16 aprile 2007

L'uomo allo specchio

L'uomo allo specchio
(dalle "Cronache del signor Jacopus B.)
Dai tomi impolverati delle “Cronache del signor Jacopus B.” potremmo estrarre un volume a caso e, apertolo circa a metà, cominciare a far scorrere gli occhi su quanto le ingiallite pagine riportano. Ciò che vi leggeremmo sarebbe la storia di quella volta in cui il signor Jacopus B., guardandosi allo specchio, vide riflesso un altro individuo. Proseguendo arriveremmo a sapere come cercò di capire chi fosse quell’uomo che lo osservava altezzoso dalla superficie liscia e riflettente dello specchio, fino a scoprire il modo in cui il signor Jacopus B. cercò di ritrovare il proprio riflesso, magicamente svanito.
Sarebbe davvero una storia interessante che forse meriterebbe di uscire dalle consumate “Cronache del signor Jacopus B.”, chiuse e protette in uno scaffale della nostra caotica libreria. Si, sarebbe davvero doveroso ripercorrere la strana vicenda che vide protagonista il nostro signor Jacopus B. e allora non ci resta che, come tante altre volte, sederci allo scrittoio, intingere il pennino nell’inchiostro nero e prepararci alle molte notti insonni che verranno.
Ci conceda il lettore la pazienza di seguire la nostra narrazione e soprattutto ci perdoni i continui interventi, i commenti e le opinioni che non potremmo esimerci dall’esprimere, raccontando quanto abbiamo, con grande sorpresa e attenzione, letto nei volumi che descrivono tutta la vita di quell’eccentrico signore che è il buon Jacopus B.
Come questi libri siano finiti in nostro possesso è tutt’altra storia che forse un giorno meriterà di essere narrata ma che per ora non riveste alcuna importanza; ci basti in queste righe chiedere al lettore di sedersi comodo sulla sua poltrona preferita e, scacciati tutti i pensieri e gli affanni, concederci magnanimo un po’ del suo prezioso tempo. Confidiamo non ne resterà deluso.

Come altre volte anche questo resoconto tratto dalla vita del signor Jacopus B. inizia con lo spuntare di un giorno nuovo e la scena che si svelerebbe all’apertura del sipario, nel caso in cui avessimo deciso di rappresentare questa storia su di un palco piuttosto che metterla nera su bianca su un foglio, vedrebbe il nostro protagonista ancora steso sul letto, avvolto da una montagna di coperte, dormire profondamente. Osserviamolo un poco senza disturbarlo, l’occasione è propizia per poterlo studiare, quasi che fosse una specie di fossile da classificare in nomignoli latineggianti. In verità osserveremmo ben poco, l’intero corpo del signor Jacopus B. è sommerso e nascosto dalle coperte invernali che lo proteggono dal freddo pungente della sua camera da letto (nonché dalla solitudine di un letto non condiviso) e l’unica cosa che riusciremmo ad intravedere sarebbe la testa piegata di lato e poggiata sul morbido e lanuginoso cuscino. Sebbene la luce del sole mattutino che filtra dalla sgranatura della tapparella sia ancora debole e la stanza avvolta in una cupa penombra potremmo scorgere con facilità alcuni tratti peculiari del suo volto. Cerchiamo di osservarli con maggiore attenzione. L’aspetto che più di tutti salta all’occhio guardando il volto del signor Jacopus B. sono le sue rughe: un reticolo di piccole e sottili crespe che ne popolano il volto, quasi come in una metropoli affollata; esse appaiono spesso animate di una sorta di vita propria. Quando il signor Jacopus B. sorride anch’esse sorridono, spostando le proprie estremità verso l’alto, così quando il nostro protagonista si incupisce si deformano a formare tante piccole espressioni di tristezza. Infinita è la loro capacità di descrivere le emozioni. Le rughe del signor Jacopus B. sono come una miriade di ancelle con cui egli si presenta al mondo e con cui rivela, in una sincerità assoluta e disarmante, il suo sentire e il suo palpitare.

Per quei lettori che amano la cronologia e la Storia e che cercano di porre tutti gli eventi in un preciso ordine temporale, crediamo che sia doveroso precisare che il volume da cui stiamo traendo questa narrazione è successivo al tomo che contiene l’episodio dell’armatura misteriosa e precedente a quello che racconta di quando il nostro protagonista scoprì che il mondo intorno a lui (o forse proprio tutto il mondo) non aveva alcun senso. Non che questa precisazione temporale abbia qualche significato ed importanza su quanto ora stiamo descrivendo ma ormai conosciamo la puntigliosità di alcuni lettori e abbiamo voluto soddisfarla con il presente breve inciso.

Ebbene, se le rughe rappresentano la porta principale con cui l’esterno entra in relazione con il signor Jacopus B. e con le sue emozioni, osservandole ora potremmo svelare la natura del suo sonno, dei suoi sogni, dei suoi viaggi onirici: il colore che sta osservando, i volti che incontra e le parole che pronuncia nel regno di Morfeo. Tuttavia (ormai il lettore affezionato conosce la nostra consueta riservatezza) non guarderemo troppo oltre e lasceremo che questi momenti intimi e personali restino tali. Di certo però possiamo dire, senza nulla svelare di sorprendente, che un volto il signor Jacopus B. lo stava sognando, non con tristezza, a dispetto di quanto si potrebbe credere riconoscendo quei tratti, ma al contrario con un singolare e inspiegabile calore nel cuore. Il viso di una donna, il ricordo di un passato lontano, quasi offuscato dalle nebbie del tempo che però a volte, per imprescutabili ragioni, tornava a spuntare, come l’alba su un mondo senza sole. Ma non divaghiamo e restiamo ancorati saldi ai binari della narrazione.
Continuiamo perciò a descrivere i tratti del volto del signor Jacopus B.: il naso aquilino, quasi un po’ adunco, la leggera barba ruvida e innevata di peli bianchi, le guance scavate da una magrezza forse eccessiva, i profondi segni sotto gli occhi, simili alle ditate nere tipiche dei pugili di provincia, sino ad arrivare ai radi capelli grigi che disordinatamente ne avvolgono e proteggono il capo, non ci sembra però il caso di spendere molto altro tempo nella descrizione fisica del nostro protagonista, poco importa a quanto, in realtà, ci preme di narrare e sul suo significato. Che il signor Jacopus B. sia alto o basso, magro o grasso, giovane o vecchio, davvero, è ininfluente per le vicende che le “Cronache” riportano. Altrove, infatti, va cercato il motivo per cui tanti anni addietro sono stati vergati i molti volumi che riportano fedelmente le avventure e le scoperte di Jacopus B. Ci piace pensare poi che questa vaghezza nella descrizione consenta al lettore di immedesimarsi con più facilità nel nostro protagonista e di vivere (non conosciamo però le ragioni percui questo debba accadere) in prima persona le avventure del signor Jacopus B.

Come sempre abbiamo divagato e ancora nulla abbiamo detto di quanto ci eravamo prefissati di raccontare. Abbiamo però già chiesto scusa al paziente lettore di queste nostre continue intemperanze narrative ed inoltre, siamo costretti ad ammetterlo, forse questo fantomatico lettore neppure esiste ed è perciò inutile sentirci vincolati da obblighi o limitazioni siffatte.
E’ giunto però il momento di scatenare quella che un nostro grande maestro aveva, secoli fa, chiamato la causa efficiente, ossia l’origine da cui parte ogni cammino (anche se per quel erudito camminatore il senso vero si nascondeva non tanto nel principio quanto nella fine).
Così, dunque, inizia il giorno in cui il signor Jacopus B. scoprì che, riflesso nello specchio, vi era un’altra persona, un altro uomo che mai aveva visto e che non riconosceva come sé stesso.

La piccola radiosveglia posta sul comò a fianco del letto si illuminò all’improvviso allo scoccare delle sette in punto e, automaticamente, si sintonizzò sul canale preimpostato: Radio Cucina. La voce dolce e suadente della presentatrice si fece strada lungo le vie invisibili dell’etere e, riconvertita dai vecchi ma funzionanti transistor, si diffuse per tutta la stanza dagli altoparlanti gracchianti. Raccontava la voce eterea e femminile di una complicata ricetta a base di zafferano il cui segreto sembrava essere nella tipologia di condimenti usata per preparare il brodo necessario ad insaporire la pietanza. E’ noto che fra le molte stranezze del signor Jacopus B. quella che aveva la precedenza (quantomeno in un ordine prettamente cronologico) era lo svegliarsi ogni mattina ascoltando la voce di una sconosciuta annunciatrice declamare le ricette più intricate come se si fosse trattato di rituali magici da compiere per conquistare cuori indifferenti o incantesimi negromantici per rievocare spiriti di amanti defunti. I motivi per cui il signor Jacopus B. amava destarsi proprio in questo modo sono perlopiù misteriosi, neppure il rendicontatore delle “Cronache” ne riporta una ragione ben precisa; noi che però oramai conosciamo bene le origini dell’eccentricità del nostro protagonista sospettiamo una motivazione ma non vorremmo qui peccare di presunzione; ci si lasci dire, però, che la voce proveniente dalla radio assomigliava in modo straordinario ad un’altra voce che il signor Jacopus B. aveva per anni ascoltato e che per molte mattine l’aveva svegliato, con sussurri di parole affettuose.
Il signor Jacopus B. aprì gli occhi (potremmo aggiungere alla descrizione precedente dei tratti fisici ora anche il colore di questi: un azzurro mischiato da striature grigie che davano vita ad una tonalità fredda, quasi timida che non splendeva e che per essere colta e ricordata aveva bisogno di tutta l’attenzione dell’osservatore), per un attimo si lasciò cullare dal timbro caldo della voce dell’annunciatrice che elencava i passaggi per evitare di far raggrumare una qualche crema fatta con acqua e farina, poi, con un gesto distratto, spense la radiosveglia e si levò a sedere sul letto. Un brivido di freddo gli attraversò la schiena, la stanza era ghiacciata sebbene fuori risplendesse il primo sole di aprile. Il signor Jacopus B. fu quasi tentato di infilarsi di nuovo nel caldo delle coperte e ritornare nel mondo dei sogni, poi si ricordò del lavoro, delle prove, dello spettacolo imminente (chissà perché gli spettacoli erano sempre imminenti), della sua parte difficile e, a malincuore, si alzò e, in tutta fretta, si avvolse nella pesante vestaglia a quadrettoni. Restò così, fermo e in piedi davanti al letto per alcuni momenti, lasciando che la consapevolezza tornasse dalle profondità in cui si era rifugiata durante la notte. Vi erano delle mattine in cui avrebbe preferito che la marea dei ricordi restasse rinchiusa nelle segrete stanze del suo cervello ovattato dal sonno ma poi, essa, immancabilmente, ritornava, portando con sé tutta la vita sin lì vissuta dal signor Jacopus B. e, come detriti in un’alluvione, tutti i dolori della vita.
Ritornato pienamente in sé, il signor Jacopus B. si diresse in cucina. Oh! Non era certo un viaggio molto lungo considerato che la cucina era adiacente alla camera da letto; bastava attraversare una porta, percorrere i pochi metri di un piccolo soggiorno ed ecco spuntare la cucina. Lì, si scaldò un pentolino ricolmo di latte che si servì con un po’ del caffè avanzato dalla cena della sera prima, intinse un biscotto (mai uno di più) e sorseggiò il liquido caldo, tenendo la tazza con due mani come per scaldarsi.
Finita la colazione si diresse verso il bagno. Qui si chinò sulla vasca e si lavò il viso con l’acqua gelida proveniente dai tubi arrugginiti e cigolanti del vecchio palazzo in cui risiedeva da anni. Con le mani schiumose di sapone sfregò con forza la pelle ruvida e segnata del volto e quindi si gettò ondate d’acqua gelida per sciacquarsi. Solo così, dopo quella specie di tortura mattutina, si sentiva presente e vigile, pronto per cominciare una nuova giornata.
Ed ecco che siamo giunti al punto focale di questa storia. L’incipit tanto rimandato, che ora bisogna riportare sin nei più piccoli dettagli. Sarà molto consueto, niente di straordinario, nessun gesto eroico o strabiliante ma solo il semplice, banale voltarsi verso il lavandino con l’intenzione di radersi la barba. Fu, dunque, così che il signor Jacopus B. si trovò di fronte allo specchio opaco e pieno di aloni che ogni mattina rifletteva i suoi tratti che invecchiavano giorno per giorno. Ma ebbe una sorpresa. Quel giorno di fronte al signor Jacopus B., riflesso nello specchio, stava un impettito signore di mezza età che fissava il nostro protagonista con sospettosi occhi neri e con le sopraciglia leggermente aggrottate. Un figuro un po’ losco, potremmo quasi dire; certo, distinto nei modi ed elegante nella postura ma senza dubbio altezzoso e scontroso, vagamente iracondo. Di sicuro non era il signor Jacopus B.

