08 gennaio 2008

Era tardi

ERA TARDI

Il televisore trasmetteva il telegiornale della sera quando Haruki si scosse dal torpore improvviso che l’aveva colto e fissò l’orologio alla parete. Le sette. Si stropicciò gli occhi e fece maggiore attenzione a quello che la donna sullo schermo stava dicendo. Parlava di crisi petrolifera, di missioni di pace fallite e di pericolo ambientale per qualche esplosione radioattiva. Haruki si distrasse dopo pochi momenti, qualcosa gli ronzava in testa insistentemente e non riusciva a pensar ad altro. Si alzò e se ne andò in cucina, sui fornelli giaceva un pentolino vuoto, sporco della zuppa che si era cucinato a pranzo. Prese una tazza e la riempì d’acqua, la mise nel microonde per farsi un tè. Non era l’orario del tè, ma ne aveva voglia e così se lo stava preparando. Quando l’allarme del forno suonò con il suo gong squillante tolse la tazza e vi immerse il filtro di tè verde. Lo zuccherò e lo poggiò sul tavolo in attesa che l’acqua si colorasse e prendesse il sapore delle foglie.
Nel frattempo se ne tornò in soggiorno, spense il televisore e si sedette sul divano a pensare. Guardò l’orologio alla parete. Le sette e un quarto. Era tardi. Stanco di aspettare prese il telefono cellulare poggiato sul piccolo tavolo al centro del soggiorno e compose il numero. Non lo aveva mai voluto salvare in rubrica, ogni volta diceva che l’avrebbe fatto ma dopo tutti quegli anni non lo aveva ancora memorizzato.
Il telefono suonava libero, attese. Al ventesimo squillo riagganciò premendo il tasto rosso. Non rispondeva.

Haruki viveva in un piccolo appartamento nella periferia occidentale di Tokyo. Contando anche il bagno, lo spazio che chiamava casa non era superiore ai quaranta metri quadrati; un lusso se pensava a chi viveva in centro. Una volta il suo collega Takeshi gli aveva raccontato di come si faceva a vivere in tre, marito, moglie e bambino piccolo, in un appartamento di ventisette metri quadrati. Haruki non aveva voluto crederci, anche se sapeva che in Giappone si poteva.
Lui nell’appartamento ci viveva solo con la moglie. Miguci. Vivevano in quella casa ormai da cinque anni e non avevano mai pensato di avere un bambino. L’appartamento era troppo piccolo per contenervi anche un figlio, sapevano che Tokyo non offriva altre soluzioni.
Metropoli moderna e affaccendata Tokyo aveva una precisa politica urbanistica: molta gente, poco spazio e poco importava se la percentuale di suicidi tra i suoi cittadini fosse la più alta del mondo. C’è chi diceva malignamente che era meglio così, ad ogni morto si guadagnava un po’ di spazio in più. Le stime ufficiali del governo nipponico rilasciavano numeri allarmanti, un suicidio ogni quindici secondi. Haruki si fermò un momento, smise di pensare e contò sino a quindici. Un suicida, pensò. Contò ancora fino a quindici. Un altro. Poi la mente tornò al suo pensiero fastidioso. E smise di contare.
Fissò lo schermo spento del televisore, quasi gli sembrò di sentire ancora la voce della commentatrice, fu tentato di accenderlo e di cambiare canale ma il telecomando era sull’altro divano dove l’aveva buttato pochi minuti prima, quando aveva spento il televisore.
Guardò l’orologio, le sette e mezza. Era tardi.
Gli venne voglia di bersi un tè, poi si ricordò che se lo era preparato e s’alzò. In cucina l’acqua nella tazza si era scurita del colore verdognolo delle foglie di tè. Gettò il filtro dopo averlo strizzato per bene e bevve una lunga sorsata. Il tè era amaro e tiepido. Pensò di correggerlo con il sakè che teneva in frigo ma non gli sembrò una buona idea. Altre volte aveva allentato la tensione con il sakè e ciò che gli era rimasto era solo un tremendo mal di testa.
Finì di bere e mise la tazza nel lavello. Tornò in soggiorno.

Miguci era uscita presto quella mattina per andare al lavoro. Da quando era stata assunta dalla ditta del signor Hara due settimane prima si alzava sempre presto il mattino e rientrava sempre più tardi la sera. Una volta, pochi giorni prima, Haruki glielo aveva fatto notare ma lei si era difesa dicendo che il lavoro era molto, le responsabilità crescevano e che in fondo il guadagno era buono, tanto da potersi permettere qualche sacrificio. Haruki non aveva ribattuto, lui era un semplice insegnante di giapponese in un liceo lì vicino; poche ore di lavoro e uno stipendio misero, ma a lui il suo lavoro piaceva. Parlare di letteratura, di libri a giovani studenti curiosi gli faceva credere di avere una specie di utilità sociale, a volte persino si sentiva come una sorta di difensore della tradizione giapponese. Durante le cene a casa di amici spesso gli veniva chiesto se non si annoiava a ripetere le stesse cose anno dopo anno e lui rispondeva tranquillo che non si annoiava affatto, anzi gli dava un senso di sicurezza il poter trovare ogni volta gli stessi autori, le stesse opere, come compagni fedeli di un viaggio che si ripeteva incessantemente. Ma nessuno capiva quel che voleva dire e allora lui se ne stava zitto e beveva sakè.
Guardò l’orologio, le otto meno un quarto. Era tardi.
Se ne andò il bagno e svuotò la vescica. Restò ad osservare la propria urina cadere nel piccolo water occidentale e ne ascoltò il rumore che faceva nel precipitare nell’acqua in fondo al water. Una piccola cascata fragorosa. Poi il rumore si fece più flebile sino a spegnersi.
Mentre si aggiustava i pantaloni suonò il telefono. Corse in soggiorno e prese la cornetta.
- Pronto?
Silenzio dall’altro capo del filo.
- Pronto?
Sempre silenzio.
- Miguci sei tu? A che ora arrivi? Sei in ritardo.
Ma ancora nessuno rispose.
Haruki sentiva un mormorio sordo provenire dall’altoparlante del telefono. Un respiro sordo ed un brusio, come un parlottare tra sé e sé lontano. Tese l’orecchio cercando di cogliere qualche parola, gli parve di sentire pronunciare il proprio nome ma non ne fu sicuro.
- Pronto?! Chi è?!
C’era qualcosa di strano in quella telefonata, Haruki sentiva che doveva capire chi c’era dall’altra parte del telefono, gli sembrava che fosse importante, una questione di vita o di morte.
- Pronto!
Ma in risposta solo il click della comunicazione interrotta. Fissò la cornetta del telefono poi riagganciò. Chi poteva aver chiamato? Perché non rispondevano? Era davvero il suo nome quello che sentiva bisbigliato?
Guardò l’orologio alla parete, le otto. Era tardi.
Fece ancora il numero di Miguci ma anche questa volta lei non rispose.

