06 luglio 2009

Tramanda il nome


Tramanda il nome
Non resterà ricordo
Il nome si spegnerà
Se forse non lo è già.
E non sarò neppure esistito.
Salva il nome.
Incidilo ovunque.
Nella roccia. Nella pagina.
Nel tempo e se puoi pure nello spazio.
Ma non lasciarlo In alcuna altra memoria
Basta un soffio, un nuovo vento
E sabbia si cancella. Il nome.
Artista polacco e un poco francese
Non ti ho dimenticato
Miriadi di nomi,
Tramanda il mio nome.
Avanti a me, passata la vita
Generazioni Io sono vivo
Per sempre. Il mio nome.
Io lo conosco
Tu lo ricordi?
Qual è il tuo nome?
Tu esisti?

01 luglio 2009

Ti racconterò una storia

Ti racconterò una storia

Chiudi gli occhi,
ascolta il silenzio
immagina il mare
e la risacca lontana.

Qualche ranocchia
Canticchia più in là;
E’ una sera pigra
che mai par voler cascare.

Siedi, fatti comoda
La loggia è sicura
Qui non piove
Non vi sono riflessi.

Vorrei raccontarti una storia
Che non ha né inizio né coda
Ma è solo un pensiero
Strano che s’annoda.

Una nota ci raggiunge
Una mazurca.
La balera è là in fondo
La ricordi?

Nascondo un segreto
Ma anche tu hai un mistero
E insieme abbiamo
Un poco paura.

Ti racconterò una storia
È breve, non temere.
Inizia con un passo
E uno specchio con la pistola.

Già la conosci?
Hai incontrato anche tu il buon Stetson?
Dimmi il tuo segreto allora
Narrami del ponte.

Ti racconterò la mia storia
Ma forse già la immagini.
E’ il mio nome, il pozzo profondo
E il Baltico.

Silenzio,
Non parlare
Lascia che siano le rane a cantare
E la musica suonare.


Poesia folle

Che poesia folle.
Dice il silenzio.
Con qualche parola.
Ma io sono stanco
E credo all’inganno.
Ascolto il silenzio.
In queste parole.

30 giugno 2009

Tre note, Zing Zang Zung

Tre note, Zing Zang Zung

Tre note,
Zing, zang, zung
Inizio di secolo
Futuristi e capitani d’impresa
Donne incappellate
E sale da ballo
Musica e vino.
Zing, zang, zung
La guerra era lontana
E veloci automobili
Che non erano ancora d’epoca
Zigzagavano fra carretti e cavallini.

Risa, nitriti e schiamazzi
Rumori del giorno,
Si annunciava il futuro
Che pareva incombere
Oltre quell’angolo.
Proprio là.
Zing, zang, zung

Ti tenevo stretta
Persino troppo per la moda
E il pudore dell’epoca
E ballavo con te
Sulle tre note
Zing, zang, zung
Vorticavo e ogni cosa si confondeva
Nella tavolozza di colori
Di un surreale quadro impressionista.

Zing, zang, zung.
Tu sorridevi
Celando il mistero.
Eri bella, le scarpe rosse, i capelli neri
E il tuo odore di donna.
Non sapevamo che il giorno dopo sarebbe arrivato
Ma non sarebbe cambiato nulla.
Io e te.
Tre note.

Zing Zang Zung.

(Dedicata)

La morte di Napoleone ed altre poesie.

Pioggia

Gatto nero,
Biscia sul ciglio,
foglie cadute
e scure
terriccio bagnato
e qualche impronta
oltre la bava
di una lumaca
argentata.

Una sera d’estate
In un paese dimenticato
Dopo il consueto
Acquazzone
inaspettato.

Cammino sul rivo
Di una marciapiede deserto
Fatto di asfalto e altri detriti;
Dopo la pioggia piccole pozze,
Nubi pesanti cadute a terra.
ascolto lo sciabordare di un rivo
vicino.

Silenzio,
lumini di un alone rossastro,
costeggio un cimitero di campagna
e non sento neppure il gufo
pregare.
Bisbiglio una parola
Ma io non sono il viandante
E nessuna invocazione da raccontare.

In fondo le luci sintetiche,
La città dorme e io ho paura.
La notte è calata e non resta più tempo
Se non quello dell’andare.

Il fiumicciatolo pare gorgogliare più forte.


La morte di Napoleone

Dov’ero quando è morto Napoleone?

Chiudo gli occhi e cerco di ricordare.
Vedo il Baltico e una grigia città marittima
Fredda e viva di chiassose voci di un’estate anticipata.

Camminavo lungo la spiaggia schivando bambini biondi
E matrone urlanti.
Il Baltico era in silenzio. Forse già sapeva.

Era morto l’Imperatore e a nessuno pareva importarne.

Tolsi il cappello dalle falde larghe e mi venne in mente il cammello
E quello strano canadese dai pantaloni a righe.

Avevo già smesso di fumare ma mi accesi la pipa,
il faro era spento e nel cielo non vi erano nubi,
il vento non trasportava alcuna notizia.

Un campanile suonò alcuni rintocchi,
la corriera per Lubecca sarebbe partita di lì a poco
e io mi incamminai.
Forse in città qualcuno avrebbe ricordato
La morte di Napoleone.

Senza titolo
(Per ricordare)

Tra gente di mille paesi
Fuggiti e rifugiati
Tra il chiasso di musiche
Assordanti e scordate
Ti ascolto parlare
E mi sembra di leggere il segreto
Che nascondi.

Sbaglio le mie parole:
non ho mai imparato
Il linguaggio degli umani
E ancora vado cercando
Un’identica aliena.