Come reagì il nostro protagonista? Abbiamo riflettuto più volte sul comportamento che il signor Jacopus B. tenne in quell’occasione e ancora non siamo riusciti a darne un’interpretazione esaustiva. Immaginiamo per un momento di essere nei suoi panni e di fissarci allo specchio e di vedervi riflessa un’altra persona. Le reazioni potranno essere differenti, dal panico più completo, sino ad una calma assoluta, fasulla ma in fondo ciò che accomunerà tutti i comportamenti non potrà che essere la sorpresa, lo stupore di vedere un altro individuo al nostro posto nello specchio. Ci diverte immaginare l’ipotetico lettore in questa situazione, lo vediamo spalancare la bocca in un gesto di meraviglia e sbalordimento, avvicinarsi poi al riflesso facendo smorfie e gesti inconsulti come a volersi sincerare di essere davvero di fronte ad uno specchio e non, magari, di stare osservando un qualche sconosciuto intrufolatosi di soppiatto nel bagno. Il nostro lettore arriverà quasi a toccare con la punta del naso la superficie liscia e fredda del vetro, abbandonando la speranza di un errore e rassegnandosi così all’idea che il proprio riflesso è fuggito e che al suo posto ve n’è un altro, di proprietà di un qualche ignoto signore, perlopiù stizzoso e con una faccia non tanto simpatica.
Il signor Jacopus B. non si comportò esattamente così. Nelle molte pagine che abbiamo letto dalle “Cronache” e, soprattutto, trascritto in queste nostre, personalissime, rendicontazioni, abbiamo imparato a conoscere il carattere particolare del nostro protagonista: la sua pacatezza, la sua riflessività, il suo lasciare che il mondo frenetico scorresse via senza esserne veramente parte, il suo interrogarsi silenzioso che appare indifferente e che, a volte, sembra ammantarsi di un cinismo individualista. Anche quella volta il signor Jacopus B. si comportò in modo quantomeno imprevedibile.
Fissò a lungo gli occhi dell’uomo riflesso: lo osservavano imitandone l’espressione con un’aria di sfida, di scherno e di supponenza, tanto che il signor Jacopus B. ne fu quasi infastidito, poi, scrollando il capo, si mise braccia conserte e, serio e impassibile, cominciò a riflettere. Sembrava che il signor Jacopus B. non fosse in realtà molto sorpreso di quanto stava accadendo, come se il vedere un'altra persona nello specchio al proprio posto fosse una cosa naturale e quotidiana, come se non vi fosse nulla di particolarmente inconsueto nello scoprire che il proprio riflesso se ne era andato chissà dove al in vece sua ne era comparso un altro. Con la mano destra, il signor Jacopus B., si grattò la punta del naso e osservò l’uomo allo specchio fare lo stesso, ma con un gesto più svogliato, meno riflessivo, quasi che fosse costretto a massaggiarsi il naso quando, in realtà, sentiva prurito altrove.
Il signor Jacopus B. si sedette sul bordo della vasca non perdendo la sua tipica espressione corrucciata di quando era intento in una qualche riflessione particolarmente complessa. Non ce ne voglia il lettore, ma il casuale gioco di parole viene in soccorso per ricordarci che davvero durante quella mattina la “riflessione” del signor Jacopus B. era alquanto complicata.
In un altro resoconto abbiamo ben descritto il modo in cui procedeva la razionalità del signor Jacopus B., di come fosse figurativa e diretta conseguenza del suo essere attore. Anche questa volta il signor Jacopus B. s’immaginò sul palcoscenico del proprio intelletto tutti gli elementi della tragedia (o della commedia?) che stava vivendo e, così facendo, cercò di dare loro un senso (un simpatico lord scozzese con tanto di parrucca avrebbe sorriso compiaciuto a quest’idea di una coscienza come teatro).
Il signor Jacopus B. chiuse gli occhi e restò lì immobile, seduto e silenzioso a pensare. E pensò davvero a lungo.
Su cosa il signor Jacopus B. stesse scervellandosi non ci è dato sapere, le “Cronache” non riportano questo dato e noi non abbiamo elementi sufficienti per fare un’ipotesi; sta di fatto che rimase seduto per quasi un’ora, le palpebre abbassate, a rimuginare. L’impressione che ci accompagnò la prima volta in cui leggemmo di questo episodio fu che la totale mancanza di meraviglia e sbalordimento del signor Jacopus B. nascesse dal fatto che il nostro protagonista si aspettasse quel momento, come se avesse atteso per anni l’arrivo di quel misterioso visitatore, quasi che sapesse che ad un certo punto della propria vita l’avrebbe incontrato e che avrebbe dovuto affrontarlo.
Poi, all’improvviso, quasi di soprassalto, si alzò frettolosamente e, fatto un cenno, una specie di saluto all’uomo riflesso (che rispose con un gesto identico) uscì dal bagno e, ancora in vestaglia, andò a telefonare al teatro. Il lettore immaginiamo si prefigurerà il nostro protagonista andare in soggiorno o in camera da letto, alzare la cornetta di un vecchio telefono grigio e comporre il numero del teatro. Così sarebbe accaduto certamente se il signor Jacopus B. avesse posseduto un telefono, ma egli non si era mai concesso il lusso di questo strumento di avanzata tecnologia e di comunicazione sfrenata. Odiava il suono del trillo assillante e invadente del telefono e aveva sempre rifiutato l’idea di istallarne uno in casa propria. Fu così che allora arraffò qualche moneta sparsa su una mensola della cucina e scese in strada. Una volta sul marciapiede si diresse a passo spedito verso la cabina telefonica che sorgeva un centinaio di metri più in là. Dovette essere stato piuttosto buffo per le persone che distrattamente percorrevano la via vedere un signore di mezza età, vestito di un’antiquata vestaglia di lana rattoppata con alcune pezze variopinte, muovere con passo deciso e frettoloso verso la cabina del telefono. Chi l’avesse osservato con maggiore attenzione sarebbe poi rimasto particolarmente colpito dall’espressione concentrata e seriosa di quel bizzarro personaggio.
Arrivato, il signor Jacopus B. si chiuse alle spalle le porte semoventi della cabina telefonica e, inserite alcune monete, compose il numero del teatro.

- Pronto? Teatro.
- Si. Salve, sono Jacopus B. oggi non posso venire alle prove dello spettacolo.
- E’ successo qualcosa signor Jacopus B.? Si sente bene?
- No. Cioè si. Sto bene. Ho semplicemente visto qualcun altro riflesso nel mio specchio e vorrei capire di chi si tratta. Rientrerò al più presto. Buona giornata.

E così chiuse la conversazione, riuscendo persino a ricevere il resto dall’apparecchio telefonico a gettoni. Immaginiamo facilmente la reazione della centralinista del teatro (che in realtà era la figlia della sorella del proprietario) alle parole del signor Jacopus B.: ha visto un’altra persona riflessa nello specchio?! Che cosa vuol dire? Che significa?
La ragazza, reputando di non avere abbastanza esperienza e di non essere ancora elevata ai misteriosi rituali dei teatranti, non seppe interpretare il linguaggio complesso ed ermetico del signor Jacopus B. e, allora, corse dagli attori intenti nelle prove e raccolti sul palcoscenico spoglio. Sembravano questi tanti manichini scartati o forse addirittura licenziati da un grande magazzino e raccolti in un luogo desolato, lamentosi della propria sorte e pronti a rivendicazioni sindacali.
La ragazza osservò per un momento gli attori e poi esplose a raccontare la strana telefonata. I teatranti ascoltarono la giovane sputacchiare frasi frenetiche senza un apparente ordine logico, riconobbero alcune parole e tante altre ne persero ma non si scomposero. Immobili, dall’alto del palcoscenico, voltarono appena il viso verso il punto nero e nascosto da cui la giovane sbraitava. Quando la centralinista terminò lo sproloquio incoerente, gli attori non dissero nulla e sul teatro calò il silenzio. Un lungo momento di vuoto pesante, una specie di cappa di afa sonora in cui ogni rumore era assorbito e dissolto.
La platea era nera, rischiarata solo dai riflessi delle poche luci che rimbalzavano dal palcoscenico, illuminato da deboli e giallognoli faretti. Le ombre degli attori si allungavano inquietanti lungo tutto il proscenio, come creature mostruose in attesa, fameliche e bramose. La giovane centralinista si ritrasse nelle spalle, spaventata da quel silenzio innaturale, trattenne il fiato in attesa che qualcuno dicesse qualcosa. Fu solo dopo un tempo che apparve eterno che uno degli attori ruppe la stasi che si era creata nel teatro: con fare saccente, disse che non vi erano ragioni per preoccuparsi e che a loro era ben chiaro il significato delle inconsuete parole del signor Jacopus B. Vai pure ora e non preoccuparti, quasi urlò. La giovane centralinista si allontanò, rivolgendo timorose occhiate agli attori sul palcoscenico che continuavano a fissare il vuoto, immobili e alieni. Solo quando fu al sicuro nel suo piccolo ufficio, la giovane tirò un lungo e rumoroso sospiro di sollievo e si chiese il perché di quei comportamenti stravaganti. Ci pensò un po’ su e giunse alla conclusione che un giorno avrebbe voluto anche lei essere una grande attrice e far parte della cerchia segreta e misteriosa degli attori. Per il momento però, preferiva restarsene al sicuro sulla sua scrivania a rispondere alle telefonate della gente normale, persone di cui capiva il linguaggio e i comportamenti.
I colleghi del signor Jacopus B. rimasti soli si guardarono in faccia l’un con l’altro in attesa che qualcuno trovasse il coraggio di dire qualcosa. Di spezzare l’incantesimo che opprimeva l’aria.
Nessuno trovò dentro di sé la forza di esprimere ciò che stava pensando, anche se tutti stavano meditando la stessa cosa e ne erano ben consapevoli. La frase aleggiò muta e silenziosa nell’aria per alcuni momenti, poi, il regista consapevole che nessuno avrebbe mai divelto la cortina di silenzio calata tra di loro, ordinò di riprendere le prove, e la sua voce parte tremare nel buio della sala. Tutti ubbidirono con un inconsueto entusiasmo. L’episodio venne così accantonato ma quel giorno qualcosa continuò ad aggirarsi oscuramente fra le file di sedie del teatro. Strane parole protette dal buio e da un ghiacciato timore.

Il signor Jacopus B intanto era risalito nel suo appartamento e, chiusa la porta di casa con una triplice mandata delle pesanti chiavi, si diresse verso il bagno. Senza degnare di uno sguardo lo strano signore che lo guardava dallo specchio, si avvicinò al piccolo ripiano posto di fianco alla finestra.
Per capire meglio come si svolse la scena è forse opportuno soffermarci a descrivere la geografia del bagno: ci aiuterà a visualizzare con più chiarezza i movimenti del nostro protagonista. La stanza era piuttosto lunga e stretta. Sul lato destro vi era un ampio mobile al cui interno, proprio al di sopra del lavandino, era incastonato lo specchio famoso di cui stiamo narrando le stranezze. Sul lato opposto la vasca da bagno e poco sopra, quasi un serpente attorcigliato e sonnacchioso, il tubo del doccino che pendeva mestamente dal gancio inchiodato nel muro. In fondo alla stanza la finestra, rettangolare, eccessivamente alta e stretta. Proprio al di sotto di questa un mobile, semplice e senza fronzoli, in cui il signor Jacopus B. riponeva tutti flaconi necessari alla vita moderna: detersivi, schiume, profumi e ogni altra cosa che la mente igienica dei commercianti riusciva a produrre e vendere. Di fronte a questo armadietto il signor Jacopus B. si fermò e, inginocchiatosi, lo fissò con intensità. Cominciò quindi a frugare nel caotico disordine che vi era contenuto. Aprì la prima anta e rovistò con frenesia ma non trovò nulla di quello che cercava, almeno così possiamo supporre, perché si affrettò ad aprire la seconda anta e si mise a cercare con maggiore impazienza.
Se vi fosse stata la possibilità di essere presenti, magari nascosti in un angolo, ad osservare da vicino il signor Jacopus B. che, in vestaglia e chino davanti ad un vecchio armadio, scombussolava boccette e bottiglie di tutte le forme e colori, avremmo certamente sentito la sua voce mugugnare e brontolare e ci sarebbe parso per la prima volta di vederlo perdere (almeno un poco) la pazienza.
Ma non distraiamoci e restiamo ad osservare gli incomprensibili comportamenti del nostro protagonista, dobbiamo ancora cercare di capire per quale singolare motivo si fosse messo a frugare nell’armadietto dei detersivi poco dopo aver scoperto che un’altra persona si era sostituita al suo consueto e abituale riflesso.
Ecco! Finalmente pare abbia trovato quello che cercava. Un urlo strozzato che sembrerebbe essere un evviva o un eureka (per un attore di mezz’età un po’ eccentrico e solitario non deve essere molto strano utilizzare il termine eureka come grido di giubilo) ci segnala che la ricerca ha avuto termine e che sembrerebbe essere stata fruttuosa.
Il signor Jacopus B. si alzò sulle gambe un po’ malferme per l’età e osservò il piccolo oggetto che teneva stretto fra le mani. Con entrambe le mani e tutte le dieci dita lo strinse al petto, quasi per proteggerlo e per impedire alla forza di gravità di trionfare.
Poi stese le braccia verso l’alto, quasi a mostrare al mondo intero la cosa finalmente trovata: un figlio a lungo atteso per continuare la discendenza regale, un tozzo di pane per celebrare una bizzarra forma di transustanzione, un idolo preistorico con cui urlare il proprio potere o forse il proprio stesso cuore palpitante e sanguinolento per dire d’esser vivi. Qualunque fosse il significato del gesto, il signor Jacopus B. alzò verso il soffitto del bagno un piccolo specchio rotondo, avvolto da una sottile cornice di legno nero e, sorridendo, fissò il ghigno dell’uomo che dalla superficie lucida lo derideva.

Tenendo sempre saldamente il piccolo specchio rotondo fra le mani, il signor Jacopus B. corse in cucina. Non crediamo vi siano parole sufficientemente buffe per descrivere quella breve corsa: un uomo attempato, magro tanto da far intravedere sotto la pelle bianca e tirata le ossa dello scheletro, i pochi peli sparsi qua e là a caso lungo le gambe secche che si intravedevano dall’apertura della vestaglia, le mani al petto, sbiancate dallo sforzo di reggere il piccolo tesoro e il volto, il volto concentrato, la fronte aggrottata, gli occhi socchiusi e le narici dilatate dallo sforzo e dalla tensione. Una scena davvero ridicola se non fosse stato per l’importanza del momento e la particolarità drammatica della circostanza.
Il signor Jacopus B. aveva in mente qualcosa. Nelle circonvoluzioni del suo fantasioso cervello serpeggiava e si faceva strada un’idea, un’astrusa strategia per far fronte all’imprevisto di una mattina tanto particolare. Un po’ crudelmente ci piacerebbe anticipare al lettore la natura di quel pensiero ma preferiamo tacere e lasciare che siano i fatti stessi, attuandosi, a disvelare il senso dell’agire e i propositi ancora nascosti.
Seguiamo con attenzione il signor Jacopus B. senza distrarci, le ragioni fioriranno con calma, come una piccola pianta che lotta per sbocciare e per germogliare e che alla fine trionfa nel colore del suo bellissimo fiore aperto al mondo.
Il signor Jacopus B. arrivò in cucina e, sul tavolo in cui poco prima aveva fatto colazione, posò delicatamente, come un bimbo in fasce e piagnucolante, il piccolo specchio. Lo adagiò come se si trattasse di una specie di delicato monile preistorico, scampato alla devastazione dei secoli.
Rassicuratosi che l’ardita operazione non avesse provocato danni al suo tesoro, uscì dalla cucina e si affrettò verso il piccolo ripostiglio che si trovava in fondo al corridoio dell’anticamera (a metà del corridoio faceva bella mostra di sé un grande specchio alto e stretto e nell’attimo in cui il nostro protagonista vi passò davanti di corsa, sia andando che tornando, si intravide lo sconosciuto figuro che aveva preso il posto del riflesso del signor Jacopus B., ugualmente trafelato e forse anche un po’ preoccupato).
Nel ripostiglio il signor Jacopus B. prese la scatola degli attrezzi e un piccolo scatolone ricolmo di oggetti vari; li trovò subito, impilati in cima ad uno scaffale traballante e tenuto insieme da viti mal avvitate. Portò poi tutto in cucina e poggiò sul tavolo quanto arraffato e, infine, si sedette sull’unica sedia presente in cucina.
Tutto era pronto. Tutto si trovava di fronte a lui. Ogni attrezzo utile, ogni materiale, ogni accessorio era lì in attesa di essere messo all’opera, pronto a prendere vita grazie alla fantasia, all’agire del signor Jacopus B. Seduto, il nostro protagonista restò un momento in attesa fissando gli oggetti che aveva di fronte: il piccolo specchio che rivolto verso il soffitto rifletteva l’intonaco malamente dipinto in alto, la scatola degli attrezzi che ospitava in perfetto ordine martelli, chiavi inglesi, cacciaviti, trapano, chiodi e tutta l’utensileria necessaria al buon fai-da-te e, da ultimo, i vari oggetti nello scatolone, nastri, spago, pezzetti di legno, piccole barre metalliche, lastre di compensato da ritagliare e tanti altri aggeggi apparentemente inutili.