Maledetto lavoro. E pensare che quando due settimane prima Miguci era tornata a casa dicendo che aveva trovato un lavoro come segretaria nella ditta in cui lavorava la sua amica Midori avevano brindato e festeggiato. Quel lavoro poteva voler dire molto per le loro finanze, forse persino la possibilità di un trasferimento in un appartamento più bello o una macchina nuova, magari una di quelle italiane che si vedono nelle pubblicità.
Haruki si ricordava bene quella sera. Si erano quasi ubriacati come due ragazzini alle prese con le prime bevute di sakè, poi avevano fatto l’amore con passione e si erano addormentati abbracciati. Il futuro sembrava loro ricco di possibilità.
Miguci aveva cominciato a lavorare per la ditta del signor Hara un martedì, fuori cadeva una fitta e fastidiosa pioggerellina calda e lei era uscita dando un bacio a Haruki e augurandogli buona giornata. Lui era andato a scuola ma quel giorno era distratto, pensava a Miguci, al suo nuovo lavoro e sperava tutto andasse bene.
Era tornato alle tre, come solito, e l’aveva aspettata seduto sul divano leggendo un libro di un autore occidentale. Quando lei era rincasata l’aveva tempestata di domande ma lei, con lo sguardo un po’ triste e tra mille scuse, gli aveva spiegato che per motivi di riservatezza non poteva dirgli nulla. Il signor Hara le aveva fatto firmare un foglio in cui si impegnava al totale riserbo sulle sue attività. Era vincolata al silenzio e non poteva parlare del suo lavoro neppure con Haruki. Lui dapprima insistette ma quando vide che lei non cedeva la smise. Si sedette sul tavolo della cucina e non disse una parola per tutta la cena. Si sentiva come tradito, escluso. Lui e Miguci non avevano mai avuto segreti e ora questo signor Hara si metteva fra loro con quella diavolo di riservatezza. Haruki cenò fissando il patto e pensando tra sé e sé, Miguci guardava il marito, triste e delusa che lui non capisse.
Haruki scrollò le spalle. Si, era cominciato tutto quel giorno, con quel nuovo lavoro.
Guardò l’orologio. Le otto e un quarto. Era tardi.
Pensò di chiamare la polizia per chiedere se c’era stato qualche incidente sulla linea metropolitana o per le strade, se per caso una giovane donna fosse rimasta ferita ma si rese conto dell’assurdità della cosa e non si mosse.
La casa era immersa nel silenzio, solo l’ovattato rumore delle macchine che passavano giù per strada rompeva l’assenza di suoni dell’appartamento. Strano, a quest’ora di solito si sentono i vicini parlare, le loro televisioni sintonizzate su qualche programma televisivo, un gioco a premi o un quiz, i bambini che frignano e le mamme che urlano. Stasera però solo silenzio.
Haruki andò alla finestra e osservò la strada, nel buio della sera vedeva solo i fari rossi delle luci posteriori delle auto sfrecciare verso nord e i fari anteriori correre verso sud, il traffico gli parve il solito, non sembrava vi fossero code o ingorghi. Niente che potesse spiegare il ritardo di Miguci.
Il cellulare di Haruki vibrò sul tavolino. Un messaggio di testo. Haruki prese il piccolo telefono grigio e aprì la cartella dei messaggi, finalmente Miguci si faceva sentire. Non sapeva se sentirsi sollevato o arrabbiato per il ritardo. La cartella ci mise un attimo ad aprirsi come se il messaggio ricevuto fosse pesante. Haruki aggrottò la fronte, un numero sconosciuto. Non era Miguci a mandargli il messaggio. Lo aprì, e restò a fissarlo. Era una fotografia di una stanza di hotel, sfocata e sgranata; si vedeva un letto matrimoniale disfatto su cui era stesa una donna e poco più in là un’ombra che cadeva pesantemente sul corpo della donna stesa sul letto. Sembrava l’ombra di un uomo ma Haruki non poteva esserne certo.
Chi era la donna? Guardò meglio cercando di scorgervi dei particolari. Era Miguci? Il pensiero gli venne spontaneo, che ci faceva in quell’hotel? Quando era stata scattata la fotografia? Che significava quel messaggio?
Premette il tasto verde di chiamata. Voleva sapere chi gli aveva mandato quel messaggio. Non sapeva per quale ragione ma era convinto che fosse legato alla telefonata ricevuta poco prima. Il numero sconosciuto era non raggiungibile, la melliflua voce registrata dell’operatrice telefonica informò Haruki che il telefono della persona chiamata era probabilmente spento o non raggiungibile.
Haruki osservò ancora la fotografia ma non riuscì a dire con certezza chi fosse la donna nella stanza. Era davvero Miguci?
Guardò l’orologio, le otto e mezza. Era tardi.