Avevo smesso persino di scrivere
Queste lacrimevoli parole
Ma nel silenzio della mia solitudine
A chi importa se ancora
Insanamente
Io spero?

Cantano in questa stanza ora,
voci e note di un altro secolo
e ricordo il tuo volto,
Quale il tuo mistero?.

Sorrido,
mi accorgo di quanto sono ridicolo.

Donna

Scarpe rosse,
piedi nudi
terra bagnata
Vento
Uno strano odore.

Donna.

Era il giorno prima

Il giorno prima
Alcuni uomini sedevano sulla panchina
Nella piazza della città a bere e fumare.
Le donne con un berretto colorato
Ciarlavano nel vento e il mare brontolava
Placido.

Era il giorno prima.
Ogni cosa continuava come era sempre continuata
Bambini sulla spiaggia,
tavole imbandite
dolori e speranze
e il piccolo campanile
che scandiva le ore
Che mancavano.

Era il giorno prima
E tutto era certo,
noiosamente identico
Rassicurante ripetizione
del quotidiano.
Ognuno era al sicuro
nel giorno prima
che quieto scorreva.

Apro gli occhi.
Il mio giorno prima è stato tanto tempo fa.
Forse Napoleone era ancora vivo.
O forse mi confondo.
Ma il giorno prima è finito
E tutto ciò che è accaduto
Non è neppure esistito

Era il giorno prima.
Io ricordo
Ogni minuto
Di quel tempo
Che pareva essere
Eterno.

08 giugno 2009

Oscillano i binari

Oscillano i binari
Leggile la mente
E la durata
Che non è il tempo
Ma il quotidiano
Immobile.

Ascolte le sue parole
E la verità che non è
Di ciò che accade
Ma un’ulteriore
Narrazione.

Osservala
E spalanca gli occhi
Sino a farli lacrimare
Guarda il mondo
Si deforma
E l’inganno di svela.

Oscillano i binari.

Forme di vita
Era venuto fuori che sul pianeta
Non vi erano forme di vita
Complesse.

Di chi era quell’orma, allora?
Udì un grido oltre il casco.

Forse solo l’eco
Dei morti.

Sussurro il mio nome
Silenzio
Ancora silenzio
E densa cade una neve
Fitta.

Vedo le lapidi imbiancarsi
I nomi si cancellano
E neppure del suono
Resta memoria.

Sussurro il mio nome.
Mi salvo.

Il mio nome, vi prego
La fila ordinata si era distesa
E immobili le figure
Ondeggiavano come in un’antica
Preghiera di lacrime
E pianti.

L’ufficio là in fondo era burocraticamente
Inefficiente, lenti
Impiegati senza volto
Ritiravano la muta richiesta
E imprimevano
Sigilli sbavati
Su pagine sgualcite.

Osservavo il mio foglio
Giallo e consunto
Lo stesso di molte altre attese
In altre uffici
Poche parole
In silenziosa invocazione.

Il mio nome, vi prego,
il mio nome.

La fine
Due fermate
Una linea gialla
Il rumore
Il verde
Il treno
La matita
Ho aperto un libro
Dallo scaffale tra la polvere
Una pagina a caso
Sto leggendo una poesia
Questa poesia.
Scrittore\lettore,
Ascoltati dirti
La fine.

RIP
Pace all’anima mia,
ovunque essa sia.

Oclocrazia
Scivolo,
e precipito dal pendio
domani si vota
la Gobba sta arrivando
e un poco la geografia si fa poesia
ma mai la geometria
Pascal e percentuali.
Oclocrazia.

Neri
Neri,
giù in fondo ci sono frammenti neri
macchie di memoria,
mimetico manto
di una memetica leggenda:
Biologia.
Senso,
facile il senso così si disvela
e non vi è altrove da cercare
nessuna poesia e neppure prosa
ma un’identica ultima
crudeltà.

Vita,
carnosa, umidiccia
viscida e liquorosa
e nell’aria quello strano
profumo
fiore di morte.

L’orrido
L’orrido non si nasconde
Nessun velo
L’orrido non esiste
Il male non è caratteristica etica
Semmai ontologica
O forse basterebbe dire
Biologica.
Nessun comportamento
Di un corpo vivente
Può dirsi buono
Perché ciò che esiste
Vivente e mortale
È male.
In quanto tale,
senza accenti
etici o morali.
La vita si dà nello sterminio
E l’abominio si osserva gaudente.
Forse l’ascesi,
ma non credo
solo la morte
ma in realtà ciò che resta
è solo concime.
Altra vita.

La morte sorrideva in attesa
L’uomo con il cappello
Fece due passi e guardò oltre il vetro.
Pioveva e scie veloci solcavano il piccolo oblò.
Tutto era confuso
Nel diluvio che pareva eterno.

Il corvo era sparito
E della colomba non si avevano tracce.
Rumori e scricchiolii del legno
Una tigre sbranava una povera bestia
E un bacillo danzava nell’aria.

Poi un grido
E un altro ancora.
L’uomo si voltò di colpo
Quasi sorpreso
TERRA!

Terra. Urlavano Terra.
La colomba era tornata
Un rametto nel becco.
Un ulivo forse.

Tra le onde una macchia
Scura e un poco verde.
L’uomo col cappello era sul ponte.
Era arrivato.
Non aveva mancato.

Alzò il braccio e lo mosse
Come a salutarla.
Non lo sapeva
Ma sulla riva fangosa
La morte sorrideva in attesa.

Prigionia
E’ ora di cena,
non ho fame mentre preparo la tavola
e mi chiedo
è più biologia
o sociologia
o semplicemente
non c’è scampo
a questa
prigionia.