Cosa aveva in mente il signor Jacopus B.? Sfidiamo il lettore ad indovinarlo, lo vediamo fissar fuori dalla finestra, forse una sera piovosa o un limpido cielo di una primavera radiosa, e perdere lo sguardo lontano, verso il punto in cui la terra tocca la volta tonda dell’orizzonte, cercando di scorgervi, quasi fosse un libro da leggere, la risposta al quesito impertinente lanciato. Stia tranquillo, non disperi del fallimento che certo gli si sarà destinato, solo l’eccentricità del nostro protagonista poteva arrivare ad immaginare e a pianificare siffatta strategia macchinosa ed intricata. Aiutiamo il povero lettore e mettiamo tutti i fatti sul tavolo, osserviamoli con cura, come oggetti di una collezione segreta, nascosta fra le assi del letto e il materasso consunto (imitando così lo stesso signor Jacopus B.). Allora, per prima cosa troviamo un riflesso sconosciuto, o meglio, eccoci di fronte ad un signore che, ad un certo punto della sua vita, osservandosi allo specchio non vi vede più il solito riflesso che ha imparato a riconoscere come proprio, come il sé stesso capovolto dalla superficie vetrosa ma vi scorge un’altra persona, differente, ignota (e perlopiù antipatica) che lo fissa con un ghigno che diremmo alquanto sospetto. Secondo fatto: il protagonista della scoperta invece che sorprendersi, osservare lo sconosciuto tentando di riconoscerlo, spaventarsi, chiamare aiuto o semplicemente rassegnarsi alla propria follia e prepararsi a far visita ad un buon medico della mente, si mette a frugare in un armadietto e ne estrae uno specchietto con cui riflettersi e vedere ancora il sorriso sogghignante dell’estraneo. Terzo ed ultimo (per il momento), non appagato dall’eccentricità delle sue azioni, l’uomo che non rifletteva se stesso si siede ad un tavolo con tutto il necessario per un tranquillo pomeriggio di bricolage. Se non sapessimo per certo che questi tre fatti sono legati fra loro da una consequenzialità causale, deterministica, penseremmo che nulla hanno a che fare l’un con l’altro e che sono semplicemente messi lì a caso, senza alcun intento o proposito.
La casualità non fa parte però di questa narrazione, queste nostre righe che stiamo lentamente versando sulla pagina bianca hanno un fine ben preciso e un senso alla fine lo scoveremo, ci basterà aver fiducia nel signor Jacopus B. e lasciare che il tempo scorra e con esso che le azioni acquisiscano senso. Non affrettiamo conclusioni e non gettiamo la spugna della conoscenza, lasciamo che ciò che appare ora come casuale si rivesta e si ammanti di una ragione chiara e lampante. Basterà continuare ad osservare il signor Jacopus B.

Chino sul tavolo, la postura un po’ ingobbita, il signor Jacopus B. si mise al lavoro. Potessimo osservarlo un po’ dall’alto, scorgeremmo la testa ricoperta dai radi capelli bianchi, le spalle strette, quasi malaticce e le braccia, aperte e distese sul tavolo a formare un cerchio perfetto, unito in fondo, a mo’ di giunto, dagli oggetti tra le mani, presi, montati, smontati, avvitati, martellati, incollati, appiccicati e incastrati. Prende un attrezzo, lo prova, lo getta via, ne prende un altro, lo usa su un qualche materiale, carta, legno, spago, ininterrottamente, ripetitivamente, ossessivamente, e qualcosa acquisisce lentamente forma. Un nuovo oggetto nato dalla combinazione immaginata e creata dal signor Jacopus B., delle mille e più cianfrusaglie presenti nello scatolone, assemblate con gli utensili e gli attrezzi scelti con cura e maneggiati con sapienza.
In nessuna altra pagina delle “Cronache del signor Jacopus B.” abbiamo letto di questa capacità manuale e meccanica del nostro protagonista, vi abbiamo trovato piuttosto riflessività, pacatezza, tendenza allo smarrirsi in voli pindarici di pensieri spiraleggianti, mai altrove è stato riportato questo aspetto del nostro protagonista, come se la capacità di creare con le mani fosse una sorta di potenzialità sopita, potenziale ma mai, tranne ora, messa in atto e utilizzata. Viene quasi da chiedersi quante altre ipotizzabili abilità possedesse il signor Jacopus B. senza mai averle mai messe in pratica. Sarebbe stato in grado di scalare un monte a mani nude o di dipingere arcani paesaggi pieni di inquietudine, oppure solfeggiare per ore e ore composizioni musicali ardite e arzigogolate, o ancora vedere un gatto nero attraversare una strada d’asfalto nero nella notte più buia senza stelle e luna? Che forse è proprio nelle capacità che si sceglie di utilizzare che si origina la peculiarità specifica di ogni essere umano, la sua solipsistica unicità?
Una volta qualcuno disse che l’uomo poteva essere qualunque cosa volesse poiché in fondo egli è artefice del proprio destino; forse intendeva proprio che ogni uomo possiede in sé tutte la capacità proprie della sua natura umana, dalle più banali alle più complesse e stravaganti, sta poi al singolo, consapevolmente o meno, scegliere quali utilizzare e far proprie, definendosi così, nella differenziazione della scelta delle abilità, da tutti gli altri. Ciò che distingue allora questo vostro solitario narratore dal resto della popolazione umana è forse proprio la scelta di utilizzare l’inutile capacità dello spendere le ore delle notti insonni e dei pomeriggi noiosi raccontando e scrivendo le folli avventure del signor Jacopus B., lette un tempo in consumati e tarlati vecchi volumi profumati di carta? Se così fosse, non potremmo che lagnarci di questa nostra bizzarra predilezione e rimpiangere tutte le altre abilità che abbiamo dimenticato e che ci avrebbero permesso di passare i minuti della nostra vita tra la gente, nel baccano di una spensieratezza condivisa e felice. Ma non del narratore che getta via una vita si deve dar resoconto e così chiudiamo questa invisibile parentesi e proseguiamo nella nostra riflessione.
Si potrebbe, nulla lo vieta, né la logica, né la fantasia, ipotizzare che esista, forse nascosto e certamente in preda al terror panico, un uomo che non ha scelto, un certo tale che ha messo in atto tutte le potenzialità ascrivibili al genere umano. Se nulla lo impedisce, non ci resta che supporlo veramente e lasciare le conseguenze arrivare. Se, dunque, esiste tale individuo, è questo perfetto oppure dannato? E’ gaudente della sua totalità o disperato della sua finitudine? Per il modesto narratore che sta conducendo il lettore lungo questo tortuoso rendiconto di un episodio della vita del signor Jacopus B., l’ipotesi più plausibile è certamente la seconda, ovvero la disperazione e la dannazione. Come altro potrebbe essere definita la consapevolezza di non potersi più arricchire, di non potersi migliorare e di non poter crescere acquisendo nuove facoltà, nuove abilità, restando confinati in quello che si è in un’immutabilità desolante e priva di speranza? Sapere di aver riempito il proprio vaso e abbandonare ogni illusione di poter attingere a una nuova fonte, abbeverandosi come nomadi di un deserto assolato, persi tra le dune e giunti per caso ad un’oasi verde e placida di frescura. Meglio l’essere imperfetti e il poter sognare la perfezione chimerica, piuttosto che essere l’opposto e scoprirsi, nonostante tutto, poca e vile cosa.
Ma come sempre divaghiamo, ci scusi il lettore e ci consenta di proseguire con la narrazione dei fatti che riguardano il nostro signor Jacopus B, di cui tutto si può dire, tranne che fosse l’uomo perfetto (sebbene a volte fosse triste in egual misura).

Il signor Jacopus B. lavorò per circa un’ora, montò e disfece, costruì e distrusse, utilizzò tutti i materiali, gli oggetti e gli utensili che aveva disperso sul tavolo della cucina finché, da tutto quell’impegno, non si creò un prodotto nuovo. Venne così al mondo una cosa che non era più i semplici elementi che la componevano, né i molteplici gesti che l’avevano prodotta, ma più degli uni e più degli altri. Una situazione davvero anomala, come se da una somma di numeri conosciuti ne risultasse una cifra inaspettata, maggiore a quanto ci si è prefigurati. Questo oggetto realizzato aveva acquisito in un determinato e ignoto momento del processo creativo che l’aveva portato all’essere, ad esistere un elemento nuovo, una peculiarità sua specifica irriducibile alle caratteristiche proprie delle singole parti che lo componevano. Vi era nella cosa creata dalle mani del signor Jacopus B. un aspetto qualitativo nuovo, una sorta di qualia suo specifico sorto ad un certo punto e totalmente inatteso. Per spiegare meglio questa stranezza capitata nella cucina del signor Jacopus B. (era una mattina quella davvero ricca di stramberie) servirebbe al buon narratore un esempio, ma nonostante tra la riga precedente e questa sia passato un tempo piuttosto lungo dedicato a pensare e rimuginare (tempo che di cui il lettore non ha il sospetto e che per lui è rappresentato solamente da uno spazio fra un punto e una lettera maiuscola) nulla ci è apparso alla mente di utile a chiarire e semplificare esemplificando. Sarebbe d’uopo cavar fuori da qualche parte un paradigma, lampante e facile, con cui facilitare il lettore nella comprensione, ma a parte una filosofeggiante riflessione sul rapporto fra la fisicità biochimica del cervello e la esplosività quasi magica della coscienza, nulla ci sovviene e, allora, non ci resta che confidare nelle capacità figurative del lettore paziente e proseguire. Se questo passo non dovesse risultargli ben chiaro, lo accetti e faccia una semplice professione di fede nella verosimiglianza che di solito si dona alle narrazioni e ai racconti.
Dicevamo, allora, che una nuova cosa era nata dalle mani operose del signor Jacopus B., senza tuttavia ancora aver detto nulla sull’oggetto creato. Nulla ci trattiene ora dal descrivere ciò che il signor Jacopus B. aveva prodotto e che stava osservando con particolare soddisfazione ed entusiasmo.
Un saggio studioso dallo sguardo severo e con una ispida barba bianca impreziosita da un paio di baffi rigogliosi e le cui estremità rivolte verso il basso simulavano una perenne sensazione di tristezza e mestizia, ci inviterebbe ad osservare l’oggetto con occhi puri e privi di categorie descrittive precostituite e, messe a parte (o tra parentesi, egli direbbe) tutte le nostre predefinite descrizioni, ci spronerebbe a spalancare gli occhi, così tanto e così per lungo tempo, da cominciare a vedere il mondo intorno un po’ sfocato, ma, forse proprio per questo, nuovo, come non ci è ma apparso e, in tal modo, farci sorprendere, quasi che lo vedessimo per la prima volta come quel giorno lontano (almeno per chi scrive) in cui, sgusciati fuori dal ventre e dalle urla della madre, abbiamo pianto la disperazione e la perdita dell’unico vero paradiso che mai potremo conoscere.
Che l’oggetto ci appaia allora nel suo essere semplice fenomeno, verrà poi il momento di categorizzarlo (catechizzarlo?) nelle sue implicazioni di utilizzo e di utilità.
Il singolare prodotto del signor Jacopus B. appare così composto di tre parti distinte, unite fra di loro in una consequenzialità cronologica, spaziale e causale. Nella parte posta all’estrema sinistra troviamo dei fili, delle stringe di materiali differenti, cuoio stoffa varia, plastica e non possiamo non notare anche una piccola fibbia metallica, opaca e un poco sporca. Questi nastri sparsi sono tutti uniti in un punto di giuntura che congiunge due aste di legno, una sembra un pezzo di mobilio riciclato, forse uno zoccoletto tagliato in una parte più piccola, l’altra un pezzo di compensato seghettato disordinatamente e a zig zag. Entrambe le aste terminano con un piccolo foro in cui vi è inserita una vite che consente di tener legate altre due asticelle non dissimili da quelle ore descritte, garantendo, così, la possibilità di un movimento reciproco fra e prime e le seconde. La strana struttura ricorda una sorta di braccio legnoso il cui gomito è rappresentato dalla vite arrugginita inserita nel foro delle aste. Così legate le liste di legno raggiungono la lunghezza di circa un metro di estensione massima.
Proseguendo nell’osservazione: se queste aste si trovano nella parte centrale dello strano oggetto, tutto a destra potremmo scorgere un pezzetto di metallo, forse di alluminio o di rame, gibollato e butterato, quasi che la sua forma originaria fosse differente e che fosse servito un bel lavoro di martellamento per costringerlo a mutar aspetto e prendere, definitivamente, quello che ora ci appare davanti agli occhi, spalancati e sorpresi. L’avanzo di metallo ha ora una forma rotondeggiante, quasi come un anello segato a metà, ed è unito alle due (quattro?) aste da una nocciola scomposta di colla. Se guardiamo bene ne vediamo il bitorzolo semitrasparente che incolla legno da un lato e metallo dall’altro. Continuando a scrutare,vediamo che la U di metallo ha in mezzo una scanalatura, come una sorta di binario infossato delle dimensioni di circa un centimetro, prodotto, almeno così sembrerebbe, da un attento lavoro di scavo e di incisione accurata.
Ecco, così si conclude l’oggetto creato dal signor Jacopus B., o quantomeno, così termina la descrizione puramente empirica degli elementi che lo compongono. A dire il vero, osservato in tal guisa, risulta ancora più incomprensibile e misteriosa di quanto già ci appariva. Sembrerebbe proprio un oggetto inutile.
Non disperiamo e come pochi momenti prima, lasciamo che siano le azioni del signor Jacopus B, a donar senso alla realtà in modo da consentirci di analizzare l’oggetto finalmente con gli occhiali con cui siamo soliti vedere le cose del mondo, ovvero per la loro utilità e per il loro impiego, nonché per il loro essere utili ai nostri scopi.
Possiamo aiutarci in questa osservazione categorizzata e utilitaristica prestando attenzione al signor Jacopus B., egli, infatti, con un bel sorriso compiaciuto prese l’oggetto appena creato, lo rigirò tra le mani un paio d volte, e poi lo indossò, donandogli finalmente il senso per cui era stato realizzato. Una cosa l’abbiamo dunque appresa, quella cosa era stata costruita per essere vestita, che sia forse un abito? Non anticipiamo e proseguiamo nel descrivere. Il signor Jacopus B. per prima cosa prese l’oggetto per la parte sinistra, ovvero per i lacci, e, pazientemente, intraprese un attento e meticoloso lavoro di allacciamento dei nastri attorno la spalla sinistra. Fece passare i fili sotto l’ascella e intorno al braccio, finchè accortosi che la struttura era ben salda, li fissò, chiudendoli strettamente con la fibbia metallica e opaca. Intuiamo in questo modo a cosa servisse la parte sinistra della costruzione, essa era un’imbracatura, delle specie di cinture, costruita appositamente per tenere l’oggetto appeso alla spalla sinistra. Ora il signor Jacopus B. si alza in piedi e fa dei tentativi e delle prove di movimento per testare la solidità e l’efficacia dell’operazione di legamento. L’oggetto tiene. Soddisfatto, prosegue nella significazione funzionale di ciò che ha orora creato. Delicatamente, con un movimento quasi religioso, prende il piccolo specchio adagiato sul tavolo e lo inserisce nella sottile scanalatura incisa nella parte a destra della cosa. Il supporto a forma di U ha, non casualmente, l’identica forma e le stesse dimensioni dello specchietto, tanto che questo vi calza come un guanto e ne rimane appoggiato con facilità e sicurezza. Lo specchio, o meglio la parte riflettente di esso, è rivolta verso il volto del signor Jacopus B., che vi intravede (ma non vi fa caso) il solito, antipatico e borioso, sorriso del riflesso sconosciuto, giunto, da chissà dove, a disturbare la tranquilla routine mattutina del nostro protagonista. A questo punto ci risulta ben chiaro anche lo scopo finale della parte desta dello strano oggetto creato: esso è stato modellato, martellato e deformato, per diventare un solido supporto al piccolo specchio che il signor Jacopus B. aveva, con grande frenesia, ripescato dall’armadio posto sotto la finestra del bagno. Per ultimo, ma ormai il sorriso estasiato del nostro protagonista ci dice che non ve ne sarebbe davvero bisogno, il signor Jacopus B. testa anche la parte centrale della cosa assemblata (ora un po’ meno misteriosa) e muove i due bracci, estendendoli e ritraendoli, monitorandone la funzione motoria garantita dalle arrugginite viti inserite nei fori delle rispettive liste di legno. Li allunga, poi, non contento, li accorcia un poco, sino a che, mormorando un silenzioso ecco!, si ferma e, voltando il volto verso lo specchio, vi vede perfettamente riflesso un volto (che dovrebbe essere il suo ma non lo è).
A questo punto possiamo dire che l’oggetto a cui il signor Jacopus B. ha trovato un senso utile alle ragioni di chi l’ha prodotto e a quelle di chi, leggendo questa cronaca, cerca di comprenderle. Prima però di rivelare a chiare lettere che cosa è l’oggetto costruito, pazientiamo un attimo ancora e dedichiamoci ad una bella occhiata al signor Jacopus B. vestito di questa nuova sua creazione. In piedi, proprio in mezzo alla piccola cucina, resa ancora più minuta dallo spazio occupato dal tavolo e dalla sedia (nonché dai fornelli, dal lavandino, dal frigorifero, dal piano cottura e dalla cassettiera delle posate) il signor Jacopus B. se ne sta immobile con la sua vestaglia a quadrettoni mollemente adagiata sul suo corpo scheletrico e un po’ rinsecchito. Se giungessimo ora nella cucina, senza aver visto prima il nostro protagonista costruire la struttura che porta al braccio sinistro e, soprattutto, se non avessimo letto le righe precedenti di spiegazione, ci troveremmo di fronte al signor Jacopus B., che, insolitamente sorridente, se ne sta fermo in cucina e, credo, non potremmo non far caso, a quella cosa lunga e bizzarra che si estende, quasi che fosse un’orrenda protuberanza del suo stesso corpo, dalla spalla sinistra; ci apparirebbe come una sorta di terzo braccio che invece di terminare con una mano prensile, culminerebbe con uno specchio, rivolto direttamente verso il viso del nostro, sempre più stravagante, protagonista.
Lasciamo ora da parte le descrizioni e torniamo al nostro ruolo di narratore e soprattutto di conduttore della rendicontazione dei fatti che riguardano la vita del signor Jacopus B.; questo è in fondo il nostro compito e non dobbiamo certo dimenticarcene.
Si è preferito non anticipare nulla al paziente lettore del senso e dell’utilità dell’oggetto che il nostro protagonista stava, alacremente e impegnativamente, creando sul tavolo della cucina, reputando come migliore soluzione narrativa la semplice osservazione, lo sguardo curioso ma privo di suggerimenti ed indicazioni. In tal modo, abbiamo creduto, il lettore abbia potuto farsi un’idea più chiara e concreta dell’eccentricità e della completa imprevedibilità del comportamento del signor Jacopus B., stramberia che ora, ne siamo certi, risulta palese agli occhi di tutti.
Concediamoci ancora qualche momento per una ricapitolazione: una mattina il signor Jacopus B. si alzò (pratica piuttosto comune e consuetudinaria) e, guardandosi allo specchio del bagno, scoprì che il suo solito e abituale riflesso era scomparso, sostituito dal riflesso di un altro signore che lo fissava, dalla superficie lucida e vetrosa, con un sorriso alquanto indisponente. A questo punto il nostro protagonista, in totale accordo con la sua nota eccentricità, ritenne che la cosa migliore da fare in un caso di questo tipo (neanche esistesse un manuale dei comportamenti bizzarri, che riportasse al capitolo 3 - intitolato proprio: cosa fare nel caso in cui vi scompaia il riflesso - i comportamenti e le azioni corrette e proceduralizzate da far compiere al buon signor eccentrico) fosse quella di costruire una sorta di impalcatura che gli consentisse di portare sempre con sé, ovunque andasse, un piccolo specchio rivolto esattamente verso il suo viso, così da riflettere, in ogni momento e in ogni luogo, il volto scorbutico del misterioso sconosciuto.
Il signor Jacopus B., riflettendosi nel piccolo specchio adagiato sull’impalcatura legata al braccio, si spogliò della vestaglia (non sia mai che un signore rispettabile come lui se ne andasse in giro per la città vestito in vestaglia) e, indossati gli abiti che la sera prima aveva sistemato su una sedia del soggiorno, se ne uscì di casa e si incamminò per le vie della città, tenendosi sempre legato al braccio la costruzione su cui era adagiato lo specchietto dalla cornice di finto legno.
Fu così che il signor Jacopus B. si mise a vagare per le strade osservando non tanto le bellezze del paesaggio (architettoniche e non) ma quanto piuttosto il volto seccante e sgradevole dello sconosciuto che, dalla superficie riflettente, lo fissava a sua volta con fare saccente e arrogante.