Accese il televisore, non ci potevano essere altre motivazioni se non quelle di un incidente ferroviario, o forse un attentato. E Haruki pensò all’attentato nella metropolitana con il gas Sarin di qualche anno addietro. E se fosse successo ancora? Il Giappone ribolliva di sette religiose fanatiche pronte a tutto pur di affermare le loro verità assolute. La polizia teneva sotto controllo questi pazzi ma uno poteva sempre sfuggire. Persino agli americani erano sfuggiti gli attentatori dell’undici settembre.
Si sintonizzò sul canale del telegiornale ma nessuna ultim’ora allarmante, anzi stavano dedicando un lungo servizio alla figlia dell’imperatore. Haruki osservò la bambina ripresa dalla telecamera della troupe mentre giocava con una bambolina di ceramica bianca e pensò che se fosse nata solo mezzo secolo prima quella bambina si sarebbe potuta dire figlia di una divinità, ora era solo la probabile erede di un impero inutile ed anacronistico.
Cambiò canale in cerca della notizia drammatica che era certo si nascondeva nelle pieghe dell’etere. Nulla. Non trovo però nulla di incidenti stradali, attentati o guasti che potessero spiegare il ritardo di Miguci.
Compose di nuovo il numero della moglie. Questa volta il telefono era spento. La solita voce registrata lo informava cordialmente che sua moglie non era rintracciabile.
Pensò di uscire di casa e andarle incontro. Ma se sua moglie faceva un’altra strada? O se non si incontravano e lui la cercava mentre lei rientrava e non trovava nessuno? Cosa avrebbe pensato? Si sarebbe spaventata a morte. No, doveva restare nell’appartamento e aspettarla.
Nel palazzo intanto ancora nessun rumore. Haruki aprì la porta di casa e uscì sul pianerottolo. Se ne restò in ascolto ma non sentì nulla. Si avvicinò alla porta d’ingresso dell’appartamento del suo vicino, un manager di una qualche ditta automobilistica coreana che viveva lì con la moglie e due figlie piccole. Poggiò cautamente l’orecchio sulla superficie di legno per origliare. Aspettò un po’ ma solo silenzio. Poi gli parve di sentire un mormorio, un brusio soffuso e gli sembrò di udire il suo nome, come nella telefonata che aveva ricevuto prima. Fu quasi tentato di bussare per vedere chi c’era in casa ma cosa avrebbe detto se gli avessero aperto? Non era neppure in così buoni rapporti con quel vicino borioso e affettato. Origliò ancora e questa volta fu quasi certo di sentire proprio il suo nome, biascicato, con la u pronunciata lentamente, per un tempo troppo lungo. Suonò il campanello. Qualcosa di sarebbe inventato. Attese ma nessuno venne ad aprire. Restò a fissare la porta di legno scuro ancora per un po’ senza però avere il coraggio di avvicinare ancora l’orecchio. Quindi rientrò nel suo appartamento.
Guardò l’orologio, le nove meno un quarto. Era tardi.
Chiamò ancora sua moglie al telefono ma lo trovò sempre spento.