18 maggio 2009

Il giorno in cui arrivò l’epidemia

Il giorno in cui arrivò l’epidemia

Il giorno in cui arrivò l’epidemia
Suina, ovina, equina
Divina
Riposi il giornale malamente piegato
E me ne uscì sulla loggia di casa.

Ascoltai i suoni e le voci:
dietro le parole un originario silenzio
di fine / d’inizio / d’inizio / di fine
e un brusio che si andava spegnendo.
Intuivo Voci di uomini.

Uomini
Rinchiusi in un confine grande quanto un intero pianeta
Biglie
Come senza ragione a urlare e cozzare.
Isteriche Voci.

Infine
La parola si spense
E giunse il silenzio.

Così
Rientrai in casa senza neppur
Chiuder la porta,
Nessuna luce era accesa
Solo una vaga ombra del sole
Rischiava i tomi
Muti e le vecchie poesie.

Mi stesi sul letto disfatto
E fissai il soffitto
(ceiling, come fosse un verbo, immoto).

Cercavo una crepa che si nascondeva.
Sapevo che c’era
E ad attenderla me ne restai.
Io e l’epidemia.
Insieme.

L’epidemia giunse di soppiatto

L’epidemia giunse di soppiatto

L’epidemia giunse di soppiatto
Quasi in punta di piedi.
Non vi par persino timida
Con i suoi campanelli
Danzanti morte
Tenuti silenti
Con un gesto fermo?

Furono le sigle dei più noti
Telegiornali ad annunciare
Il suo precipuo avvento
E gli anchorman cerati i suoi moderni
Re Magi.
Ma nel cielo nessuna stella cadente.

Conoscete il domino? Allineati sottili
Tasselli in file interminabili e identiche
Che basta un tocco e cadono
Cadono l’uno dopo l’altro
Disegnando mirabolanti figure colorate
Che paion vive.
Conoscete il domino?
Voi i tasselli e il morbo il tocco
Ma nessun disegno si scorge.

Ho cercato di fuggire
Ho corso di qui e un po’ di là
Mare terra e fiumi
Ma ovunque vedevo gonfie
Silhouette galleggiare o nel vento
Danzare.
Stetson! Persino tu disteso sul ciglio
Della salita hai smesso di sbraitare!

Silenzio! Che avete da ridere!
Grassi corvi andate via! Abbiate rispetto!
Non lo vedete?!
Era un poeta quello che state beccando
Un famoso poeta!
Dev’essercene persino una statua in città
Coperta da viscidi liquami d’uccello.

Epidemia, facile rima, suvvia.
Anemia, dissenteria,
negromanzia,
filosofia e mi pare anche poesia e follia.
Vita mia.

Eccola! La morte! Mamma com’è vecchia!
Scheletrica sotto quella coperta di lana grezza
Trema di un freddo che le è nelle ossa.
Guarda! Viene anche la sua ancella, l’epidemia!
Oh, aveva ragione quel canadese.
Indossa davvero un boa rosa che le scende sino ai piedi.
Ridicola!

22 aprile 2009

Excipit

Excipit
Il pianoro era in silenzio. L’erba rada immobile, un mare di verde placido in attesa di un onda, che pareva non arrivare. In alto le foglie sottili e taglienti di alberi possenti se ne stavano mute appese ai rami. Rami di verdi lame. I pallidi raggi del sole in alto filtravano deboli e timidi fra le fronde disegnando sul terreno erboso ghirigori apparentemente causali. Il tempo era fermo e ogni cosa giaceva nel momento. Assuefatta.
In mezzo alla piccola distesa sorgeva il tempio. Rade rovine a ricordare una forma che si era persa nel correre dei cicli. Migliaia, miliardi di cicli. Forse sino all’origine stessa del tempo.
Il tempio era circolare, minuto. Intorno spiccavano piccole e fragili colonne istoriate in intagli raffinati, densi di figure vagamente geometriche. Prospettive confuse assurdamente logiche. Sulla parete esterna correvano dipinti sbiaditi, vaghi ricordi di affreschi multiformi e colorati. Linee improvvise a fondersi e confondersi, come a voler tratteggiare un destino incerto, confuso. Sconosciuto.
Tre gradini consumati dai dimenticati nomi di perduti passi, tracce di maree di veneranti pellegrini incise nella roccia scalfita. Valico precipitoso ai margini dell’entrata al tempio. Un rettangolo di nero che si apriva verso l’interno del tempio. Invisibile, buio fosse denso, solido. Popolato.
Nessuna luce, nessun suono. Neppure l’eco lontana di un canto parco ormai dismesso. Solo silenzio e solitudine.
Nel pianoro era deserto e il tempio spiccava indifferente nel mezzo della foresta eterna. Alberi e alberi ad avvolgerlo. A stringerlo protettivi. Come una madre la foresta si avvolgeva intorno ai disfatti ruderi del tempio. Ghermendoli possessiva.
Un abbraccio. Un enorme abbraccio verde\marrone stretto intorno ad un segreto.
Un minuscolo segreto che sarebbe rimasto tale. Un segreto che era rimasto tale.
Contro ogni volontà. Contro ogni casualità.
Di lontano si udì un grido, un gracchiare flaccido e perverso. Un rapace nero si alzò in volo e planò sul ramo possente di un albero vicino piegandolo sotto il proprio peso. L’uccello si guardò intorno. Sbattè le ali restando immobile. Altezzoso. Gracchiò ancora. Un suono malizioso. Penetrante. Borioso.
Il tempio era lontano e il grido non lo raggiunse. Restò il silenzio. E la vaga memoria di uomini e donne si perse. Come i loro nomi.
Uomini e donne.
Ovunque fossero ora.
Diversi.