La prima persona che il signor Jacopus B. incontrò nel suo girovagare senza metà per le vie della città fu il signor Josè. Se ne stava seduto su una panchina di legno, posta proprio sotto un vecchio lampione, a pochi metri da una fontana a forma di piramide (anche se qualcuno vi vedeva più una somiglianza con una sorta di panettone natalizio) da cui gorgogliava un’acqua putrida e mefitica che ammorbava l’aria tutto intorno. Il signor Josè sedeva sempre su quella panchina perché sapeva che nessuno lo avrebbe disturbato, né coppiette innamorate intente a tubare, né arzille vecchiette pronte a raccontare dei figli e dei vicini, nessuno, infatti, resisteva ai miasmi provenienti dalla fontana e tutti si sedevano più lontano possibile, preferendo di solito altre piazze e altri luoghi.
Il signor Jacopus B. era giunto nella piazza della fontana per caso, vagando per le vie della città guidato semplicemente dal caso, senza neppure prestare attenzione a dove metteva i piedi, totalmente concentrato nel fissare il volto che vedeva riflesso nel piccolo specchio incastonato nell’impalcatura costruita appositamente. Osservava negli occhi lo strano sconosciuto che si era, indebitamente, sostituito al suo solito riflesso; cosa vi cercasse o perché lo facesse resta al momento (e temiamo lo resterà per sempre) inspiegato.
La gente che incrociava il signor Jacopus B. lungo il suo cammino osservava questo rispettabile e composto signore ormai non più giovanissimo (articolata e artificiosa espressione per intendere vecchio) andare sicuro, col passo fermo e spedito, senza neppure guardar davanti, lungo una direzione che sembrava essere ben definita e che era in realtà vaga e dettata solo da circostanze completamente casuali. L’aspetto che più di tutti però emergeva come singolare e degno di nota nell’osservazione del nostro protagonista era senza dubbio lo strano aggeggio che aveva legato alla spalla e che si estendeva, più o meno all’altezza degli occhi, per circa un metro sulla sinistra. Era anche discretamente pericoloso, più di una volta passeggiatori distratti avevano rischiato di finirci contro e, schivato l’inconsueto aggeggio grazie ad un scatto repentino e ferino, si voltavano indispettiti e maledicevano (l’uso della terminologia variava da soggetto a soggetto) il signor Jacopus B. che tuttavia proseguiva come se nulla fosse e, crediamo, senza neppure sentire le ingiurie che gli piovevano addosso.
Vagava nella città da circa un’ora sempre con gli occhi grigi fissi sul riflesso nel piccolo specchio, quando sbucò nella piazza della fontana. Sarebbe passato oltre senza neppure accorgersi di esservi entrato quando una voce insistente lo chiamò. Signor Jacopus B.! signor Jacopus B.! Le urla si dovettero ripetere più volte e crescere di intensità prima che il nostro protagonista vi dedicasse attenzione; si fermò non smettendo di guardare nello specchio, aggrottò le sopracciglia in un gesto quasi infastidito e, solo dopo aver avuto la conferma che qualcuno lo stava effettivamente chiamando, si voltò nella direzione da cui provenivano le grida. E così vide il signor Josè.
Crediamo sia necessario dedicare alcune righe a questo nuovo personaggio che fa capolino nella nostra rendicontazione e che, sebbene avrà un ruolo marginale nell’economia della vicenda che stiamo tracciando lentamente, merita l’attenzione del narratore, quantomeno per la sua semplice presenza nella vicenda che stiamo raccontando.
Il signor Josè era un amico del signor Jacopus B., diremmo quasi uno degli amici che il nostro protagonista aveva disseminati per la città. In questa e in tutte le altre storie che stiamo traendo dalle “Cronache” emerge con una certa chiarezza il carattere solitario del signor Jacopus B., il suo vivere in modo ritirato, lontano da ogni forma di socialità, confinato in una ciclica ripetizione di un attimo identico, fatto di lavoro, letture, studi e poco altro.
Il signor Jacopus B. e il signor Josè si erano conosciuti alcuni addietro in circostanze piuttosto normali. Il luogo che fece da sfondo al loro incontro fu il museo posto nella parte alta della città; lì erano solitamente ospitate mostre temporanee di artisti provenienti dal tutto il mondo, famosi o meno che fossero, ciò che importava ai curatori era la ricerca dell’innovazione artistica e l’originalità.
In quei giorni era ospitata un’esposizione di un artista contemporaneo noto soprattutto per il tentativo costante di realizzare opere d’arte che avessero senso solo nell’essere fruite dello spettatore; non esistevano senza un occhio che le guardasse, un corpo che le vivesse e una mente che cercasse di comprenderle. Solo con la partecipazione dell’osservatore le opere d’arte esposte in quell’occasione non rimanevano vuote di ogni valore artistico e di ogni pretesa di indagine del reale. L’artista, che aveva un nome importante e piuttosto impegnativo, aveva già esibito il suo lavoro in molte altre città, raccogliendo critiche e consensi, come d’altronde capita un po’ a tutti gli artisti, sia delle parole che delle immagini.
Il signor Jacopus B. e il signor Josè avevano deciso di visitare la mostra in questione incuriositi dalle recensioni (positive e negative) lette sui giornali cittadini e, caso volle, che scegliessero per farlo lo stesso giorno e lo stesso orario. A dire il vero, la precisione piace al nostro consueto lettore pignolo, il signor Josè arrivò al museo una decina di minuti prima del signor Jacopus B. ma si fermò a conversare con un amico incontrato alla biglietteria e così iniziò la visita esattamente nello stesso momento del nostro consueto protagonista.
Per le prime sale non si accorsero l’uno della presenza dell’altro, intenti e concentrati nell’osservazione delle suggestive opere esposte. Fu solo nella prima sala del piano rialzato che, accidentalmente, si incontrarono o forse sarebbe meglio dire si scontrarono.
La sala era piuttosto piccola, interamente occupata dall’opera più famosa dell’artista fantasioso, tra le molte era senza dubbio quella che attraeva maggiormente la curiosità dei visitatori.
Al centro del locale si stagliava una sorta di struttura metallica, alta e larga alcuni metri, dalla forma di un parallelepipedo disteso. La costruzione era composta da una solida intelaiatura di un acceso argento luminoso, che dava un’impressione di forza e di concretezza. La parte in alto era stata impreziosita con una serie numerosa di travi che univano le due estremità della gabbia. Un reticolato fitto di sbarre metalliche che si susseguivano a pochi centimetri l’una dall’altra. Attaccati ad ognuna di queste assi penzolavano verso il basso una miriade di fili di colore blu, realizzati con una qualche sostanza plastica e gommosa. Una cascata di sottili filamenti che scendevano dolcemente verso terra, riempiendo lo spazio vuoto della gabbia con un denso strato colorato e oscillante.
L’effetto ottico ottenuto dall’artista era quello di un folto muro semitrasparente da cui sembrava emergere ciò che stava aldilà, ciò che spuntava oltre, senza tuttavia riuscire realmente ad afferrare questo altro, a vederlo chiaramente e a comprenderlo.
Un cartello, firmato dallo stesso autore, inviava gli spettatori ad entrare ed attraversare l’opera d’arte, penetrando la barriera di fili pendenti, quasi senza vedere nulla se non l’immenso blu, fino ad uscire dalla gabbia e giungere così all’oltre sino a pochi attimi prima solo intravisto e immaginato.
In questo modo, recitava il cartello, il fruitore non sarebbe stato più solo osservatore distaccato dell’opera d’arte ma l’avrebbe vissuta con tutti i suoi sensi, l’avrebbe mutata, ne avrebbe dato senso, un significato nuovo, ulteriore non compreso nella semplice costruzione lì collocata. L’opera d’arte voleva presentarsi come un muro, come un ostacolo, un no! di fronte all’uomo, al contrario lo spettatore nell’attraversarla aveva il potere di trasformarla, non più un’invalicabile barriera ma una potenzialità dell’uomo, un potere racchiuso nei pochi passi che bastavano per scivolare tra i fili blu e sbucare dall’altro lato, vincendo gli ostacoli e trionfando nel proprio potere di fare, di giungere all’altro.
L’opera d’arte, nell’essere fruita e percorsa dallo spettatore, mostrava così la capacità dell’uomo di dominare il reale e di sottoporlo a sé e nel farlo di andare oltre, verso un futuro solo intravisto ma desiderato e agognato. Si comprende il perché quest’opera d’arte fosse così amata dai visitatori che spesso passavano ore avanti e indietro nel blu dei fili pendenti.

Ebbene, il signor Jacopus B. e il signor Josè entrarono nella gabbia dai due lati opposti, l’uno da sud, l’altro da nord e, scuotendo l’ordine prestabilito ed immobile delle cordicelle blu attaccate alle travi, contribuirono a far nascere il reale senso di quella geniale costruzione. Il due signori si inoltrarono sorpresi nel mare asciutto dei filamenti di gomma e, letteralmente catturati dall’immensa massa ondeggiante, non si avvidero di stare proseguendo nella medesima direzione, pericolosamente l’uno verso l’altro in una rotta di collisione certa. I due simpatici e arzilli signori, rapiti dalla serenità del blu che li circondava, finirono per scontrarsi con una sonora e dolorosa zuccata che li costrinse, loro malgrado, ad abbandonare le riflessioni di pace e di onirica tranquillità, riportandoli perentoriamente nel mondo concreto di ogni giorno, nell’ora e nel qui di dolore e d’invalicabili ostacoli. Scossi, uscirono dalla gabbia barcollanti e con un bel bernoccolo sulla fronte, facendosi le reciproche, cortesi scuse. Passato lo spavento e attenuatosi il dolore, si misero a chiacchierare, scoprendo di avere in comune, oltre ad un bitorzolo rosso in testa, anche le medesime impressioni sulla mostra e sul lavoro dell’artista.
Così, senza particolari vicissitudini o misteriose vicende, nacque la loro amicizia che si mantenne viva, tra alti e bassi, per tutti questi anni.