Andò in soggiorno e sedette sul divano. Non accese il televisore, osservò a lungo il giornale poggiato sul tavolino. L’aveva già letto tutto nel pomeriggio, dopo essere rientrato da scuola. Non si ricordava neppure una delle notizie lette, le solite identiche cose che si ripetevano giorno dopo giorno. Omicidi, suicidi, conflitti bellici, crisi economiche globali, governi caduti e colpi di stato, nulla che riguardasse la sua vita. Gli tornò in mente che una decina di giorni prima aveva scorto sul giornale un articolo che aveva attirato la sua attenzione. Parlava della ditta del signor Hara, però l’articolo non era nella pagina dell’economia ma in quella delle cronache locali. Il giornalista raccontava di come quella nuova ditta installatasi dall’oggi al domani nel loro quartiere apparisse piuttosto strana. Le finestre erano oscurate, non entrava e non usciva neppure un camion, nessuno sbuffo di fumo dalla piccola ciminiera sul tetto. E poi il silenzio. Nessun rumore di macchinari sembrava venire da dentro le mura della ditta e il giornalista si chiedeva che cosa facessero in quella fabbrica. Il signor Hara aveva, a quanto riportava l’articolo, rifiutato ogni intervista con il giornale, inviando un freddo comunicato in cui semplicemente invitava i giornalisti a starsene alla larga.
La sera, quando Miguci era rincasata, Haruki le aveva fatto leggere l’articolo e le aveva fatto le solite domande, ma Miguci lo aveva guardato in silenzio con i suoi piccoli occhi sottili e aveva mormorato un non posso. Haruki non aveva chiesto altro e quella sera non avevano più parlato.
Haruki si alzò dal divano e si mise a passeggiare avanti e indietro dalla cucina, misurava il piccolo appartamento con grandi passi, cercando di seguire le linee distorte del pavimento in legno. L’iroku era fitto di venature che si disperdevano e si riunivano in forme casuali. Guardò l’orologio, le nove. Era tardi.
Tentò ancora di chiamare al telefono Miguci ma il telefono della moglie era sempre spento.
Haruki andò alla finestra che si apriva sul soggiorno, la più grande della casa che dava direttamente sulla strada di fronte al palazzo, osservò ancora il leggero traffico e le macchine scorrere ordinate. Cercò di scorgere la sagoma di Miguci che si avvicinava al palazzo ma nessun passante era illuminato dalle luci arancioni dei lampioni. Alzò lo sguardo e si mise a guardare il palazzo di fronte, era stato costruito contemporaneamente a quello in cui abitava e le due costruzioni erano identiche. Due parallelepipedi di dieci piani, senza balconi, solo una lunga serie di finestre disposte in file ordinate e monotone. Haruki osservò di fronte a sé e si accorse che nessuna finestra era illuminata. Sembrava che non ci fosse nessuno. Possibile che l’intero palazzo fosse deserto? Che tutti fossero già stesi sui loro futon? Poi una luce si accese. Era la finestra proprio di fronte a quella in cui lui si trovava, stesso piano, stessa altezza. Dietro la finestra s’intravedeva una tenda di color chiaro, forse panna che dava alla luce un tono caldo, sicuro. Haruki restò ad osservare quell’unica finestra e si chiese dove fossero tutti, quando una mano furtiva scosse le tende illuminate. Prima le agitò poi, con un gesto violento, le scostò e Haruki vide un uomo in piedi di fronte alla finestra che lo osservava. Haruki cercò di cogliere qualche tratto dell’uomo ma riusciva a vedere solo una sagoma nera, ne distingueva solo i contorni in contrasto con la luce che veniva da dentro l’appartamento. Haruki era però certo che l’uomo lo stesse fissando, sentiva su di sé lo sguardo penetrante, attento, lo sentiva appiccicarglisi addosso, ne percepiva il fastidio, come il tocco di una mano sudaticcia. L’uomo restava immobile, fermo, come fosse una statua e Haruki si sentiva sempre più a disagio. Che voleva quell’uomo? Pensò di aprire la finestra e urlargli contro qualcosa ma non ebbe il coraggio. Quell’ombra lo spaventava. Chiuse le tende e s’allontanò dalla finestra rimettendosi a passeggiare per la casa, attento però a non avvicinarsi troppo alla finestra del soggiorno.
Guardò l’orologio appeso alla parete, le nove e un quarto. Era tardi.
Prese il cellulare dalla tasca dei pantaloni dove l’aveva riposto prima e compose il numero della moglie ma prima di concluderlo il telefono di casa squillò. Fece tre squilli e si interruppe. Haruki rimase con la mano protesa in direzione della cornetta in attesa di un quarto squillo che non arrivò.