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Epilogo III

Epilogo III
Jabash aprì gli occhi e di fronte a sé vide un’immensa distesa di nulla. Un foglio liscio. Infinito oltre ogni orizzonte. Una superficie immensa che rifletteva i bagliori di un pallido sole nel cielo. Si rese conto di essere accasciato a terra. Faticosamente si levò in piedi e, schermandosi gli occhi con un gesto, si guardò intorno. Nulla. Solo la splendente piana disadorna che pareva non terminare mai. Una sottile lamina argentata, liscia, levigata. Come un liquido denso. Viscoso. Senza increspature.
Gli ricordava il metallo. Fuso. Un placido deserto argentato senza nessun granello di sabbia.
Fissò a terra lì dove i suoi piedi poggiavano e contemplò per un attimo la perfetta levigatura del terreno. Non si era sbagliato. Era metallo. Puro, perfetto, silente metallo. Si vide riflesso nella superficie specchiata e riconobbe il proprio viso. Stanco e affaticato. Si ricordò di sé. Lui era Jabash. Lo sciacallo dell’Imperatore. Si chinò e toccò il suolo. Era freddo. Innaturalmente perfetto.
Si chiese dove fosse. Ricordava vagamente gli attimi prima. L’inseguimento del monaco. La rada pianura erbosa. Il tempio. E la voce che lo chiamava. E poi… poi aveva la vaga sensazione che qualcosa di più fosse accaduto. Qualcosa di importante. Qualcosa che stava dimenticando. Il tempio. Lo aveva toccato. Ne aveva visto la luce densa brillare dalla minuscola entrata. Luce e musica ad avvolgerlo. A portarlo via. Verso altri luoghi. Erano reali? Erano frutto della sua mente sovraeccitata? Respirò a fondo. Cercò di controllare il battito del cuore sfruttando al massimo le conoscenze apprese nei pianeti periferici dell’Impero. Lui che era il condannato alla carne e alla biologia aveva lentamente imparato a controllare il proprio corpo. Aveva appreso come imporgli disciplina. Controllarsi, dominarsi. Lui era Jabash. Lo Sterminatore. Si chiese ancora in quale luogo fosse capitato. Fece un passo. Non c’era una direzione da seguire. Intorno a lui solo metallo. Splendente, spietato, liscio metallo. Un mare di argento guizzante di bagliori.
Era solo. Ne era certo. Non sentiva nell’aria nessun odore, nessuna silenzioso respiro. Solo il proprio battito. Accelerato. Spaventato.
Fece un passo ancora e improvvisamente la superficie di metallo parve inclinarsi. Flettersi. Docilmente. Era come se il suo peso stesse deformando il suolo, scavando un solco, un largo pozzo in cui il suo corpo cominciava a sprofondare. Lentamente ma sempre più a fondo.
Tentò di risalire le pareti oblique, si mise a correre, tentò di arrampicarsi ma ogni volta che si spostava il pozzo pareva seguirlo. Quasi precederlo. La superficie argentata era sottile e si deformava ad ogni passo di Jabash. Si fletteva verso il basso.
Jabash tentò di farsi leggero. Respirò a fondo, lungamente, lasciò che la tensione dei muscoli defluisse nelle profonde espirazioni. Ma nulla pareva accadere e Jabash continuava ad affondare.
Guardò le pareti intorno a sé e vide che il canalone in cui era immerso si stava facendo profondo, ben oltre le sue possibilità di risalita. Sentì un’ondata di panico schizzargli nelle vene accompagnata dall’adrenalina. Urlò. Era debole. Biologia flaccida. Lentamente si stava rendendo conto di non potersi appendere a nulla, la superficie metallica dell’incavo era liscia, priva di appigli.
Guardò in alto, l’imbuto in cui affondava si faceva sempre più profondo. Osservò il cielo. Il sole in alto era lontanissimo. E pallido. La luce sfocata si moltiplicava sulle pareti ripide del pozzo. Luce esplosa nella luce.
Jabash sentì la follia. Tentò disperatamente di aggrapparsi. Inutilmente. Si agitò. Prese a dimenarsi senza controllo. Urlava rabbioso. Ruotò su sé stesso violentemente e le migliaia di suoi riflessi sulla parete liscia di metallo lo imitarono. Una danza sincronizzata ma completamente caotica. Infinite immagini di Jabash a dimenarsi guardandosi intorno. Echi di una comune follia.
Jabash si fermò. Un rivo di bava gli solcava il mento.
Le pareti del vallone in cui era affondato erano alte. Uno scolo perfettamente smussato. Non vi era alcuna speranza di risalire. Di sopravvivere. Jabash pensò alla morte. Era la prima volta che vi pensava come ad una possibilità concreta. Prima la morte era solo l’esecuzione del dominio e del volere dell’Imperatore. Null’altro. La morte era distante. Uno degli strumenti di dominio sapientemente mossi dalle sue mani. Il veicolo della completa sottomissione. Ora la morte era lì, di fronte a lui. Nascosta nel metallo splendente che lo stava stritolando.
Jabash pensò al proprio corpo, inutile, vecchio e come sempre lo maledì e pregò di poter trasformarsi in metallo. Lo stesso, lucente, freddo, metallo che ora lo stava uccidendo. Jabash desiderò di evolvere e, nel gelido argento, abbandonare la sua flaccida umanità, diventare un oltre. Svestirsi di sé e della propria carnale imperfezione per farsi entità di metallo. Finale postumanità del suo essere creatura vivente. Imprecò la carne e con essa il caso che l’aveva condannato alla più violenta menomazione. Il gene deforme causa dell’incompatibilità con il metallo. L’impossibilità di evolvere. Di andare oltre se stesso.