Dedichiamo ancora alcune parole al signor Josè, la presenza di un signore che possa vantare il titolo di amico del signor Jacopus B. merita tutta l’attenzione del narratore.
Il signor Josè lavorava come scritturale ausiliario presso la Conservatoria Generale dell’Anagrafe, con sede in una famosa via che portava dritta dritta verso il Cimitero Generale. Nella complessa e piramidale gerarchia della Conservatoria la sua posizione era piuttosto bassa, fatto questo che si poteva facilmente evincere quantomeno da due aspetti che riporteremo di seguito. La prima ragione è di tipo prettamente numerico, infatti, oltre a lui vi erano ben sei altri scritturali ausiliari e, come insegnano antiche popolazioni fluviali, più si sale la ripida e viscosa scala del potere meno nutrito si fa il numero degli incaricati e degli addetti, fino a che, là in alto, domina e governa solitario il capo supremo, che nella fattispecie portava l’insigne titolo di Conservatore Generale. L’altra ragione, non meno importante, è di natura più prosaica e operativa e va cercata nella mole di lavoro a cui era costretto il povero signor Josè. Non si sa per quali imprecisate motivazioni ma è un dato di fatto certo e noto all’esperienza di tutti che man mano che si sale la famosa e già citata viscida scala del comando la quantità di lavoro si fa via via minore, in un meccanismo curioso di proporzionalità indiretta. Lassù in alto, dove siede il solito Conservatore Generale, pare che le giornate passino nell’ozio dell’osservazione scrupolosa dei sottoposti, in fervida attesa di un errore e di un’imprecisione da punire e criticare.
Sulla rampa scivolosa del governo il signor Josè non sostava proprio sull’ultimo piolo ma era certamente molto più vicino alla terra che non al cielo.
Nonostante questa posizione non di prestigio il signor Josè amava il suo lavoro o, perlomeno, lo svolgeva con serietà e dedizione. Le sue mansioni consistevano nel registrare le nuove nascite su un intonso modulo in carta intestata che, lentamente, invecchiava insieme alla persona di cui portava segnato il nome. Man mano che nella vita di ognuno (narratore compreso) accadevano fatti degni di nota (che in genere si limitavano a tre: matrimonio, divorzio e morte) gli incaricati della Conservatoria Generale dell’Anagrafe recuperavano il modulo della persona di cui si aveva la notizia rilevante e lo aggiornavano, per poi riporlo nel medesimo punto del grande archivio della Conservatoria. Solo nel caso in cui la novità riportata fosse stata il decesso il modulo veniva riposto in un altro luogo, un immenso archivio in cui dimoravano tutti i nomi dei defunti e le loro corrispettive cartelle anagrafiche.
Il signor Josè passava le sue giornate a vergare nuovi moduli, aggiornarne di esistenti e, impietosamente, a spostarne altri dall’archivio dei vivi a quello dei morti; ogni singolo giorno con precisione, attenzione e senza mai commettere un errore.
Sarebbe però curioso raccontare di quella volta in cui il signor Josè si imbatté per caso nel modulo anagrafico di una sconosciuta giovane donna e di come si indaffarò a cercare tutte le informazioni possibili su quella ragazza di cui conosceva solo il nome e poco altro (ovvero la data di matrimonio e la data di divorzio). A partire da questo documento con tanto di timbro ufficiale si potrebbero narrare di seguito tutte le peripezie a cui andò incontro il signor Josè, per esempio, quando si perse in un corridoio popolato da presunti fantasmi, quando fece un’irruzione notturna in una scuola elegante finì per addormentarsi sulla comoda poltrona del preside, o ancora, di come incontrò un pastore filosofo e… Sarebbe davvero interessante proseguire raccontando queste avventurose vicende ma, scorrendo gli scaffali della nostra libreria, ci siamo accorti che questa rendicontazione è già stata scritta e, soprattutto, che lo è stata da un narratore infinitamente più capace di chi ora accompagna, in una serie ininterrotta di sbadigli ripetuti, il povero lettore nelle poco emozionanti vicende del signor Jacopus B.
Si accontenti il lettore di questo povero affabulatore e, senza altri indugi, si prosegua con il racconto che ancora molto ha da dire e da mostrare.

Dicevamo che il signor Josè se ne stava seduto su una panchina nei pressi della fontana a forma di piramide (o panettone?) circondato dal cattivo odore dell’acqua stagnante che da lì gorgogliava con un suono fastidioso. Il signor Josè sedeva tenendo tra le gambe un pacchetto di riviste di attualità che sfogliava velocemente, soffermandosi di tanto in tanto ad osservare un’immagine o un trafiletto che poi, minuziosamente, ritagliava. I pezzi di giornale, accuratamente amputati dalle varie pagine, venivano poi infilati con cura in una scatola che il signor Josè teneva aperta alla sua destra.
Con quale criterio e per quali ragioni il signor Josè si dedicasse a quell’attività di taglio e cucito cartaceo è presto detto: aveva, ormai da molti anni, la strana abitudine di raccogliere ogni notizia possibile sulle cento persone più famose del paese; come avesse deciso che proprio quelle di cui raccoglieva le notizie fossero le maggiormente note resta un mistero, sta di fatto che su di loro collezionava tutto il materiale possibile per poi archiviarlo con grande rigore in cartelline ordinatamente custodite in un armadio a casa. Ovviamente il signor Jacopus B. conosceva questa insolita mania dell’amico ma non se ne curava, convinto che di bizzarrie nel mondo ve ne fossero di ben altre.
Quando il signor Josè vide passare il signor Jacopus B. con indosso l’impalcatura legata al braccio sinistro non potè che sorprendersi; conosceva l’eccentricità del suo simpatico compagno di chiacchierate ma in quell’occasione i limiti della decenza sembravano davvero essere stati superati, e anche di molto. Come si poteva vagare per la città con un affare simile attaccato alla spalla fissando come ipnotizzato un… ah! Già cosa accidenti stava osservando quel vecchio matto? Cos’era l’oggetto piccolo e stretto sorretto in fondo all’ingombrante impalcatura? Sembrerebbe uno… Ma, si! E’ uno specchio, uno di quelli piccoli da bagno. E perché il signor Jacopus B. lo fissa così intensamente? Signor Jacopus B!!! Signor Jacopus B!!! Ma è pure diventato sordo? Sono io, il signor Josè! Venga qui! Che ci fa con quell’aggeggio? Signor Jacopus B.! Ah… Ecco, finalmente mi ha sentito. Si segga qui con me e mi spieghi un po’ perché se ne va in giro con… beh… con quella cosa lì che ha attaccata al braccio e soprattutto mi dica perché fissa lo specchietto come se non vi fosse null’altro al mondo?
Il signor Jacopus B. si avvicinò alla panchina e vi si sedette, sebbene ancora un po’ distratto dallo specchietto e dal riflesso malvagio che vi scorgeva. Se ne restò per un momento in silenzio, poi piano, cominciò a parlare e parlò ininterrottamente per un po’. Lasciò che le parole che avevano trovato fertile terreno dentro la sua mente sgorgassero libere, senza freni, felici di giungere al mondo come una cascata gorgogliante sull’oceano. Il signor Jacopus B. poi si fermò e guardò negli occhi ammutoliti il signor Josè, quindi, si alzò e riprese a vagare per la città, quasi che le mille parole appena dette fossero state solo sognate o forse già dimenticate. Perse nell’aria luminosa di un pomeriggio assolato.
Ma che cosa disse il signor Jacopus B. al signor Josè? Eccone la fedele trascrizione tratta dalle pagine delle “Cronache”.

Il signor Jacopus B. si guardò le mani, unite ed appoggiate sulle gambe, le dita intrecciate, i pollici uniti; osservò le unghie curate e i segni della vecchiaia che marcavano la pelle ormai un po’ sbiadita. Il capo chino, pesante e lo sguardo triste, malinconico a perdersi in pensieri antichi e in luoghi che esistevano solo nella memoria dei suoi anni passati.
Improvvisamente, come se stesse riprendendo un discorso interrotto per una qualche distrazione solo pochi attimi prima cominciò a parlare e lo fece con la sua solita voce profonda, involontariamente teatrale, raschiando le pareti della gola in un’eco di mestizia antica.

Caro signor Josè, così cominciò a parlare il nostro protagonista, una volta iniziai un libro. Lo ricordo perfettamente, lo vedo davanti agli occhi, ne ricordo la forma, la sensazione al tatto, l’odore caldo delle pagine di carta consumata dal tempo, la leggera ruvidezza dell’involucro macchiato, il colore, opaco e pallido, alternato ad ampie zone scolorite e sciupate.
Lo cominciai per caso, come si inizia la lettura di ogni libro, forse incuriosito dal disegno della copertina, forse dal titolo, o da una qualche altra imprecisata ragione. A volte, riflettendoci, ho il sospetto di essere stato ingannato, truffato. Ciò che credevo frutto di una scelta libera e consapevole era forse un’illusione fallace. Forse il libro che stringevo fra le dita curiose mi era stato gettato addosso senza che ne fossi consapevole. Forse io ero stato scelto, io che credevo di essere soggetto ero, invece, misero oggetto di una volontà altra.
Tuttavia allora, ero convinto di averlo scelto quel libro, sicuro di averlo estratto volontariamente fra i molti che placidamente aspettavano nella mia libreria e in tutti gli scaffali del mondo. Avevo il libro che volevo, le pagine che avevo deciso fossero mie, non altre ma precisamente quelle. E’ strano, caro signor Josè, fu come se sentissi che quel libro che avevo tratto dal ripiano impolverato fosse in qualche modo a me destinato, legato con un filo rosso alla mio stesso esistere.
E così mi accorsi di un fatto, di una cosa strana ma che sentivo esser vera, oltre ogni ragionevole dubbio. Giunsi alla conclusione che potevo credere di essere io stesso il libro che mi apprestavo ad iniziare. In esso vedevo la mia capacità, il mio me stesso, intero, completo, la mia essenzialità che muoveva e decideva.
Il libro era semplicemente l’ultima, la più concreta manifestazione, del mio agire volitivo che si radicava, trovava senso e ragion d’essere nella totalità che rispondeva, a volte scocciatamente, al nome di Jacopus B.
Capisce, signor Josè? Io che sceglievo il libro ed il libro scelto eravamo due rappresentazioni differenti di una medesima cosa, di una… come chiamarla… monade? Essenza? Esistenza? Scelga lei il nome che più le piace, ma sta di fatto che qualunque titolo le dia, esso significherà sempre la stessa cosa: io, questo uomo che ora le sta di fronte. Era la parte più antica, più vera, il nocciolo più profondo che non si differenzia ancora nei comportamenti, nelle decisioni, nelle parole e nei fatti aveva scelto. Lì, nel nucleo molle e originario albergava la vera forma del signor Jacopus B.
Consapevole e felice di questa che reputavo una verità indiscutibile mi sedetti sulla mia solita poltrona, accesi il grammofono ascoltando il mio solito disco un po’ graffiato, e scorsi la prima riga del testo.
Dimentico forse di dirle, caro signor Josè, che il libro che avevo fra le mani e che mi stavo apprestando ad iniziare era lungo, molto lungo, non le nascondo che per le prime pagine, i primi capitoli ho pensato che fosse un libro infinito, che mai vi sarebbe stata vergata la parola fine. Non su quel libro.
Come potevo davvero credere che il libro avesse fine? Che vi fosse un momento, una pagina in cui tutto terminava? Fossero finite le pagine, sarei finito io; si rende conto signor Josè di quanto fosse inconcepibile quest’idea?
Seduto, lessi. Feci scorrere le parole sotto i miei occhi giovani e curiosi e man mano che i capitoli passavano veloci e spensierati io mi facevo più saggio, ma con la saggezza giungeva anche un sentimento nuovo, vago, indistinguibile. Nel mare delle sensazioni in cui placidamente languivo pian pian, subdolamente, emerse uno scoglio roccioso, appuntito, pronto a ferire, a tagliare e far sgorgare denso sangue viscoso.
Non capì immediatamente di cosa si trattava. Come capita per le emozioni, prima di comprenderlo lo provai, lo vissi, lo sentii. Si fece strada dentro di me lentamente, viscidamente, e ciò che mi appariva sino a poche pagine prima come nuovo, bello, eccitante, si faceva, sotto l’ombra di quella percezione, lentamente più grigio, meno rilucente e splendente, direi, opaco.
Non vi diedi importanza e proseguì, non potevo fermarmi nella lettura e continuavo, incessantemente. Forse non volli far caso a ciò che sentivo, all’abominio che stava emergendo, all’oscurità che sorgeva nascosta fra le pieghe delle pagine. Ignorarla era l’unico modo per non crederla vera.
I capitoli e le parti passavano e gli occhi erano sempre fissi sulle righe che si susseguivano, i fogli scorrevano, uno dopo l’altro, ripetitivi.
Non ricordo esattamente se vi fu una parola specifica, un momento preciso nel lento avanzare della lettura oppure se fu una graduale e progressiva risultanza di una miriade infinta di differenti aspetti, ciò che ho però ben chiaro è che ad un certo punto compresi che quel libro mi annoiava, mi infastidiva.
Si rende conto, signor Josè? Il libro che ero io stesso mi irritava, le vorrei quasi dire che mi disgustava. Avrei voluto leggere altro, seguire altre vicende che già sognavo e immaginavo ma non potevo, mi era impossibile, ero destinato a quelle pagine, alle storie che lì vi erano scritte e ogni altra vicissitudine, ogni altra narrazione era solo una chimera di un altro orizzonte, di una realtà differente.
La curiosità che era viva nelle prime parti del libro ora si era spenta, sostituita da una boria, da un’insoddisfazione che non riuscivo a combattere e che subivo completamente. Vorrei cercare di spiegarle con parole semplici e chiare cosa si prova a leggere il proprio libro e a scoprire che i fatti che vi sono narrati sembrano non appartenerci, riguardare un altro uomo. Un uomo che sembra fissarci da uno specchio, guardandoci con occhi crudeli e pieni di scherno. No! Io vi leggevo le azioni di un altro signor Jacopus B. che non ero io. Un doppione orrendo, maligno, che si era, chissà come e chissà per quale ragione, sostituito alla persona che ero solito riconoscere come me stesso. Leggendo le azioni dell’altro che non ero vidi come il mondo che pensavo mio per destino fosse scomparso, perso per sempre, abbandonato, gettato via miseramente, neppure fosse la più putrida spazzatura, il più mefitico scarico di cloaca. Lui, l’altro che mi derideva dalle pagine del mio libro, prendeva tutto ciò che avevo di più caro e lo distruggeva e godeva nel farlo. Oh, signor Josè, quanto si compiaceva nel vedere la vita che avevo con fatica creato sfaldarsi, sfilacciarsi come una stoffa consumata dai secoli. Non potevo far nulla! Non lo potevo fermare! Egli era il protagonista del libro che un tempo ero io e in questo paradosso assurdo non mi rimaneva che la disperazione.
L’uomo maligno che viveva nelle pagine del mio libro agiva contro la mia volontà e, fissandomi con un sorriso di derisione, devastava sistematicamente ciò che avevo di più sacro, ciò che pensavo dovesse appartenermi per sempre. Ed io subivo e non potevo far nulla se non osservare immobile e passivo lo scempio compiersi. Ero come paralizzato, incapace di controllare i movimenti, i pensieri e le azioni dell’uomo che si era intrufolato nel mio libro e che aveva, infimamente, trasformato la mia vita in un deserto di mesta solitudine.
Signor Josè, io ero vivo, vivo nel senso più originale di cosciente, consapevole; capivo, vedevo, provavo dolore ma non potevo nulla contro la sua volontà se non urlare un grido silenzioso ed inascoltato. Intuisce il mio accecante tormento?
E qui il signor Jacopus B. fece una lunga, profonda pausa accompagnata da un respiro che pareva un rantolo soffocato. Poi riprese.
Ricorderà signor Josè che le dissi che il libro che avevo scelto era lungo, molto lungo, anche se avevo ormai capito che infinito non era; naturalmente ad un certo punto si sarebbe interrotto. Forse non era giusto che finisse ma le regole della narrazione esplicitamente così volevano ed io non potevo far altro che accettare questa triste verità. Avrei letto un giorno la parola fine e poi non avrei scorto altri fatti. Mi chiedevo a volte se giunto all’ultima pagina ciò che stava oltre non sarebbe stato che un eterno momento immobile, un attimo ritorto su se stesso, in cui non avrei fatto altro che ricordare e pensare ciò che avevo letto precedentemente. Un bacino finito di ricordi a cui attingere per tutta l’eternità. Tremavo di fronte a questa prospettiva, come potevano anche migliaia di pagine bastare per tutto il tempo dell’universo? Credevo allora (e lo credo ancora) che non vi sarebbe stato nessun sognare oltre. Chiuso il libro si sarebbe chiusa anche la mente che lo leggeva.
I polsi tremavano ad immaginare il momento della fine, l’ultima pagina, la riga che tutto conclude. Ma come trovare la forza di proseguire? Come poter continuare a tenere aperte le pagine facendole avanzare se in esse trovavo solo umiliazione? Faticare ogni giorno in un incessante, mellifluo dolore per tener insieme un se stesso di cui non importava nulla. Questo il vicolo cieco in cui ero caduto. Cosa avrei dovuto fare?
Non le nascondo, mio caro amico, che ho pensato sinceramente di chiudere il libro. Di interrompere la lettura. Di finire anticipatamente. Non sarebbe stato come un porre fine a me stesso, sarebbe stato invece come una sorta di delitto perfetto, uccidere, ammazzare, un altro che si era infilato, vigliaccamente, al mio posto, che si era intrufolato nelle pagine del mio libro e che l’aveva rovinato, distrutto, reso inutile e senza senso.
Sarebbe stato un ultimo rigurgito della volontà consapevole, dell’azione volitiva del signor Jacopus B. che ricordavo di essere e che era stato il protagonista di tante, tantissime pagine nella prima parte del libro, un ultimo colpo di coda per urlare, forse a nessuno, io non sono questo usurpatore che si spaccia e si vanta del nome! E così smettere di leggere. Finire.
Non si stupisca signor Josè, mi conosce da molti anni ormai, da quella famosa zuccata che ci demmo per caso, e sa che nulla mi è più sgradito che la menzogna e l’ipocrisia. Come potevo allora accettare di essere io stesso ipocrita e falso?
Avevo deciso tutto. Ho sempre amato le cerimonie, trovo che le pratiche cultuali siano ciò che dà senso e realtà alle religioni, alle istituzioni; ho sempre pensato che le azioni decodificate e simbolizzate in ritualità ripetute e riconoscibili fossero ciò che consente la concretizzazione di un’idea. I pensieri, le riflessioni di per sé stesse restano vuote nuvole impalpabili ed invisibili, neppure nella loro decodificazione nelle parole è possibile una reale condivisione e diffusione. Essi restano semplici atti e momenti individuali, chiusi nelle barriere invalicabili del cranio umano. Vi è però la via per renderle concrete, per trasformale in cose tangibili, percepibili da tutti. E questa strada è la ritualizzazione, la pratica codificata di azioni simboliche ed espressive.
Volevo che la morte, l’assassinio dell’uomo che a me si era sostituito avvenisse secondo liturgie prestabilite e da me decise. Le assicuro che ogni cosa era davvero pronta. Bastava solo il gesto finale.
Prendere con le mani la copertina del libro e con uno schiocco polveroso chiuderlo.
Per sempre. Definitivamente.
Ma non lo feci. Perché si starà chiedendo? Perché non portai a termine il mio proposito di porre fine a tutto opponendomi al destino oltraggioso? Vigliaccheria? Paura? Forse. Ma non lo credo. Non avevo nulla da perdere e nessuno a cui sarebbe importato. La ragione va cercata altrove. E io la trovai, anche se non subito. Inizialmente non capivo, desideravo serrarlo davvero quel maledetto libro che pensavo di aver scelto, che avevo sperato fosse il me stesso che riconoscevo come tale, ma non lo chiudevo, non lo interrompevo e continuavo a leggere. Perché? Dannazione, perché?
Poi lo capii. Lo riconobbi. Non era una ragione nuova, era piuttosto qualcosa che avevo già provato che ora tornava, anche se trasformata, modificata, alterata. La curiosità, signor Josè, si, la curiosità. La sensazione che mi spingeva ad andare avanti leggendo, scorrendo le righe, anche se disgustato e sentendomi tradito da me stesso, era il desiderio di conoscere. Una spinta incessante, spasmodica ma di natura ben diversa da quella che mi aveva accompagnato nelle prime pagine del libro. Allora, lo ricordavo bene, era una curiosità vitale, sentita, condivisa, era la partecipazione alla scoperta di me stesso, era l’interesse di vedere il mio fiorire e sbocciare nel mondo. Era la brama di sapere ciò che sarei stato, ciò che avrei potuto essere, la sincera domanda sulle potenzialità che erano nascoste in me stesso e che ogni giorno si rivelavano. Ero spettatore compartecipe della nascita, della attuazione. Ero il creatore che si creava, giorno dopo giorno. Come potevo non essere curioso?
Ora, caro signor Josè, l’interesse che mi anima e che mi impedisce di smettere di leggere questo libro che non riconosco più come mio è diverso. E’ un spasmo di conoscenza distaccato, non partecipato, alienato. E’ una curiosità rivolta all’altro. Come tentare di spiegarle la differenza?
Ah! Potrei usare il mio lavoro per farlo. Nelle prime pagine del libro, quando l’uomo disumano non si era ancora sostituito a me, io ero al tempo stesso attore e spettatore. Mi vedevo recitare non sapendo cosa avrei detto ma sapendo che ciò che sarebbe stato detto l’avrei compreso e che l’avrei percepito come mio. In questo riconoscermi sarei stato creato, continuamente, incessantemente in un processo ripetuto, quasi ossessivo, di scoperte e meraviglie.
Dal momento in cui l’uomo si sostituì a me, la situazione cambiò, in modo drammatico. Io sono stato il semplice spettatore che osserva un imprecisato attore recitare su di un palcoscenico una parte, dire delle battute, compiere delle azioni, interagire con altri attori. Questo spettatore che sono io non conosce la recita che si sta svolgendo, e forse non ha voluto neppure essere lì seduto in quello sgangherato teatro, ma lì si trova e altro non può fare che guardare, sentire ed osservare. Vede l’attore muoversi, quasi vi ravvisa coerenza ma non si riconosce, colui che recita rimane un estraneo, un’altra persona che segue una regola di comportamento oscura, una parte sconosciuta e, se mi consente, neppure tanto ben scritta. Tuttavia, lo spettatore (ed io che son lui) ad un certo punto si rende conto di volerne sapere di più. Di voler vedere come la storia, sebbene in molti punti orrenda e assurdamente dolorosa, vada a finire. Un perverso desiderio di conoscenza, forse radicato nell’animo stesso di ogni uomo, di ogni creatura senziente; una delirante pulsione alla comprensione che mi condanna ad essere, a leggere il libro e mi impedisce di smettere di sopportare tutto questo, la mia falsa vita, la recita orrenda di cui sono unico spettatore. Questa è la mia colpa, la pena che sconto in un prigione di torture feroci e sadiche.
Vi è un autore a questa miserevole narrazione? Intuisco, in quanto spettatore, se anche vi fosse, non potrebbe mai aver così scarsa fantasia, così bavoso desiderio sadico di dolore, da relegare il suo personaggio nell’identica ripetizione di un momento disperato e melanconico per sempre. Ciò andrebbe conto a tutte le regole della buona narrazione, della umana accettazione della crudeltà. Deve esserci una sorpresa! Un climax inaspettato che attende dietro l’angolo. Stoltamente io lo credo e so di ingannarmi, di abbandonarmi ad una malafede consapevole ma non riesco ad impedirlo, ad oppormi. In questa illusione cerco la ragione alla mia esistenza.
Follia, dice? La curiosità di vedere la propria vita vissuta da un altro per sapere dove arriverà, quale strada imboccherà e come giungerà alla fine, le sembra folle? L’essere condannati ad essere palcoscenico e non più attore, l’essere destinati ad essere relegati in un angolo nero di un teatro di calcinacci e restare, rabbiosi e disperati, lì a contemplare un altro che vive la vita che pensavamo essere nostra? Follia? Si, sono concorde con lei, follia! La mia follia.
Ecco signor Josè, questo è tutto ciò che io sono. Il vero Jacopus B., è perso, imprigionato nello scrigno serrato del passato che malignamente mi consente di vedere ciò che è stato ma che non mi permette di averlo di nuovo, di toccarlo, di accarezzarlo, di dire le parole che ora forse saprei dire. O forse no, forse l’uomo che a me si è sostituto e che mi fissa spocchioso dallo specchio prenderebbe il sopravvento e direbbe ancora una volta parole assurde, false e assemblate solo per fare del male. Ciò che ero è perso, ma ostinatamente resto, continuo la lettura delle pagine odiose, del lungo libro d’un tempo, perché sono curioso di vedere cosa capiterà a questo altro uomo (o qualunque cosa sia) che a me si è sostituito. Intuisco, o forse solo spero, che un fatto imprevedibile, un evento inaspettato attende nel futuro.
Ormai non importa molto che capiti o meno, d’altro canto non succederà realmente a me stesso, ma, da lettore e da osservatore, non le nascondo l’interesse di sapere come diavolo finirà questa storia. E di come se la caverà l’uomo che ha preso il mio posto nelle pagine del libro. Non gli auguro né il bene, né il male; defilato mi accontento di semplicemente di guardare.
Caro il mio signor Josè, mi deve scusare, come mio solito l’ho annoiata con le mie farneticanti riflessioni. Non me ne voglia, questa mattinata è stata per me piuttosto difficile e la sensazione che ho addosso, radicata fin alle ossa, forse influenza il mio riflettere e il mio pensare.
Mi perdoni davvero, signor Josè.