Andò in anticamera. Si fissò allo specchio appeso alla parete di fronte alla porta del piccolo bagno. Lo specchio era stretto ma lungo e Haruki poteva vedersi a figura intera. Si osservò con calma. Piccolo di statura, era piuttosto tozzo, le spalle larghe frutto del suo passato di contadino nella fattoria dei suoi su nell’isola di Hokkaido, le gambe un po’ arcuate ma ben solide. Il viso piccolo con la fronte ampia e i due occhi scuri che erano poco più che strette e coricate fessure. Il naso adunco, stranamente a punta per un orientale. Si piaceva. Si considerava un bell’uomo e sapeva che le colleghe del liceo e persino qualche studentessa lo trovavano attraente. Un paio di volte aveva ricevuto delle avances piuttosto sfacciate ma aveva sempre declinato con garbo. Amava Miguci e non aveva mai pensato di tradirla.
Guardò l’orologio, le nove e mezza. Era tardi.
Pensò a quella volta in gita scolastica a Osaka, ormai erano passati un paio d’anni. Una delle sue alunne era entrata furtivamente nella sua stanza e lui se l’era trovata nel piccolo letto della camera d’hotel completamente nuda. Non era stata una situazione facile da gestire, soprattutto non voleva che si creassero dei malintesi che avrebbero potuto distruggere la sua carriera d’insegnante. Aveva fatto vestire la ragazza e l’aveva accompagnata fuori dalla stanza, promettendole che avrebbe dimenticato quanto accaduto. Lei lo osservava con occhi piangenti e pieni di aspettative, Haruki a tutt’oggi non sapeva dire che cosa ci celasse davvero dietro quegli occhi tristi.
Andò in bagno, si risciacquò il viso con l’acqua fredda del rubinetto, un torpore lo stava avvolgendo e sentiva gli occhi che si facevano pesanti, doveva però restare sveglio. Si chiese come potesse mai aver sonno con i mille pensieri che gli affollavano la testa, avrebbe dovuto essere agitato, teso, invece, non desiderava altro che sdraiarsi sul morbido futon e addormentarsi. Per un attimo si lasciò cullare dall’idea di farlo davvero, di chiudere gli occhi e di abbandonarsi al sonno.
Tornò in cucina, aprì l’armadietto sopra il frigo e tirò fuori la bottiglia bianca e panciuta del saké. Ne bevve prima un lungo sorso dal collo della bottiglia poi se ne versò un ampio bicchiere e se lo portò in soggiorno. Accese la televisione e mise sul canale del telegiornale. Parlava di una qualche partita di baseball. Una squadra giapponese aveva battuto una squadra americana in un certo torneo internazionale e il cronista era così euforico che urlava parlando della supremazia giapponese, della forza e del coraggio dei giocatori e di imprecisate rivincite storiche. Haruki tolse il volume al televisore e bevve il bicchiere di saké senza sentirne neppure il sapore.
Guardò l’ora sull’orologio del display del televisore. Erano le dieci meno un quarto. Era tardi.
Prese il cellulare e chiamò Migugi. Questa volta il telefono suonava libero. Haruki si drizzò sul divano sperando che la moglie rispondesse. Cinque squilli, sei squilli… dieci squilli.. quindici squilli… stava per riagganciare quando Miguci rispose. Haruki attese che la moglie dicesse pronto ma dall’altro capo solo silenzio.
- Miguci? Sono io, Haruki. Dove sei? Sei in ritardo, quando vieni a casa?
Ma dall’altoparlante non giunse nessuna risposta.
- Miguci? Pronto? Ci sei? Perché non rispondi?
Haruki si premette il cellulare contro l’orecchio e alzò al massimo il volume del telefono, gli parve di udire il brusio che aveva sentito provenire poco prima dal telefono di casa e dall’appartamento vicino. Cercò di comprendere quel ronzio fastidioso ma non riuscì a distinguere nessuna parola conosciuta, non era neppure certo che si trattasse davvero di parole e non magari di un semplice rumore di fondo.
- Miguci? Dì qualcosa!
Haruki ascoltò ancora il mormorio sommesso, non sapeva se sperare o temere di udire pronunciare il proprio nome con la u biascicata, allungata oppure finalmente la voce della moglie che lo chiamava. Schiacciò il cellulare contro l’orecchio sino quasi a farsi male ma non colse nulla. Si mise ad urlare.
- Miguci rispondi!!! Che ti succede?!!!
Poi sentì il click della comunicazione interrotta, dall’altra parte avevano premuto il tasto rosso.
Richiamò subito il numero di Miguci con la funzione reply call ma il telefono della moglie era spento come gli riferì la consueta voce registrata.
Haruki osservò l’ora sullo schermo del suo cellulare, le dieci. Era tardi.
Andò il cucina. Aprì il frigorifero e prese una bottiglia di birra cinese, la stappò con un gesto rabbioso e ne bevve una lunga sorsata. Il liquido freddo gli scese nell’esofago violentemente, Haruki sentì la birra ghiacciata sprofondare nel suo corpo sino allo stomaco e li gorgogliare sommessamente. Ne bevve un altro sorso e si asciugò le labbra col dorso della mano.
Finì la bottiglia di birra cinese in piedi lì in cucina, fermo. Gettò la bottiglia nella spazzatura e tornò in soggiorno.
Furtivamente scosse le tende della finestra che dava sul palazzo di fronte e vide che c’era sempre una sola finestra illuminata, ma non scorse più la sagoma nera che prima aveva osservato. Le tende tirate consentivano di vedere l’interno della appartamento illuminato. Haruki, nascosto dietro il pesante tendaggio che Miguci aveva voluto a tutti i costi mettere sulle finestre scrutò dentro l’appartamento del palazzo dall’altro lato della strada. Non riuscì a scorgere molto ma c’era qualcosa di familiare, come se avesse già visto quei muri, quei mobili e il letto che intravedeva al centro della stanza. Poi si ricordò del messaggio che aveva ricevuto; prese il telefono e tornò alla fotografia. La stanza ritratta era la stessa. Haruki non poteva esserne certo ma qualcosa dentro di lui gli diceva che non si stava sbagliando. Passò velocemente lo sguardo dalla fotografia sul telefono all’appartamento di fronte. Si, non c’erano dubbi. Lo stesso colore alle pareti, un giallino opaco e triste, lo stesso letto occidentale e c’era quel quadro che nella fotografia solo si intravedeva che era lì, appeso in bella vista, proprio al centro della parete di fronte alla finestra. Haruki riconobbe facilmente l’opera, era l’onda di Hokusai, una delle più famose visioni del monte Fuji ritratte dal pittore dell’Ukiyoe. Forse l’opera nipponica più conosciuta nel mondo. Strano che un giapponese appendesse quel quadro, di solito erano gli occidentali a farlo pensando di essere originali.
Haruki restò nascosto ad osservare la stanza di fronte, voleva vedere la donna che nella fotografia era stesa sul letto. Era davvero Miguci? Ma nella stanza non si vedeva nessuno, neppure un’ombra. Guardò l’intero palazzo, ancora tutte le altre finestre erano buie, nessuna stanza era illuminata. Ma dov’erano tutti? Si concentrò sui rumori del suo palazzo ma non sentì nulla, solo quel denso silenzio così insolito per quell’ora.
Guardò l’orologio, le dieci e un quarto. Era tardi.
Compose il numero della moglie senza smettere di guardare nella casa di fronte. Il telefono era ancora staccato. Gettò il cellulare sul piccolo divano del soggiorno e sbirciò ancora.
Suonarono al campanello della porta di casa. Haruki fu scosso dallo spavento e non capì subito che cosa fosse quel suono. Il campanello suonò una volta sola per un periodo di tempo insolitamente lungo, come se chi avesse premuto il pulsante avesse indugiato troppo. Miguci non suonava mai. Lei aveva le sue chiavi e le usava per aprire la porta del loro appartamento.
Haruki si avvicinò alla porta senza dire nulla, scostò il cerchietto di metallo che copriva lo spioncino e guardò fuori sul pianerottolo. Non vide nulla, tutto era avvolto dal buio. Chi aveva suonato non aveva acceso le luci delle scale. Nessun rumore proveniva da fuori la porta. Haruki si chiese se far finta di nulla, ma se poi era un messaggio di Miguci. Chi aveva suonato doveva aver bisogno di lui. Che altre ragioni per suonare?
Haruki domandò chi fosse con voce più bassa e dura del solito, come a voler trasmettere un senso di sicurezza e autorità. Nessuno rispose. Silenzio.
Haruki prese le chiavi, le infilò nella toppa e girò una mandata. La porta era chiusa con due. Attese un momento chiedendosi se aprire. Poi girò anche la seconda e spalancò la porta. La luce del suo appartamento illuminò soffusamente il pianerottolo e Haruki vide la bambina. Stava in piedi, immobile, di fronte alla sua porta, lo sguardo fisso in basso e i corti capelli scuri raccolti da un fiocco in cima alla testa.
Restarono così per qualche momento. Haruki a fissare la bambina e la bambina a guardare per terra. Poi lei alzò gli occhi e guardò Haruki.
Doveva avere circa cinque o sei anni, il viso tondo, pallido, quasi bianco, come una bambola, e ad Haruki tornò in mente la bambolina con cui stava giocando la figlia dell’imperatore nel servizio visto al telegiornale. La bambina era vestita con la divisa della scuola elementare Oe a poche centinaia di metri dal liceo in cui insegnava Haruki. La riconobbe dalla pezza a forma di giraffa tipica della scuola. La bambina era scalza.
- C’è la mia mamma?
La vocina della bambina sorprese Haruki, era bassa, lacrimevole ma nella domanda c’era un’urgenza, un impeto nascosto, come se quella bambina fosse più abituata a dare ordini che a fare domande.
- Chi è la tua mamma? Tu come ti chiami? Ti sei persa?
- La mia mamma si chiama Miguci e io non la trovo più, aiutami signore.
Miguci? Non era possibile! Stava parlando della sua Miguci, di sua moglie? Chi era quella bambina? Da dove veniva? Perché aveva suonato alla sua porta.
Haruki fece un passo verso la bambina ma lei indietreggiò. Lo fissò dritto negli occhi, spalancò la piccola bocca e Haruki vide tutti i dentini ordinati e bianchi. Poi la piccola si mise ad urlare, un grido acuto, vibrante, altissimo. Haruki si mise le mani sulle orecchie e strinse le palpebre. Il grido cessò ma la bambina restò con la bocca spalancata e i dentini in fila sulle gengive.
- Non ti voglio far del male. Chi è la tua mamma? Vuoi che la cerchiamo insieme?
Haruki fece un altro passo verso la bambina che però indietreggiò.
- Tu non la conosci la mia mamma. La mia mamma si chiama Miguci.
Un’altra Miguci? Un caso fortuito di omonimia?
- Ma tu dove abiti? Perché sei scalza?
- Io abito lì.
E la bambina allungò il braccio in direzione dell’appartamento di Haruki, che seguì il piccolo dito della bambina voltando il capo, come se non si ricordasse quale fosse l’appartamento dietro le sue spalle.
Suonò il telefono di casa. Un trillo improvviso. Fastidioso.
Haruki rimase dov’era, indeciso se continuare a parlare con la bambina e capire cosa volessero dire le sue parole oppure rispondere al telefono. Magari era Miguci, la sua Miguci, che lo stava chiamando.
- Stai ferma qui, non ti muovere.
Corse in casa e prese il telefono.
- Pronto?
Intanto guardava la bambina che rimaneva ferma nel buio del pianerottolo. Lo fissava con i suo occhi grandi, quasi occidentali, le braccine penzolanti lungo i fianchi e la bocca seria.
- Pronto?
- Signor Ono Haruki?
Una voce maschile. Lontana come provenisse da un pozzo.
- Si, sono io. Chi parla.
Haruki continuava a guardare la bambina, che all’improvviso cambiò espressione del viso. Sorrise, un aperto sorriso le si disegnò sul piccolo volto.
- Se ne vada.
E l’uomo riattaccò il telefono.
Haruki posò la cornetta sulla base del telefono, che avrà voluto dire? Di chi era quella voce? Parlavano proprio a me, Ono Haruki. Ono era il cognome di sua madre che aveva preso al posto di quello del padre quando questi era fuggito senza dar spiegazioni. Era il suo modo di testimoniare che non avrebbe mai perdonato il padre, che lo rinnegava come padre.
Guardò sul pianerottolo, la bambina non c’era più.
Uscì e si guardò intorno ma non la vide. La chiamò urlando. Non ne sentiva neppure i passi sulle scale. Pensò di scendere le scale per cercarla ma se poi chiamava Miguci? Non poteva lasciare l’appartamento. Rientrò e si chiuse la porta alle spalle con due mandate della chiave.
Guardò l’orologio. Erano le dieci e mezza. Era tardi.
Se ne andò in cucina, aprì il frigorifero ed estrasse un piatto di tempura avanzato dalla sera precedente. Non lo scaldò nel microonde, lo posò sul tavolo, prese una bottiglia di birra cinese e la stappò. Mangiò frettolosamente la tempura fredda e bevve la birra in piccoli sorsi. Haruki si chiese come potevano i cinesi produrre la birra più bevuta nel mondo, non era neppure certo che in Cina crescesse il luppolo. Finita la tempura mise il piatto nella lavastoviglie sotto i fornelli, ma non l’accese.
Tornò in soggiorno e si sedette sul divano.