Jabash sapeva di essere incarcerato alle sue origini di uomo. Di animale. Di essere di carne. Prigione di ossa e pelle. Digrignò i denti con rabbia sino a che non sentì dolore e assaporò il sapore ferroso del sangue sulla lingua. Ne inghiottì qualche goccia dal sapore metallico. Era la sua unica consolazione. La sua eucaristica di metallo.
Si pulì poi con il palmo della mano il rivo di sangue che ancora gli scendeva sul mento e guardò fra le dita la macchia rossastra. Pensò a sé come ad una sacca di liquidi, molle e debole. In attesa della putrescenza e della morte.
A stento trattenne lacrime di rabbia e frustrazione.
Tornò a guardarsi intorno e si rese conto le immagini del proprio riflesso sulla parete metallica del canalone si erano avvicinate. Erano a pochi passi da lui. Un esercito immenso di sé stessi. Una folla lo accerchiava, comprimendolo sempre più in sé stesso. Infiniti se stesso che lo schiacciavano dentro di sé. In fondo al pozzo che si era aperto e che l’aveva inghiottito.
Distese le braccia e toccò la patina di metallo che lentamente continuava a sprofondare sotto il suo peso di essere umano. Giù, sempre più a fondo, in uno spazio che si faceva via via più stretto, più angusto.
Jabash provò una crescente sensazione di claustrofobia. Le pareti argentate erano ormai così vicine che poteva vedere l’alone del proprio respiro appannarne la superficie lisca e pulita del metallo. Le migliaia di altri sé stessi riflessi incombevano e lo fissavano con i suoi stessi occhi terrorizzati e spaventati. Jabash tentò di urlare. Di nuovo. Ma non ci riuscì. Gli mancava l’aria. Era fatto di carne. Aveva bisogno di ossigeno. Di respirare. Di aria. Ma cosa stava accadendo? Dov’era? Perché il suolo gli sprofondava sotto i piedi come un molle tessuto elastico? Cosa sarebbe accaduto?
Chiuse gli occhi ma li riaprì subito. Non sarebbe morto con gli occhi sbarrati dalla paura. Lui era Jabash, il Cane dell’Imperatore. Sarebbe morto guardando la morte. E la morte stava per arrivare. E aveva i suoi occhi. Chiari. Azzurri. Spaventati. Agonizzanti di paura.
Ormai non vi era più spazio. Jabash era schiacciato dentro uno stretto corridoio allungato, inabissato dentro la patina sottile che copriva ogni cosa. Giù, a fondo dentro il metallo.
Cuore segreto di carne in un mondo di metallo.
Poi, all’improvviso, sentì il fragore. Un rumore sordo. Denso. Ripetuto. Uno scroscio violento che cresceva. Si ingrossava e diventava un frastuono. Assordante. Jabash a fatica riuscì a muovere la testa fra le pareti che ormai lo stritolavano e a guardare in alto. Il sole era poco più che un punto giallo nel cielo ocra. Il rombo aumentava. Sempre più. Jabash tentò di liberare le mani dalla prigione in cui era sprofondato per coprirsi le orecchie e attutire il suono ma non ci riuscì. Era immobilizzato. Come una preda. Un corpo menomato destinato all’estinzione.
Metallo fuso. La cascata di metallo arrivò e lo seppellì. Completamente. Immerso dentro un mare di metallo incandescente e liquido. Metallo liquido che scivolava sulla levigata superficie argentata di un metallo diverso. Questo solido, freddo. Quello incandescente, liquefatto.
Da qualunque luogo fosse arrivato l’argento disciolto era scivolato sul pianoro lucente e spinto dall’impietosa forza di gravità era precipitato nell’increspatura che il peso di Jabash aveva creato. Giù dentro il pozzo. Sino in fondo. Sino a Jabash.
Non fece in tempo a gridare. Vide l’apertura della cavità in alto oscurarsi e il cielo svanire inghiottito da un fiume denso di colore argento. Non riuscì neppure a chiedersi che cosa fosse.
Il liquido incandescente gli piombò addosso. Violentemente.
Fu un attimo.
Un lento attimo di dolore.
Jabash morì.
La carne, le ossa, la pelle, il sangue, i denti, le unghie, i capelli, i bulbi e ogni altra sua parte biologica morirono. E di Jabash non restò nulla.
Jabash si fuse nel metallo. Con il metallo.
Dentro il metallo.
Jabash svanì.
E finalmente evolse.
Evolse nel metallo.
La coscienza di Jabash prese di nuovo vita. Una vita rinnovata dopo la morte della carne. Jabash aprì i suoi non occhi metallici e nuotò nell’argento liquido e incandescente in cui era sprofondato. Nuotò verso l’alto. Risalì le pareti dello stretto utero metallico. Risalì sino ad un nuovo parto. Sino a nascere una seconda volta. Sporco del viscoso liquame metallico di una fredda placenta Jabash partorì se stesso. Metallo dal metallo. Metallo nel metallo.
Jabash si guardò le mani. Le vide fredde. Non le riconobbe. Lamine di spettrale luminosità.
In piedi sulla distesa infinita e levigata Jabash rimase immobile. Come se nulla fosse accaduto. Come se nessuna resurrezione metallica fosse stata celebrata in quel luogo.
Si mosse. E per la prima volta percepì la sua spietata postumanità. Il suono pesante, il tonfo squillante dei suoi passi sulla superficie del deserto. Il rumore del metallo che cozzava col metallo.
Avanzò cullato da quel suono e sotto di lui il suolo non affondò.
Jabash continuò a camminare. Oltre.

