forte ma avrai reso chiaro a me e chiunque altro popoli questo assurdo universo che siete una razza primitiva, senza cultura, senza sapere. Che siete semplicemente ignoranti!

Sorrido quasi nel sentire le tue parole, l’assoluta ottusità che le permea: cancellare i prodotti dell’uomo per cancellare l’uomo! Che ridicolezza!

Vedi, mio caro sciocco alieno, probabilmente io non vedrò l’alba del giorno che verrà e questo mio compleanno sarà l’ultimo della mia vita ma permettimi di spiegarti una cosa che forse tu neppure riuscirai a comprendere.

L’uomo ha vissuto su questo pianeta, con questa Terra da migliaia di anni, si è evoluto da forme di esistenza primitive e da forme di coscienza inferiori sino ad arrivare ad essere una creatura ancora imperfetta e debole ma ormai legata indissolubilmente a questa solida roccia che ci sostiene.

Nel corso dei secoli creato infinite sono state le meraviglie che la mano e la mente dell’uomo hanno realizzato, splenditi tesori prodotti dal genio d quella anomalia bizzarria dell’evoluzione che è l’autocoscienza, dipinti, sculture, tragedie e costruzioni geniali come questa fontana che stai distruggendo e lo abbiamo fatto grazie ad un vivido, imprevedibile, assurdo impeto che si sprigiona improvviso dalla parte più profonda del nostro essere e che non riusciamo a trattenere. Una forza che ci costringe a sporcare le mani nei colori, nell’affaticare le dita nel modellare la cera, nel sederci al tavolo e versare mari di inchiostro nero.

Quale sensazione di potere, di forza ci dava il poter creare, il poter convogliare quella pulsione che sta in fondo a noi e donarla ad un nostra opera, quale sensazione di realizzazione, di completezza, come se solo in quel momento l’uomo potesse trovare il senso di una esistenza inspiegabile e assurda, atta di ripetuti atti fisiologici incontrollabili e irrefrenabili.

Pensi forse che la vita sia la somma delle migliaia di defecate e di battiti involontari che siamo costretti a subire? Come vi potrebbe essere libertà nel ciclo quotidiano, perenne del fame-cibarsi-assimilare-cacare? La libertà dell’uomo sta nell’incanalare la sua pulsione creativa e nel produrre, nel realizzare. E’ solo in quel momento che l’essere umano sceglie di essere padre, solo in quel momento l’uomo sperimenta a pieno il senso della paternità. L’ideazione, la produzione, la realizzazione sono il vero concepimento che l’uomo sperimenta. Neppure i figli che sono così amati possono rappresentare la pura, totale, assoluta libertà dell’uomo, essi sono frutto di una pulsione fisiologica e ne sono semplicemente un meraviglioso omaggio, ma solo nella consapevole,volontaria attività artistica l’uomo fuoriesce dalla sua fisiologicità, da suo essere corpo e, trascende, sé stesso e giunge ad essere libero!

Vedi, immondo essere, è grazie a questa capacità di andare oltre nell’atto creativo che tu non potresti, neppure dopo mille anni, cancellare da questo pianeta la memoria, lo spirito, il ricordo dell’uomo.

La Terra è intrisa di questo impulso creativo trascendente, perché è con la materia della Terra che questo impulso si è incanalato e ha trovato la sua realizzazione. La Terra è la materia informe che è stata via via modellata dallo spirito creativo dell’uomo e ne è rimasta pervasa, contaminata, intrisa sino a farlo diventare un suo stesso attributo.

Non può esistere quest’atto creativo dell’uomo se non vi è una sostanza informe da modellare e ricreare al nostro volere libero. Non vi è precedenza fra spirito e materia nell’atto creativo, essi si equiparano e si realizzano, esistono!, solo nel momento in cui si fondono.

L’uomo è libero solo nel momento in cui mette concretamente le mani nell’argilla molle e la modella. L’atto della produzione, del vero concepimento esiste solo in questa fatticità creativa.

Ma ecco che allora, così come lo spirito è pervaso dalla materia e dalla matrice e non ne può fare a meno, la materia viene pervasa dallo spirito che ad essa si lega senza potersi più divincolare.

Stai cominciando a capire, assurdo essere?

Tu potrai distruggere tutti i manufatti creati dalla volontà libera e creatrice dell’uomo cancellando i fabbricati ma ormai è troppo tardi. La Terra stessa, la sua povere, le sue sabbie le sue rocce, il suo legno, ogni cosa è ormai intrisa da quello spirito trascendente che è dell’uomo e solo dell’uomo. Questo spirito ha marchiato per la prima volta questo pianeta e rimarrà quel marchio, come una sorta di tatuaggio indelebile, per sempre. Verranno altre razze, altri popoli a colonizzare e a vivere in serenità su questo mio pianeta ma la terra, la sua stessa essenza è ormai intrisa, è ormai composta come se fosse un suo proprio attributo dallo spirito della razza umana.

Questo pianeta è e resterà per sempre il pianeta dell’uomo.”

Con queste parole concluse la sua vita il signor Jacopus all’età di quarantanove anni, ucciso da un raggio laser non meglio identificato sparato da una creatura aliena di nome Krjill che lo fissava più basito che infuriato, non sicuro di aver compreso le parole farneticanti di quel piccolo omuncolo dalle due braccia.

L’invasione della Terra proseguì, tutti i monumenti e le opere d’arte furono distrutti e tutti gli esseri umani uccisi o deportati come schiavi su altri pianeti.

Tuttavia né la razza di Krjill, né nessuna altra razza aliena che nei millenni dopo si stabilì sulla Terra riuscì mai a sentire veramente proprio quel pianeta.

Logos

27/01/2006


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