Haruki si era appena appisolato quando fu scosso da un rumore. Spalancò gli occhi e guardo l’orologio appeso alla parete. Le undici meno un quarto. Era tardi.
Aveva sonnecchiato solo per un paio di minuti, quasi senza volerlo e senza essersi neppure accorto di aver chiuso gli occhi. Sentì ancora quel rumore.
Proveniva dalla porta di casa. Un suono sordo, come se qualcuno stesse grattando con un bastoncino di metallo contro il legno della porta. Ad Haruki venne in mente il suono di un seghetto, uno di quelli che usava da piccolo per ritagliare forme e figure nel compensato, era un gioco che gli aveva regalato suo padre. Forse l’ultimo prima di scappare.
Haruki si alzò. Andò alla porta e guardò dallo spioncino ma il pianerottolo era sempre buio.
- Chi è là?
Haruki gridò quasi più per sovrastare il rumore che veniva dalla porta che non per sapere davvero chi si nascondeva nel buio. Si rese conto che non gliene importava neppure. E se fosse stata sua moglie? Miguci aveva le chiavi, non avrebbe di certo grattato in quel modo. O forse la bambina di prima? Tanto lì non c’era sua madre. Haruki pensò che la bambina doveva cercarla altrove la mamma.
Haruki tornò sul divano, si sedette e chiuse gli occhi, non ci volle molto che si addormentò.