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Epilogo II

Epilogo II
Un lago di sangue. La donna si rese conto all’improvviso di nuotare in un abisso di sangue. Denso. Rosso. Colloso e profumato di un metallo ferroso. Ne era immersa completamente. Le sue ampie bracciate la cullavano, spingendola docilmente in avanti sospesa sul liquido compatto, caramelloso. Non aveva direzione. Il lago di sangue e il suo nuotare esaurivano tutte le possibilità dell’universo. Persino la sua stessa esistenza e la sua sofferta biografia si facevano evanescenti in quel diorama perfetto. Il rosso e il nuotare.
La donna che un tempo fu conosciuta con il nome di cacciatrice e di eretica si immerse nel liquido che la sorreggeva e sprofondò in esso. Non ricordava di essere in grado di nuotare. Sul mondo da cui proveniva non vi era altro che una fitta foresta, ben pochi erano i fiumi e gli ammassi d’acqua, chiazze azzurre su una topografia verde e marrone. Lasciò che i suoi muscoli allenati e tesi la portassero sempre più in profondità, la tinta amaranto del lago si faceva via via più scura e gli occhi della donna non erano in grado di cogliere nessun particolare ma lei continuava a nuotare verso il basso, giù, sempre più in fondo.
Non respirava ma sembrava che questo non fosse importante, non sentiva lo stimolo vitale dell’aria, dell’ossigeno. Il sangue era il suo elemento e per una qualche strana ragione pareva che ciò le bastasse. Era come una perfetta osmosi fra il suo essere creatura vivente e il tutto che l’avvolgeva, caritatevole, accogliente, protettivo. Una grande madre rossa.
Nuotò. Nuotò a lungo sino che perse la coscienze del tempo e del suo stesso nuotare. Non vi era quasi più neppure separazione fra il suo essere individuo, creatura cosciente e vivente, e il liquido che la circondava. Smise di pensare, smise di essere se stessa e per un lungo momento fu solo il lago di sangue. Fu solo il rosso in cui stava sprofondando.
Estatica perfezione della non coscienza.
L’eretica tornò alla propria coscienza solo quando giunse al fondo del lago e con i piedi toccò il suolo molle e umido, sprofondando un po’ nella superficie umida del terriccio.
La donna era scivolata dall’alto, come un grande uccello in lenta planata. Docilmente, silenziosamente, rapace pronto a ghermire con gli artigli le carni della preda, atterrita ed immobile.
Era nell’alveo del lago. In piedi, immersa nel sangue rosso e ferroso. Fece un passo. Poi un altro. Un altro ancora. La sensazione di camminare era innaturale, ovattata. La resistenza del liquido denso le rendeva difficile avanzare. Il rosso si opponeva alla sua volontà di andare oltre. Di proseguire il suo viaggio. Il suo viaggio privo di destinazione.
La donna della Foresta si concentrò e a fatica riuscì ad avanzare. Poggiava prima un piede poi, facendo leva con tutto il resto del corpo, muoveva l’altro in avanti. Lentamente, faticosamente. Camminava.
Con la fatica e lo sforzo tornarono alla donna anche i ricordi, le sensazioni della sua biografia, le storie della sua gente, i canti che aveva mormorato sporca di fango e di terra. Nel liquido rosso sentì sul suo corpo le migliaia di cicatrici, di ognuna ne percepì il dolore, lo strappo, la sofferenza che aveva marcato la sue morbida pelle di donna. Donna che non era più da molto tempo. Rammentò il suo pianeta invaso dalla Foresta. Deturpato dall’Impero. Saccheggiato dalla brama di dominio di uomini che non erano neppure uomini. Creature modificate e soggiogate al dominio del metallo. Alla bramosia della loro postumanità. Ricordò la sua gente. Sterminata. Le tradizioni dimenticate. I canti perduti come echi in una valle troppo grande. E rivisse l’odio. L’odio che l’aveva tenuta in vita nella vendetta, nella blasfemia del rispondere alla morte con la morte. L’eretica presa di coscienza che la morte poteva essere data. La morte si poteva infliggere, devastando il tabù che aveva guidato la sua gente da sempre.
Lei che era l’ultimo baluardo del popolo della Foresta, lei che si era votata alla memoria e alla vendetta, proprio lei che forse era l’ultima ancora in vita aveva tradito, rinnegato le tradizioni, sfregiato le regole e divelto la morale.
Lei che era il baluardo si era rivelata la peggior traditrice della sua gente.