Così, lasciando il signor Josè senza parole e con la bocca spalancata dallo stupore e dal dubbio di aver compreso o meno le parole strane appena ascoltate, il signor Jacopus B. s alzò dalla panchina e, tornando a fissare il volto cattivo dentro lo specchietto montato sull’imbracatura, si incamminò e tornò a perdersi per le vie della città.
Prima di dedicarci alla narrazione delle successive peregrinazioni del signor Jacopus B. che porteranno questa rendicontazione al suo punto finale e alla sua inaspettata conclusione, crediamo sia necessario soffermarci sulle parole appena pronunciate dal nostro, insolitamente loquace, protagonista.
Ormai abbiamo imparato a conoscere le caratteristiche peculiari del nostro protagonista, forse alcune di queste ci risultano ancora un po’ vaghe ma possiamo affermare con una certa sicurezza che la bilancia del sapere pende nettamente dalla parte di quelle note rispetto alle ignote. Ecco che siamo rimasti fortemente stupiti e sorpresi dal lungo discorso fatto dal signor Jacopus B., letteralmente esterrefatti non tanto (o non ancora) dal contenuto delle sue parole così impetuosamente pronunciate, quanto piuttosto dal orazione in sé, dal fatto che il signor Jacopus B. si fosse lasciato andare ad una confessione così lunga, così intima, lui solitamente così silenzioso e taciturno, al limite del mutismo.
Se la nostra memoria di rendicontatori delle “Cronache” non ci inganna, reputiamo che mai in altre occasioni il signor Jacopus B. abbia parlato per un tempo così lungo e in maniera così incessante. Sfogliando le “Cronache” ci giunge la conferma di questa supposizione: neppure nel giorno in cui il morì (o almeno così apparve) ucciso a causa di un litigio furibondo con una feroce e mostruosa creatura aliena il cui popolo aveva invaso la Terra con le peggiori intenzioni possibili, neppure in quel giorno, dicevamo, il Signor Jacopus proferì un numero altrettanto ragguardevole di parole.
Il silenzio non era, per il nostro protagonista, una scelta volontaria; certo da un lato c’era la sua solita riservatezza e l’attenta cortesia che gli impediva di interrompere le chiacchiere e gli sproloqui di chi lo circondava, ma le ragioni vere della sua incomunicabilità sono da cercare, come troppo spesso accade, nel caso, nella causalità bizzarra che lega ogni fatto dell’uomo in una catena di insensatezza e imprevedibilità.
Vi è una parte della vita del signor Jacopus B. di cui ancora nulla si è detto in queste rendicontazioni tratte dalle pagine sgualcite delle “Cronache”. Un porzione che le stesse “Cronache” riportano frettolosamente, sebbene anche ad una lettura disattenta se ne intuisce l’importanza e il ruolo per la definizione delle prerogative del nostro protagonista. Nel bene e nel male. Ebbene, non sappiamo se mai avremo, anche noi narratori di seconda mano, il coraggio e la forza di dedicarci a raccontare degli anni in cui il signor Jacopus B. sorrideva e viveva consapevole nello scorrere del tempo. Ora lo dubitiamo fortemente, pensiamo che mai saremo in grado di intingere la penna nel pennino e vergare la prime lettere atte a riferire quel periodo lontano e felice. Troppo doloroso è ricordare la gioia e la felicità passata, posseduta e persa. Tuttavia, se anche quei momenti rimarranno oscuri a queste narrazioni, possiamo dire, senza timore, che in quegli anni in cui il signor Jacopus B. fu felice e in cui non visse solo, egli era solito comunicare, lo faceva spesso, a lungo, gustando il suono della sua voce, giocando un po’ immodestamente con il timbro impostato della sua formazione di teatrante, e soprattutto gioendo degli effetti che le sue parole, a volte seriose ma più spesso giocose e affettuose, avevano sulla persona, sulla donna, che amava ascoltarle e, bontà sua, cercarne altre, instancabile.
Quando, però, quel frammento della vita del signor Jacopus B. si interruppe nei modi dolorosi che mai racconteremo, il nostro protagonista si fece via via più taciturno, si chiuse in sé stesso, in una solitudine nera, come se, venuta a mancare la persona a cui le sue parole erano abitualmente destinate, esse stesse si rifiutassero di uscire dalla gola del nostro protagonista. Evitavano così le parole di disperdersi nell’aria intorno inascoltate e poi sparire nell’indifferenza della gente.
La silenziosità del signor Jacopus B. è così una sorta di caratteristica acquisita, un’imposizione del destino che il nostro protagonista dovette subire, un castigo nato dal capriccio balzano del caso.
Un discorso analogo può essere fatto per la professione del signor Jacopus B. Siamo soliti immaginare il lavoro dell’attore di teatro come fatto di parole, di lunghi monologhi ripetuti in modo persino noioso tutte le sere, nelle varie repliche degli spettacoli rappresentati. Abbiamo però visto come al nostro protagonista fossero affidate le parte dei personaggi minori, secondari, a cui il drammaturgo aveva assegnato non più di tre o quattro battute. Seppure importantissime nell’economia della tragedia, esse consentivano al signor Jacopus B. di pronunciare al massimo una manciata di frasi in uno spettacolo di due ore. Fu di certo il caso ad intervenire anche in questo aspetto della vita del signor Jacopus B., fosse, infatti, nato con un fisico diverso, un volto differente, un timbro vocale più basso, o con qualche altra particolarità avrebbe finito per recitare i ruoli dei personaggi principali, dei protagonisti delle tragedie e delle commedie, articolando così migliaia di frasi ad ogni recita.
Il caso, bizzarra sequela incontrollata di fatti, aveva relegato il signor Jacopus B. in un angolo della vita, quasi che camminasse contro un muro per non farsi vedere e per non dar fastidio, parlando il minimo indispensabile, convinto ogni volta di arrecare disturbo alle persone che si trovavano, accidentalmente, ad ascoltarlo.
Assodato questo aspetto, d’altronde già noto, del nostro eccentrico protagonista non ci resta che soffermarci sulle ragioni che spinsero il signor Jacopus B. a quel lungo monologo, un po’ sconclusionato, di cui abbiamo appena dato notizia.
Le spiegazioni non possono che essere cercate in ciò che capitò quella mattina, comprendiamo e condividiamo il desiderio del signor Jacopus B. di sfogarsi, non capita spesso che il riflesso abituale nello specchio in cui siamo soliti osservarci svanisca e che, al suo posto, giunga il volto di un'altra persona, di un signore altezzoso e arrogante. Più complesso sarà tentare di comprendere ciò che il signor Jacopus B. disse veramente. Se risulta ben chiaro il significato delle singole frasi sbiascicate, se comprensibile è il senso dei vari periodi assemblati nel dissertazione del nostro protagonista, resta una specie di mistero il vero significato che la sottintende. Già dalla prima volta in cui leggemmo questo lungo soliloquio del signor Jacopus B., riportato nelle “Cronache”, ci sembrò, e non crediamo che il lettore la pensi in modo differente, che si trattasse di un’ampia e macchinosa metafora. Quando il signor Jacopus B. parla di quel libro lungo, quasi infinito, che scelse e che continua a leggere nonostante sia stato tradito dall’emergere di qualcosa d’altro, di un uomo che malignamente si è andato a sostituire al consueto e conosciuto (nonché accettato) protagonista, crediamo che egli si riferisca a qualcosa di più personale che va ben oltre la semplice lettura di un tomo.
Abbiamo passato molti notti insonni nel tentativo di giungere alla chiave di lettura di questo mistero, di smascherare il gioco del signor Jacopus B. e così di comprendere ciò a cui stava facendo riferimento parlando di quello strano libro. Col tempo un paio di ipotesi si sono fatte strada in noi, tanto da pervenire all’idea di aver compreso cosa il nostro protagonista avesse voluto significare con quelle frasi. Non abbiamo la presunzione di riportare su questa rendicontazione le nostre supposizioni, esse sono frutto del nostro particolare modo di leggere e vedere la vita del nostro protagonista. Vorremo che il lettore giungesse alle proprie convinzioni in maniera autonoma, senza il nostro aiuto o, peggio ancora, le nostre nefaste influenze.
Come narratori delle vicissitudini di quel mattino possiamo però soffermarci, velocemente non tema il lettore, sul signor Josè e su ciò che pensò dopo che il suo amico (e nostro conosciuto protagonista) se ne andò via a passo spedito, continuando a fissare lo specchio piccolo e di poco valore poggiato sull’assurda impalcatura.
Le parole aleggiarono nell’aria a lungo, quasi come un odore, non diverso dal fetore proveniente dalla fontana lì vicina. Il signor Josè se ne restò seduto a lungo, immobile a fissare il punto in cui il signor Jacopus B. era sparito dietro l’angolo di una strada laterale. Le pagine dei giornali erano mosse da un vento alzatosi all’improvviso e il signor Josè quasi non fece neppure caso ai suoi ritagli preziosi delle persone più famose del paese che, spinti dalla brezza leggera, svolazzavano lontano incontrollati. Era come intontito. Si era stupito di vedere il suo caro amico vagare per la città con la stana struttura legata al braccio sinistro, era strano, certo, ma non così bizzarro considerata la consueta eccentricità del signor Jacopus B., tuttavia quelle parole, le frasi veementemente pronunciate, lo avevano sconcertato, sconvolto.
Il signor Josè ripensava al lungo discorso del signor Jacopus B., alle prime battute aveva creduto che il suo amico si stesse davvero riferendo ad un qualche libro, in fondo lo conosceva come bibliofago accanito, divoratore di testi di ogni tipo e di ogni natura. Il signor Josè ricordava di essersi predisposto all’ascolto delle parole del signor Jacopus B. credendo di ascoltare il racconto di qualche vicenda letta, magari la trama di un buon romanzo o la teoria innovativa di qualche saggio. Aveva però capito che il signor Jacopus B. altro intendeva riportare con quello strano monologo quasi subito, non appena l’amico aveva cominciato a far cenno alla volontà, all’essenza e ad un mucchio d’altre stramberie. Per un po’ era riuscito a seguirlo, a comprendere ciò che il signor Jacopus B. andava dicendo.
Nel momento in cui però il nostro protagonista prese a proferire dell'altra persona, dell’altro e ingannevole signor Jacopus B., sostituito a quello vero, lì il signor Josè si era completamente smarrito in quello che sembrava davvero un delirio vaneggiante. Per non parlare poi delle frasi sui ricordi che devono bastare per un momento eterno o ancora la folle parentesi sulla necessità delle pratiche rituali. Che aveva voluto dire il signor Jacopus B.? Il signor Josè proprio non riusciva ad afferrarlo.
Se ne stette seduto per un po’, poi, scrollando la testa si costrinse a smettere di pensarci e riprese a ritagliare i giornali e ad archiviare con cura le notizie che gli interessavano nella piccola scatola ricolma di pezzi di carta.
Non possiamo attribuire delle colpe all’incapacità del signor Josè di addentrarsi nel significato del lungo monologo del signor Jacopus B., d’altronde il simpatico scritturale ausiliario della Conservatoria Generale dell’anagrafe si trovava in una situazione ben diversa rispetto a coloro i quali sono coinvolti nella presente rendicontazione, ovvero il narratore e i lettori. Questi sono in qualche misura predisposti ad andare oltre la prima impressione, sanno che nelle righe che scorrono vi è spesso un significato ulteriore, nascosto, diremmo velato, e loro compito è di estrarlo, come si fa con una pietra preziosa dalle miniere buie e pericolose. Vi è una propensione intellettuale solitamente legata all’atto stesso del leggere (o dello scrivere) che porta a stare in guardia e a non fidarsi mai delle semplice notizie riportate, una tendenza a guardare oltre, ad indagare ulteriormente e a non fidarsi mai ingenuamente di quanto il narratore dice (o di quanto si scrive).
Per il signor Josè tale orientamento non vi era, egli era semplicemente seduto su una panchina, intento nelle sue consuete attività, quando si trovò ad ascoltare le parole di un caro amico, conosciuto da anni e che mai si era rivelato ingannatore o subdolo. Il signor Josè non poteva certo aver alte le barriere di difesa dell’intelletto che, invece, il nostro lettore tiene elevate. Così, indifeso e sorpreso, il signor Josè non poté che credere a ciò che il signor Jacopus B. gli stava raccontando, impossibilitato ad immaginare che quanto stava udendo era semplicemente l’illusone manifesta di un contenuto nascosto.
Incontrato anni dopo il signor Josè sosterrà che di quella mattina, del discorso del signor Jacopus B. e dello specchio, nonché dell’impalcatura, egli mantenne un ricordo vago, confuso come se in fondo tutto fosse stato un specie di allucinazione.