Fu svegliato dal suono del telefono di casa. Sbadigliò. Ad Haruki sembrava di aver dormito per ore. Guardò l’orologio. Le undici. Era tardi. Con passo pensante raggiunse il telefono posato sul mobile del soggiorno e alzò la cornetta.
- Pronto?
Non riuscì a soffocare uno sbadiglio e la voce gli uscì distorta, deformata.
- Pronto?
Ripeté.
Una voce di donna uscì dall’altoparlante. Haruki non la riconobbe.
- Haruki?
- Si. Chi parla?
- Sono io.
- Io chi?
- Ma come chi? Miguci!
- Miguci? Ma chi è lei? Lei non è Miguci?
- Haruki non scherzare. Ti sei ricordato la bambina, vero? Sei andato a prenderla a scuola?
- Ma quale bambina? Chi è lei? Che cosa vuole da me?
- Haruki sono Miguci. Tua…
E la comunicazione si interruppe. Improvvisamente.
Haruki restò a fissare il ricevitore del telefono. Chi era quella donna? Aveva sbagliato numero? Di che bambina parlava? Gli venne in mente la bambina di prima. Che l’avesse chiamato sua madre? Ma cosa c’entrava lui con loro. Chi erano? E perché la donna aveva detto di essere sua? Sua che cosa?
Haruki si sedette al divano e accese il televisore. Fece un po’ di zapping passando da un canale all’altro senza fermarsi su nessuno neppure il tempo necessario a capire che cosa trasmetteva. Poi spense.
Prese il cellulare e compose il numero della moglie, della sua Miguci. Ancora spento. Guardò l’orologio. Le undici e un quarto. Era tardi.
Haruki si alzò dal divano. Andò in bagno e urinò lentamente. Sentì la vescica svuotarsi ed immaginò le birre che aveva bevuto ed il sakè che dopo avergli attraversato tutto il corpo ora gli fuoriuscivano dal foro sul pene. Osservò il getto di urina e quando ebbe finito tirò lo sciacquone. Si lavò le mani e tornò in soggiorno.
Haruki non sapeva cosa fare. Guardò l’orologio. Le undici e mezza. Era tardi. Miguci non aveva mai ritardato così tanto, solo una volta, un paio d’anni prima era rientrata dopo la mezzanotte. Haruki si ricordava che l’aspettava a casa per le sei. Era il periodo in cui lei non lavorava preferendo restare a casa a dedicarsi alle faccende domestiche. Era uscita nel pomeriggio per fare la spesa. Di solito rientrava per le sei, il tempo di preparare la cena e di sedersi a tavola.
Ma quella sera alle sei non tornò. Haruki si ricordava che l’aveva aspettata seduto in cucina, con la tavola imbandita. Aveva atteso le sette, le otto, le nove e ogni volta si diceva che avrebbe chiamato la polizia se Miguci non fosse rientrata di lì a cinque minuti. Ma non lo faceva mai. Diceva, altri cinque minuti. E i minuti si trasformavano in ore.
Miguci rientrò a mezzanotte e cinque minuti. Lui era ancora seduto a tavola. Haruki non disse nulla, non le chiese nulla. Lei da par suo non diede spiegazioni. Si tolse il leggero soprabito autunnale e se ne andò in bagno. Haruki sentiva l’acqua della doccia scorrere. Miguci restò sotto la doccia per più di mezz’ora come se avesse da lavar via tanto sporco. Uscì dal bagno e si sedette con Haruki in cucina. Non parlarono. Lei scaldò in un pentolino un po’ d’acqua calda e preparò due tè. Lo bevvero in silenzio fissando le tazze e se ne andarono a letto. S’addormentarono ognuno dal suo lato senza dirsi neppure buona notte. Haruki aveva molte domande che avrebbe voluto fare ma si rese conto che la paura delle risposte era più forte della curiosità e così se ne stette zitto. S’accorse che Miguci si era addormentata subito, lo capiva dal respiro leggero e ritmato. Chiuse gli occhi anche lui e si addormentò pensieroso.
Al mattino Haruki trovò Miguci in cucina, aveva già preparato la colazione e lo accolse con un caloroso buon giorno. L’episodio della sera prima era stato cancellato. Haruki si rese conto che non ne avevano mai parlato, l’avevano semplicemente rimosso.
Haruki questa volta però era certo, avrebbe chiamato la polizia e quando Miguci sarebbe tornata l’avrebbe martellata di domande. Si promise di chiamare la polizia, ma non subito si disse. Tra cinque minuti.
Haruki si alzò dal divano, nel farlo scorse l’orologio illuminato del display del videoregistratore, mezzanotte meno un quarto. Era tardi.
Andò alla finestra che dava sulla strada scostò il pesante tendaggio. Guardò fuori in cerca di passanti ma nessuna figura si muoveva sulla strada. Solo qualche rara macchina sfrecciava sull’asfalto nero. Alzò gli occhi e vide il palazzo di fronte. C’era sempre la solita finestra illuminata, tutte le altre restavano spente. Fissò nella stanza di fronte ma non vide nessuno. Poi all’improvviso gli parve di vedere qualcosa muoversi. Guardò meglio e finalmente riuscì a scorgerla. Era un ombra che faceva avanti e indietro nella stanza, verso la parete di sinistra. Haruki non riusciva a vedere chi fosse, la figura restava fuori dal suo campo visivo, ma ne vedeva l’ombra riflettersi sul pavimento fare avanti e indietro. Haruki notò che si muoveva in modo cadenzato, lento, con la stessa velocità, avanti e poi indietro. Restò a fissarla a lungo. Haruki si chiese se era la stessa che aveva visto in precedenza stagliarsi contro la finestra illuminata. Non poteva esserne certo ma avrebbe detto di no. Sembrava più piccola, come proiettata da un corpo più minuto. Fanciullesco, forse. Poi l’ombra si fermò, Haruki guardò a sinistra delle stanza ma non riuscì a vedere nulla. L’ombra parve ingigantirsi ed occupare tutta la stanza, la figura si stava muovendo. Si stava spostando verso il centro della stanza, e Haruki potè vederla. Era la bambina. La bambina che aveva suonato alla sua porta. Che avesse trovato finalmente sua madre? La bambina si fermò in mezzo alla stanza. Lo sguardo era rivolto davanti a sé, Haruki la vedeva di profilo. La bambina si volse e lo fissò. Haruki era lontano ma sentì su di sé lo sguardo autorevole e imperioso di quegli occhi. La bambina alzò lentamente il braccio nella sua direzione, allungò l’indice e Haruki fu certo che lo stesse indicando. La bambina rimase ferma così, un braccio molle penzoloni lungo la divisa scolastica e l’altro teso, il dito proteso ad indicare di fronte a sé. Haruki chiuse il tendaggio di scatto. Non voleva vederla. Chi era?
Guardò l’orologio, mezzanotte. Haruki pensò che era arrivato il giorno dopo. Si mise a riflettere sul fatto che in quel momento era cominciato il domani. Non era più nel giorno prima ma nel giorno dopo. Ed era bastato un attimo, un secondo prima era in un giorno, il secondo dopo in un altro giorno. Non aveva fatto nulla ma lo stesso domani era comunque arrivato, indipendentemente dalla sua volontà, senza neppure se ne accorgesse. Era successo, così, improvvisamente. Se anche avesse voluto impedirlo non avrebbe potuto far nulla per fermarlo, il giorno nuovo sarebbe arrivato in ogni caso. Haruki sorrise tra sé dell’assurdità di quel pensiero quindi spense le luci del soggiorno e se ne andò in camera da letto.