Nel compiere la sua vendetta la donna della foresta aveva ucciso di nuovo il suo popolo. Ne aveva violato la storia. Ne aveva reso inutili cicli e cicli di osservanza delle tradizioni, di orgogliosa fede nel rispetto del tabù che invocava che nessuna morte si può infliggere. Così sarebbe dovuto essere ricordato il suo popolo. Fiero anche nello sterminio. Fiero di essere più forte di ogni sopruso. Fiero di proclamare la propria verità. L’impossibilità dell’uccisione. Ma lei aveva reso tutto vano. Ora il suo popolo sarebbe stato ricordato dalle genti di tutto l’universo come il popolo che sul punto di sparire e di morire aveva rinnegato tutto, i credi, i dogmi, la propria storia. Ogni cosa, sino al significato nascosto che giace dentro ogni esistenza. L’eretica si rese conto di aver deturpato la sua gente. Aveva reso ogni cosa insensata. Assurdamente inutile, priva di valore.
Respirò. Con il naso e con la bocca e fu invasa dal sangue che la circondava. Riconosceva quel sangue. Rosso. Come il suo. Era il sangue di tutto il suo popolo. Goccia dopo goccia raccolto in un pozzo senza fine in cui lei stessa era immersa. Avvolta.
Sentì il profumo di ognuna delle persone che aveva conosciuto nella sua vita. E della miriade di altre che mai aveva incontrato e che erano vissute prima della sua nascita. Sentì il sapore di tutta la sua gente. Gustò sulle papille l’aroma del sangue di coloro i quali erano nati nell’abbraccio della foresta. Ripensò a sua madre. Alla madre di lei. E ancora alla madre della madre della madre in una catena che pareva eterna. Verso le origini stesse, ancestrali e segrete, del suo popolo. Il sangue della sue gente la penetrava, le si appiccicava sulla pelle incuneandosi nei pori, risalendo le vene e le arterie verso il cuore. E una volta raggiuntolo inondandolo di emozioni, di storie e di così tante biografie che la donna pensò di impazzire. Il suo popolo era dentro di lei. Ogni singola storia, ogni singola esistenza, ogni vita.
La donna era la memoria e lo era carnalmente.
Continuò a camminare sino a che non emerse dal lago di sangue. Il greto aveva preso la forma di una leggera salita e lei l’aveva percorsa sempre più faticosamente. Debolmente. Sino a che non era affiorata oltre la superficie del sangue e si era guardata intorno. Non c’era cielo in alto. Nessun azzurro. Solo un opaco e ombroso verde. Verde e marrone.
Sentì gracchiare. Un lento e pigro suono fastidioso. Pingue. Guardò nella direzione del verso e vide un uccello nero. Grasso. Altezzoso e sfrontato. Il becco sporco delle viscere di una preda esile. Era appollaiato su uno spesso ramo, quasi nascosto dalle foglie sottili. Verdi. Come tante piccole lame.
La donna risalì completamente grondando sangue.
Continuò a camminare. Una lunga scia odorosa la seguiva al suo passaggio. Era il sangue che le colava dalle vesti, dai capelli arruffati, dal viso, dal corpo e dalle mani. Gocce che cadevano a terra penetrando il muschio e scivolando verso il terreno, fecondandolo.
La donna non si fermò e il sangue che l’avvolgeva cadde sul terreno sino che il pianeta della Foresta non ne fu intriso. Ogni stilla si addentrava nelle profondità del mondo e con essa le vite e le storie della gente che sul pianeta della Foresta erano passate, vi avevano vissuto, amando e odiando, sperando e morendo. Quelle stesse vite che ora non erano più solo un ricordo sfumato e destinato a perdersi. Non più solo un soffio di vita capitato per caso a vivere in quei luoghi. Gli uomini e le donne del popolo della Foresta esistevano ora nel cuore stesso del pianeta in un’unione eterna celebrata con un concepimento di sangue.
Quelle vite non sarebbero state mai dimenticate.
Il pianeta della Foresta fu per la prima volta fecondo del popolo che l’aveva abitato da sempre e in esso si riconobbe e si fece cosciente di sé.
E la donna che un tempo era conosciuta come la cacciatrice e l’eretica continuò a camminare e non smise di farlo sino a che ogni singola lacrima del sangue del suo popolo non fu scesa a germogliare nel pianeta.
Prima o poi, ne era convinta. Un nuovo popolo della Foresta sarebbe nato da quella terra.
Un popolo che avrebbe ricordato.
Un popolo che non avrebbe dimenticato.