Lasciamo da parte queste digressioni, abbiamo già da troppo tempo abbandonato i fatti che accorsero al signor Jacopus B. in quella, singolare, mattinata. E’ tempo di ritornare a raccontare le azioni del nostro protagonista, anche perché ormai siamo vicini al culmine di questa rendicontazione e immaginiamo che il lettore sia curioso di sapere come si sia conclusa la strana vicenda dell’uomo allo specchio.
Dicevamo, poche righe sopra, che il signor Jacopus B. si era allontanato dalla piazza maleodorante della fontana dalla forma inconsueta e, girato un angolo, si era rigettato per le vie tortuose della città. Continuò a girovagare senza meta e inconsapevole della direzione che i suoi piedi seguivano, svoltando a destra o a sinistra casualmente, totalmente concentrato sul volto arcigno che vedeva riflesso nel piccolo specchio sorretto dalla ingegnosa impalcatura.
Il signor Jacopus B. fissava insistentemente i tratti dell’altezzoso signore nello specchietto, ne osservava la linea dura della mascella, le guance irruvidite da un accenno di barba, le labbra sottili e tese in un sorriso di scherno, il naso adunco e pronunciato e gli occhi. Gli occhi, soprattutto. Erano scuri, quasi neri, tanto rendere impossibile distinguere la pupilla dall’iride. Globi bianchi, lucidi, splendenti e al cui centro spiccavano sfere oscure, porte circolari verso un mondo di tenebra. Il signor Jacopus B. scrutava in quell’abisso, cercando di vedervi oltre, di definirne le ombre intraviste, le vaghe figure che sembrava scorgervi, masse informi e deformi, gelatinose protuberanze irte di tentacoli molli e viscidi, arti scomposti e guizzanti in movimenti convulsi e innaturali. Era così immerso nell’oscurità di quegli occhi da non accorgersi del mondo reale che lo circondava, come se fosse stato gettato in quella profondità buia, perso con tutto sé stesso senza alcuna possibilità di riemergere. Si dibatteva nel pozzo scavato nelle pupille dell’uomo crudele riflesso nello specchio, cercando di dare un senso, di afferrare e comprendere le sagome nel nero che lo sovrastava. Sentiva il cuore pulsare nelle orecchie, un’affannata ritmica sistolica che echeggiava nello spazio vuoto e tetro intorno a lui. La sua mente era lì, in quell’infinita distesa di nulla in cui la luce era bandita. Il signor Jacopus B. se ne restava così, gli occhi spalancati, quasi lacrimanti dallo sforzo, la bocca aperta un po’ inebetita a fissare, chiedendosi se ciò che scorgeva ai margini del suo campo visivo erano solo delle illusioni della sua mente sovreccitata oppure se davvero le iride enormi dell’uomo riflesso allo specchio erano abitate da disumane creature, nascoste, in attesa, fameliche e bramose.
Le sue gambe, intanto, lo portavano avanti, passo dopo passo, nel cammino ignaro di un corpo ormai privo di volontà cosciente, un automa programmato a deambulare per il resto dell’eternità, inoltrandosi passo dopo passo in tutte le strade del mondo.
Il signor Jacopus B. era come scisso, scollato dal reale che lo circondava, da una lato la sua mente, il suo io pensante inabissato nel tetro degli occhi dello sconosciuto allo specchio, dall’altro lato il corpo che, come una semplice macchina biologica, muoveva, senza però senso o ragione.
Non sappiamo, le “Cronache” non riportano questa preziosa informazione, se il nostro protagonista fosse consapevole di questo suo essere separato, disgiunto in due parti simmetriche ma opposte. Siamo certi però che se lo fosse stato non avrebbe potuto evitare di sorridere un po’ cinicamente e pensare a quanto sarebbero state contente le fiumane di filosofi che predicavano che l’uomo è somma imperfetta di due naturae fra loro in perenne battaglia. Un parte di pura e perfetta spiritualità e il suo opposto, il corpo mortale, caduco e condannato al dolore. Visto che però non possediamo questa informazione, sembra giusto non perdere altro tempo e riprendere il resoconto dei fatti.
Proseguendo lungo un tragitto contorto, il signor Jacopus B., o forse sarebbe meglio dire il suo corpo, giunse a ridosso del fiume che attraversava sinuoso la città. Sebbene i cittadini lo considerassero il corso d’acqua più maestoso e imponente mai visto, ad un’analisi più attenta e meno campanilistica si sarebbe rivelato per quello che era, ovvero, un placido ruscello, un torrente capriccioso che scendeva dalle montagne vicine alla città e scompariva, pochi chilometri dopo, nelle acque di un piccolo lago.
Un tempo il fiume era sporcato dagli scarichi delle cloache di tutte le case che vi sorgevano intorno, ora, invece, grazie al volere di un antico sindaco stranamente illuminato, era stato ripulito e splendeva di un maestoso colore azzurro. I cittadini di tutte le età, dai bambini ai vecchi, passavano buona parte del loro tempo libero passeggiando avanti e indietro lungo le sue sponde, intenti ad osservare lo scorrere dell’acqua che, per chissà quale ragione, donava una piacevole sensazione di quiete e di serenità alle anime travagliate e stanche.
Può apparire alquanto singolare e, forse, poco originale che questa lunga e complessa vicenda trovi il suo fine sulle rive del torrente noto per le sue singolari peculiarità rasserenanti e consolanti. Apparirebbe come la solita trovata ad effetto di un narratore con scarsa fantasia e abituato a cliché narrativi ormai superati. Non potremmo che essere concordi con questa valutazione negativa, la mancanza di originalità è un male che affligge il popoloso mondo dei narratori. Tuttavia non ci sentiremmo colpiti da questa severa critica, non stiamo, infatti, in queste numerose righe inventando alcunché, ma piuttosto semplicemente rendicontando, nel modo più fedele possibile, le vicissitudini capitate al signor Jacopus B., già raccolte nei molti volumi delle “Cronache” da un misterioso documentarista, molto tempo prima di noi.
Se proprio qualcuno deve essere incolpato della scarsa capacità creativa e della ripetitività delle trovate narrative, questo deve essere, come sempre, il caso. La bizzosa ed imprevedibile casualità che ancora una volta fa capolino nelle pagine che stiamo riportando, condizionando la vita del signor Jacopus B. ed interferendo nelle sue scelte
Prima o poi nelle pagine dei nostri rendiconti ci dedicheremo ad una lunga disamina del ruolo del caso nelle avventure del signor Jacopus B, troppe volte infatti il destino stizzoso si è rivelato determinante nello svolgersi dei fatti e delle azioni del nostro personaggio, tanto da far nascere il dubbio e il sospetto che la volontà de signor Jacopus B. abbia ben poca rilevanza nella determinazione delle vicende narrate. Ora però, così vicini alla fine di questa lunga narrazione, non ci sembra opportuno annoiare il lettore con altre astruse digressioni, preferendo andare dritti al sodo della questione, ovvero al come il signor Jacopus B. risolse l’intrigo dello sconosciuto riflesso nello specchio.