Stese il futon matrimoniale che la mattina aveva riordinato nell’armadio e si spogliò. Restò in mutande. Haruki pensò che doveva fare qualcosa, che forse si era dimenticato di qualcosa ma scacciò via quel pensiero con una scrollata di spalle e si coricò sul futon. Tirò la leggera coperta sulle spalle e si voltò sul lato destro. Chiuse gli occhi e cercò di addormentarsi.
La stanza era fredda e la coperta troppo leggera, Haruki si alzò e aprì l’anta scorrevole dell’armadio per prenderne una più pensate. Frugò fra i suoi vestiti e le varie coperte riposte con ordine sui ripiani, alla fine trovò quella che cercava.
Haruki stese la coperta pesante sopra quella più leggera e richiuse le ante dell’armadio.
Se ne andò in soggiorno. Si sedette sul divano e accese la televisione. Haruki era certo di essersi dimenticato di qualcosa. Fissava le immagini sullo schermo pensando che doveva fare con urgenza una cosa ma questa faccenda non gli veniva in mente. Passò in rassegna tutti gli impegni importanti della giornata. I compiti dei suoi alunni li aveva corretti, la bolletta del telefono che scadeva di lì a poco l’aveva pagata il giorno prima, la spesa l’aveva fatta, sua madre stava bene e non doveva portarla a fare qualche visita. Che cosa si stava dimenticando? C’era come una parte della sua vita che gli sembrava di aver smarrito. Ma cos’era?
Guardò l’orologio. Le dodici e un quarto. Era tardi, doveva andare a letto, la mattina dopo aveva la sveglia presto, aveva lezione la prima ora. Spense il televisore e se ne andò in camera.
Haruki s’infilo sotto le coperte sopra il morbido materasso del futon. Si voltò verso destra, chiuse gli occhi. S’addormentò in pochi minuti.



Logos


06\01\08

2 Comments:

Blogger Logos said...

Carissimi,
chi ha scritto "Era tardi" ha letto Ray Carver, Haruki Murakami e Arthur Schnitzler.
Questo racconto poteva chiamarsi anche "Autobiografia".

10:00 PM  
Anonymous Lettrice di Roma said...

Claustrofobico, inquietante...avvincente.

2:02 PM  

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