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07 aprile 2009

Epilogo I

Epilogo I
Il monaco aprì gli occhi e si accorse di essere a casa. Riconobbe i colori. I contorni dei monti, le cime che si stagliavano all’orizzonte. E soprattutto l’odore. L’inconfondibile odore di spezie pepate tipico del suo pianeta. Era a casa.
Intorno a lui una folla silenziosa lo osservava. Mise a fuoco la vista ancora un po’ intontita e riconobbe le persone che lo attorniavano. Lo stavano aspettando. Riconobbe sua madre, poco più in là suo padre e, strette a lui, le due sorelle. Piccole come le ricordava. Sorrise loro. Erano molti cicli che non le vedeva. Da quanto era stato scelto per servire l’Ordine. Gli era stato fatto il dono supremo della Fede ed era partito. Verso il pianeta centrale dell’Ordine. Là, lontano. Al cospetto di Tiresia. Il Cieco. Il Veggente. Il Priore dell’Ordine. Pensò al pianeta della foresta. Al Tempio. Era vero. Non erano folle farneticazioni di un vecchio xenologo. Aveva visto e toccato la prova. Un Tempio vecchio come l’universo, forse persino più vecchio. Un Tempio identico ai tempi dell’Ordine. Nell’architettura vi era dunque la verità. La verità di cui lui, umile monaco, non aveva mai dubitato. Rise dell’Impero e del suo Imperatore tracotante e blasfemo. Si figurò il suo potere sbriciolarsi, come terra essiccata. Sbriciolata fra le dita.
L’Ordine avrebbe trionfato su ogni pianeta. La fede si sarebbe diffusa. Come una lenta marea. E lui avrebbe servito Tiresia per altre mille e più missioni. Si accorse di essere felice. Forse per la prima volta in tutta la sua vita. Aveva obbedito. Servito. E aveva trionfato nel nome e nel volere del Cieco. Tiresia. Il Priore.
Fece scorrere lo sguardo sulla folla cercando altri vecchi visi conosciuti. Poco oltre suo padre lo vide. Era lì. Immobile fra la folla ad aspettarlo. Vestito di una lunga casacca dorata contornata di pietre preziose che splendevano riflettendo la luce del sole giallo nel cielo. Severo. Impassibile. Il viso metallico altezzoso e autorevole. Non era possibile. Era lì. Accanto a suo padre. Non poteva sbagliarsi. Era davvero il blasfemo. Il crudele. Era lì. L’Imperatore. Tra la folla. Ad aspettarlo. E accanto all’Imperatore vide Tiresia. Il Priore. Erano a pochi passi da lui. Fermi. Lo stavano guardando. Entrambi pareva sorridessero. L’Imperatore con il suo viso argentato dal metallo e Tiresia fra le mille rughe di vecchio con avvizzite mammelle di donna. Cosa stava succedendo?
Il monaco tese un braccio verso la folla e cercò di dire qualcosa. Ma la sua voce era spenta. Moribonda.
Dove si trovava? Stava forse sognando? Era in viaggio sepolto dentro una qualche cabina di ibernazione indotta? Si. Non poteva che essere così. Aveva sentito che durante i viaggi transistemici in sospensione criostatica si sognava ripetutamente. Sogni folli di una veridicità inimmaginabile. Sogni assurdi come quello che stava vivendo ora.
La folla fece un passo verso di lui. Vi scorse altri volti. Volti che conosceva. Vide Phleba. Il monaco disperso su quel mondo lontano. Il pianeta desolato. Lo aveva conosciuto brevemente durante l’apprendistato. Era stato per alcune frazioni di ciclo suo maestro di riti. Aveva pianto quando aveva saputo della sua morte. Ma ora era lì. Con Tiresia. Con l’Imperatore. Vivo. Di fronte a lui. Giovane e bello come lo ricordava.
Vide ancora i suoi compagni del noviziato. Molti di loro erano stati mandati suoi mondi periferici a professare la voce di Tiresia. La voce dell’Ordine. Molti erano morti.
La folla si avvicinò. Lenta. Incombente. Silenziosa. Volti spenti che lo fissavano senza espressione. Esseri privi di ogni coscienza. Il monaco urlò e cadde a terra. Restò in ginocchio. Il viso solcato dalle lacrime. La folla si fece prossima. Avrebbe potuto toccarla solo muovendo il braccio. Sentiva gli aliti caldi su di sé. I respiri lenti e profondi. Il calore di corpi. L’odore di esseri viventi. Il fetido odore del metallo. Il sapore della carne flaccida. Il monaco non si mosse.
Chiuse gli occhi e si mise a pregare.
Pregò a lungo. Mormorando i canti che aveva imparato e che ormai erano parte di lui. Invocazioni e odi. A volte solo parole prive di significato in lingue così antiche da essere ormai intraducibili. Mantra. Ricordò che Phleba spesso gli diceva che non era importante ciò che si cantava nella preghiera. Era l’atto del pregare che importava, sentire fra le labbra, sulla lingua, la preghiera, il canto. Lasciarla venire al mondo. Voce che diventava viva. Vera.
Il monaco pregò. E attese che la folla lo toccasse. Lo ghermisse. Attese che qualunque cosa dovesse succedere accadesse. Ma nulla avvenne. Il tempo scorse e il monaco ebbe la sensazione di essere avvolto nella preghiera. Protetto. Al sicuro dentro il suono, dentro i canti e le parole senza significato.
Recitò a lungo ripetendo infinite volte tutte i riti che Phleba gli aveva insegnato. Cantò poi i canti popolari della sua terra. Quelli che gli erano stati insegnati dai suoi genitori e dai genitori dei genitori in una catena eterna di tradizione.
La sua voce fu ovunque. Si disperse. La immaginò percorrere i luoghi di quel mondo onirico fatto ad immagine e somiglianza del suo mondo natale. Un’illusione fecondata dalla melodia sacra delle sue parole.
Il monaco aprì gli occhi. E intorno a lui vi fu solo bianco. Un bianco denso. Luminoso. Vivo. Il monaco non si spaventò. Il mondo su cui si era risvegliato era scomparso. L’universo stesso era scomparso ed ora esisteva solo il bianco che lo avvolgeva. Ogni cosa era il bianco e il bianco era ogni cosa.
Il monaco pensò di essere al cospetto di Dio. Di essere dentro Dio. Distese le braccia intorno a sé. Cerco di toccare il bianco per percepirne la sensazione. Per renderlo vero. Non sentì nulla. Guardò sopra di sé. Bianco. Sotto di sé. Bianco. Intono a sé. Bianco. Era bianco ovunque.
Osservò le proprie mani. Non fu sorpreso di vederle trasformarsi. Prima le dita. Poi il palmo. Stavano scomparendo. Nel bianco. Si stavano fondendo nel bianco.
Il monaco aprì le braccia. Distese le gambe. Spalancò la bocca. E lasciò che il proprio corpo svanisse nel bianco. Senza opporre resistenza. Senza paura. Sapeva che quello era il suo destino. Scomparire. Perdersi. Perdere sé stesso per divenire parte non consapevole dell’universo. Diventare in questo mondo l’universo stesso. Essere Dio. Essere nulla.
Pensò al Tempio. Pensò che forse era una via. Un canale verso uno stato ulteriore. Era un pezzo di Dio lasciato nell’universo fisico per permettere la riconciliazione e la fusione del singolo spirito nel tutto. Per poter essere il tutto. Scomparendo in esso.
Pensò poi alla donna della foresta. Il corpo del monaco era svanito. Svanite le sue ossa, le sue carni, persino il suo cuore era ormai confuso nel bianco. Restava solo un ultimo pensiero cosciente.
Il monaco pensò che si era innamorato di quella donna. L’eretica del pianeta della foresta.
Poi più nulla. Il monaco smise di esistere. Il monaco fu l’universo. Il monaco fu Dio. Nulla.

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