Stava, il signor Jacopus B., avanzando lentamente lungo il sentiero ciottolato che costeggiava il quieto torrente, sempre preso e catturato dal volto che vedeva nella superficie vetrosa della specchio, quando la sua attenzione fu attratta da qualcosa. Se escludiamo l’incontro con il signor Josè (che aveva fatto ben fatica a farsi notare dal nostro assorto protagonista) questa era la prima volta in tutta la giornata che il signor Jacopus B. distoglieva gli occhi dal piccolo specchio sorretto dall’imbracatura costruita qualche ora prima con materiali di fortuna. Neppure il signor Jacopus B. seppe spiegarne il motivo, il perché il suo sguardo si spostò, richiamato dalla figura che stava lentamente emergendo all’orizzonte. Nei giorni che seguirono, come era solito fare, si interrogò e se ne chiese le motivazioni, ma, a parte qualche surreale ipotesi, non seppe darsi una risposta convincente.
Forse era destino, forse era nella natura stessa delle vicende di quel mattino, oppure, forse, era ancora il caso ad imporsi con il suo capriccio importuno e arrogante. Probabilmente non importa davvero, sta di fatto che il signor Jacopus B. guardò davanti e la vide di fronte a sé.
Era ancora piuttosto lontana, camminava con passo lento e ritmato nella direzione del signor Jacopus B. lungo lo stesso sentiero che costeggiava il ruscello. Il signor Jacopus B. la osservò mentre si avvicinava senza fretta, i lunghi capelli le ricadevano fluenti sulle spalle incorniciandole il viso di un bel biondo solare e le leggere onde delle ciocche sembravano danzare mosse dai suoi passi. Era vestita con semplicità, un leggero spolverino le scendeva placido lungo il corpo che si intuiva sinuoso e longilineo, una gonna lunga sino alle caviglie si agitava scossa dal movimento delle gambe e ai piedi basse scarpe confortevoli la guidavano avanti nel cammino. Il signor Jacopus B., dopo averne osservata la figura intera fugacemente, si mise a contemplarne il volto, e soprattutto agli occhi, che sembravano risplendere dietro le lenti degli occhiali dalla spessa montatura opaca. Fu attratto dal colore, un azzurro intenso, caldo, simile alle tinte di un cielo di primavera, rischiarato da un sole prepotente e terso. Lei era ancora lontana, tuttavia il signor Jacopus B. riuscì a cogliere le sfumature più sottili dello sguardo, la linea delle sopracciglia, la mascella tesa e la bocca serrata in un’espressione di tensione. Notò lo sguardo corrucciato, la fronte concentrata e si chiese cosa lei stesse osservando con tanta intensità. Poi, non senza reprimere un moto di stupore, vide l’oggetto che lei teneva di fronte a sé nel palmo della piccola mano. La donna ora era più vicina e il signor Jacopus B. riuscì a distinguere ciò che le lunghe e sottili dita stringevano con foga, quasi violentemente. Non lo riconobbe subito, ma, senza sapere perché, si convinse ben presto che non poteva essere altro. Un piccolo specchio. Uno di quelli conservati con cura nelle borsette delle donne, utili per dar sfogo alla loro vanità, aggiustandosi il trucco o osservandosi belle quali sono. Si trattava di una piccola conchiglia di madreperla di un marrone venato da tinte nere, lei la sorreggeva sul palmo della mano aperta, fissandone con ostinazione lo specchio racchiuso al suo interno.
Il signor Jacopus B. si sorprese di questa singolare coincidenza, lui che stava vagando da ore e ore per la città osservando null’altro che un piccolo specchio sorretto da una sorta di braccio meccanico, distoglieva la sua attenzione, sin lì totale e assoluta, per scorgere, all’improvviso, una donna, che a sua volta passeggiava per la città completamente assorta nella contemplazione di un altro specchio. Era forse questa la particolarità che aveva destato la sua curiosità tanto da distoglierlo dalla contemplazione del volto maligno dell’uomo riflesso? Oppure si trattava di una semplice ed inconsueta combinazione?
Tornò ad osservare la donna, ora quasi dimentico dello sguardo feroce dello sconosciuto che dallo specchio lo scrutava; lei non si era accorta di essere guardata, proseguiva nel suo lento avanzare come se nulla al mondo vi fosse di realmente interessante all’infuori del suo prezioso specchietto da trucco. Il signor Jacopus B. si accorse di pensare che era bella; quasi si sbalordì di questo pensiero, era passato così tanto tempo dall’ultima volta dall’ultima volta in cui aveva pensato bella una donna. Era così lontano negli anni del passato quel ricordo, per un momento il signor Jacopus B. si concesse al placido tepore della memoria e un antico altro sorriso tornò, come per magia, a splendere davanti a lui. Scacciò via la nostalgia con un gesto del capo e torno a scrutare la donna che gli si avvicinava.
Lasciò che lo sguardo languisse sulla figura di lei. Notò particolari che prima gli erano sfuggiti: le fossette a lato della bocca, quasi a decorare le guance arrossate, il piccolo neo sotto l’occhio sinistro e gli orecchini che sobbalzavano giocosi ad ogni movimento della donna. Si, pensò, è bella. E si cullò in questo pensiero.
Il signor Jacopus B. tornò a rivolgersi al suo specchio montato sull’impalcatura che aveva legata al braccio sinistro e scoprì che il viso dell’uomo riflesso si era fatto più cattivo, se prima il ghigno sul volto era strafottente, altezzoso e pieno di boria, ora i lineamenti dello sconosciuto si erano contratti in una smorfia di puro odio, di disumana cattiveria, di ira feroce. Persino le creature che sembravano agitarsi nelle iridi nere dell’uomo si erano fatte più frenetiche, i loro movimenti più convulsi e caotici, i viscidi tentacoli schioccanti come fruste torturanti. Il signor Jacopus B., invece di intimorirsi da questo cambiamento si sentì inspiegabilmente sollevato, come se la rabbia dello sconosciuto fosse un segnale di una nuova debolezza che si stava facendo strada nell’uomo riflesso. Sorrise, il signor Jacopus B., e per la prima volta nella giornata non ebbe paura di ciò che vedeva nello specchio.
Ancora non sapeva come avrebbe risolto quella vicenda, se mai sarebbe tornato a vedere il suo consueto volto negli specchi del mondo o se, ormai, era condannato a trovarsi di fronte l’altro ogni qual volta si rifletteva in una superficie lucida, tuttavia, una sensazione nuova emerse nel signor Jacopus B., non era una vera e propria speranza, eccessivo sarebbe stato definirla come tale, era un sentimento più piccolo, minuto, quasi timido, ma che aveva il potere di scaldare, di rasserenare, un’illusione a cui si poteva prestar fede.
Tornò a guardare la donna, ormai era a pochi passi da lui e continuava a camminare indifferente a tutto ciò che la circondava; il signor Jacopus B. si domandò se dovesse fermarla, chiederle cosa stava osservando con tanta intensità, distrarla e, sorridendole, attrarre la sua attenzione.

Mentre tentava di decidersi su cosa fare quando lei gli sarebbe passata di fianco, al signor Jacopus B. venne un dubbio. Che cosa mai vedeva la donna nel piccolo specchio da trucco? Perché lo stava fissando con così intensa attenzione? Cosa vi scorgeva riflesso?
Ci pensò su un po’ finché non trovò la soluzione. Non vi era nulla a supportare la sua supposizione, nessun fatto, nessun indizio, ma solo un’intuizione vaga e indefinita che però si stava facendo via via più concreta nella mente del signor Jacopus B.
Troppe erano le somiglianze nel comportamento della donna con ciò che a lui era accaduto quella mattina. Entrambi erano morbosamente attratti da uno specchio, catturati da ciò che vi era riflesso, qualcosa di totalmente inaspettato, nuovo, sorprendente, tanto da costringerli a guardarlo così profondamente da non rendersi conto di null’altro. La stessa camminata della donna aveva un non so che di somigliante con il vagabondare del signor Jacopus B. per le vie della città, vi era la stessa indifferenza, l’identico andare avanti irragionevole, pigro e svogliato, come se fosse una semplice scusa, un pretesto che nascondeva altri significati, altre ragioni.
Il signor Jacopus B. osservò la donna e, ancora una volta, vi scorse la tensione che vi aveva visto poco prima, un’ansia che andava ben oltre una banale preoccupazione. Vi era nella fronte aggrottata di lei un messaggio di puro terrore, di paura atavica, la stessa che aveva attanagliato il signor Jacopus B. dal primo momento in cui aveva scorto nello specchio il volto altero dello sconosciuto.
Non poteva che essere lo stesso motivo, non c’erano altre ipotesi altrettanto sensate, altrettanto logiche. La forza del ragionamento non lasciava scampo: ciò che la donna stava fissando era il volto di una sconosciuta che si era disumanamente sostituita al suo solito riflesso.
Il signor Jacopus B. se la immaginò nelle prime ore di quella così strana giornata e così come era capitato a lui, la vide alzarsi dal letto assonnata (senza darsi una spiegazione, la fantasticò sola in quel letto), i capelli scompigliati, forse ancora più bella di come la vedeva ora di fronte a sé. La contemplò nel suo incedere insicuro verso il bagno, nel poggiare le mani sul piccolo, raffinato lavandino e, alzando gli occhi, osservarsi allo specchio. Il signor Jacopus B. quasi ne sentì il grido strozzato, carico di sorpresa e di paura, nello scorgere per la prima volta il volto anonimo riflesso. La vide stropicciarsi gli occhi fino quasi a farsi male, ne sentì il cuore accelerato dal panico, udì le mille domande che si inseguivano nella sua mente spaventata. Chissà a chi si chiese aiuto la donna sconvolta dal volto misterioso che continuava a vedere nello specchio, un’amica? Un fidanzato lontano? O, forse, come il signor Jacopus B., l’istinto la portò subito a scendere per le strade della città e a vagare fissando il piccolo specchio che aveva trovato nella borsetta? Da quanto tempo quella donna camminava non facendo altro che guardare gli occhi riflessi della sconosciuta?
Il signor Jacopus B. non aveva ormai alcuna incertezza, era sicuro che anche la donna aveva perso il suo consueto riflesso e che ora, proprio di fronte a lui, stava tentando di dare una ragione ai tratti ignoti nello specchio.
Si sorprese il signor Jacopus B. di sentirsi come rassicurato da quella sua spontanea certezza. Non era più il solo in quella delirante follia, fosse stato pure il sintomo bizzarro di una nuova epidemia che aveva colpito l’intero genere umano, ciò che al signor Jacopus B. importava era che di non essere più l’unico a scrutare il volto di uno estraneo riflesso nello specchio.
Un antico e saggio proverbio ricorda che un dolore condiviso appare come meno gravoso, maggiormente sopportabile, come se fosse possibile sorreggerlo un po’ tutti quanti e così riuscire a portarlo sulle spalle, aiutandosi.
L’uomo è una creatura davvero singolare e il signor Jacopus B. in questo caso ne fu davvero un degno rappresentante. Sebbene fosse ormai confinato, imprigionato, in una torre di solitudine assoluta, traeva comunque conforto dall’idea di appartenere ad una comunità, una sorta di società del dolore. Il signor Jacopus B. si senti parte attiva di una collettività partecipe che, unita, riusciva persino a dare senso al mondo folle che la circondava, quasi che insieme si potessero sconfiggere i mali che affliggono il genere umano. Fu forse una semplice speranza, un’illusione di un attimo, ma per quel momento davvero il signor Jacopus B. sognò di aver intuito la soluzione, la via per contrastare l’incomprensione del reale.
La donna era ormai a pochissimi passi da lui, il signor Jacopus B. si era fermato, la stava aspettando. Aveva deciso che l’avrebbe fermata, l’avrebbe chiamata e, se lei non se ne fosse accorta, l’avrebbe scossa, l’avrebbe afferrata per un braccio. Doveva dirle che non era la sola, che altri, oltre lei, stavano vivendo lo stesso delirio, l’identica follia. Non poteva lasciarla andare sola per la città, non avrebbe permesso che vivesse un minuto di più con la falsa certezza di essere l’unica creatura al mondo a cui era occorso quell’assurdo destino. No! Non poteva, doveva aiutarla.
Ormai il signor Jacopus B. non degnava più di uno sguardo il volto dello sconosciuto nel piccolo specchio, l’avesse fatto avrebbe visto i tratti dell’altro orrendamente deformati, quasi irriconoscibili, contratti in una smorfia di rabbia disumana, bestiale. Le labbra accorciate a lasciar vedere le gengive sanguinanti, quasi masticate dai denti digrignanti e scheggiati. Le narici dilatate orrendamente e colanti un muco giallognolo e purulento. Le guance rigate da rivoli neri di lacrime rabbiose e salate. Gli occhi ridotti a due piccole fessure longitudinali in cui il bianco del bulbo sembrava sparito e ciò che restava era solo il nero ripugnante delle pupille. Le rughe della fronte così scavate e profonde da sembrare ferite inferte con lame affilate. Le gocce di sudore fetido colanti sul viso mischiandosi alle lacrime nere. Il volto dello sconosciuto, che quella mattina era comparso nello specchio del signor Jacopus B., era oramai ridotto ad una maschera oscena di odio, persa ogni forma di spavalderia e di sicurezza e dimenticato il sorriso altezzoso e borioso.
Sarebbe stato davvero felice il signor Jacopus B. di vedere scomparsa l’espressione arrogante e tracotante dell’altro nello specchio, ne sarebbe rimasto davvero appagato. Tuttavia il signor Jacopus B. era preso in ben altre faccende e ormai la sua attenzione, il suo tendere tutto era rivolto non più verso il sé stesso deforme riflesso ma verso un’altra persona, verso una donna che sembrava condividere lo stesso dolore, la stessa fatica di vivere, la stessa tristezza negli occhi e così, banalmente, ciò che l’aveva attanagliato, umiliato, assillato sino a pochi stanti prima scomparve, quasi che mai fosse neppure esistito. Ora la sua vita, o quantomeno quel momento della sua vita, aveva un senso, aveva una direzione, era tesa verso un altro, verso qualcuno che non fosse sé stesso. Bastò. Fu spontaneamente sufficiente non pensar più alla propria tragedia per dimenticarsene.
Il signor Jacopus B. non si era forse reso pienamente consapevole di questa sua nuova scoperta, del passo enorme (o forse minuscolo) che aveva percorso, era completamente proteso verso la donna che aveva di fronte per comprendere e razionalizzare; al momento l’unica cosa che gli sembrava degna di interesse era lei, la donna che gli stava di fronte.

Lei era a pochi centimetri da lui, il signor Jacopus B. alzò il braccio per toccarla, per fermarla nel suo cammino incessante, ma il gesto rimase a metà, quasi solo pensato. Il signor Jacopus B. si interruppe e si trattenne dal suo proposito. Lei si era fermata. Ad un passo, un solo piccolo, breve passo da lui, lei aveva interrotto il cammino. E, alzando gli occhi dal piccolo specchio a forma di conchiglia, guardò il signor Jacopus B, e sorrise.
Ora erano l’uno di fronte all’altra, fra le punte dei loro nasi non vi erano che pochi centimetri. Il signor Jacopus B. era così sorpreso e stupefatto dal sorriso della donna da essersi dimenticato tutte le frasi, tutti i discorsi che si era preparato, quasi come un timido e imbarazzato adolescente, se ne stava con la gola riarsa senza proferire alcuna parola.
Stettero così, a guardarsi per un tempo indefinito, silenziosi e complici.
Fu lei la prima a muoversi. Probabilmente il signor Jacopus B. se ne sarebbe rimasto così, immobile, a fissare i grandi occhi della donna per sempre, lasciando che il tempo scorresse per il resto della razza umana ma non per lui, chiuso nella bolla di un eterno, dilatato, momento. Un presente immobile, avulso dall’avanzare consueto del passato verso il futuro, come una sorta di preziosa pietra, cesellata per sempre in una goccia d’ambra.
La donna non disse nulla, guardò negli occhi il signor Jacopus B. come a volergli trasmettere un silenzioso messaggio, la condivisione di una reciproca comprensione. Poi si voltò e, notato un piccolo muretto a margine del sentiero ciottolato che costeggiava il torrente placido, gli si avvicino. Lì, con un gesto semplice, quotidiano, senza alcuna drammaticità, vi pose il piccolo specchietto contenuto nella conchiglia di madreperla. Lo lasciò così, aperto, a riflettere la strada che si perdeva nel cuore della città. Poi, la donna, tornò a guardare il signor Jacopus B., e con un gesto sommesso, inclinando leggermente il capo a lasciar che i capelli color del grano le cadessero un po’ sul viso, invitò il nostro protagonista a porre fine a questa assurda storia che stiamo narrando. Il signor Jacopus B. capì immediatamente cosa doveva fare. Era come se lo avesse sempre saputo ma solo grazie a lei, a quel gesto improvviso, l’avesse davvero compreso.
Il signor Jacopus B., senza fretta, slacciò l’ingombrante impalcatura che si era costruito quella stessa mattina, la poggiò delicatamente per terra e, chinandosi, recuperò il piccolo specchio. Lo tenne stretto fra le dita con la stessa amorevole cura che vi aveva messo nel recuperarlo dall’armadietto a fianco della finestra del bagno. Con un solo, singolo, passo fu davanti al muretto, nel punto esatto in cui la donna aveva deposto il suo specchietto da trucco. Per un istante si voltò a guardarla ancora una volta, lei gli sorrise quasi a volergli dire, non aver paura, fidati di me. Incoraggiato, con un movimento lento, delicato, timoroso, il signor Jacopus B. allungò il braccio verso il piccolo tramezzo di cemento e vi poggiò lo specchio. Esattamente di fronte allo specchietto della donna. Le due superfici riflettenti si osservarono, l’una di fronte all’altra, in un eterna circolarità d’infinito. Il signor Jacopus B. guardò i due specchi fissarsi e poi si voltò verso la donna. Lei gli tese ma mano e lui afferrò le piccole, sottili dita sinuose.
E mano nella mano, la donna e il signor Jacopus B. fecero un pezzo di strada insieme, verso il centro della città.
19/03/2007

Etichette:

4 Comments:

Blogger 7di9 said...

Sono a metà... ma già ti posso confermare la mia ammirazione per lo stile e per le immagini narrate. Complimenti davvero.

Un saluto!

7di9

11:04 PM  
Anonymous Antares666 said...

Carissimo Fratello, ammiro molto le tue creazioni, le reputo geniali. Non devi essere timido, come sono stato io per troppi, troppi anni...
Un abbraccio connettivo

8:04 PM  
Blogger ulVer said...

Complimenti veramente!!!
C'è solo da imparare da tali scritti e da tale stile!

Un saluto!

10:50 PM  
Blogger Logos said...

Carissimi,

sebbene la mia modestia mi spinga spesso a schernirmi dei compimenti, sono davvero felice dei vostr apprezzamenti sul mio signor Jacopus B.
Le sue avventure continueranno e forse un giorno...
Grazie
Logos

10:48 AM  

Posta un commento

<< Home


adopt your own virtual pet!