12 maggio 2008

Il cammino

Pensa a Phleba (6)
Phleba si incamminò nella distesa viola, ad ogni passo migliaia di lillà venivano calpestati, sterminati dalle suole rinforzate dei suoi stivali ma Phleba non se ne curò. Non vi era alcuna bellezza da preservare, nessuna estetica da salvaguardare. I lillà erano solo l’ennesima manifestazione demente di un’impossibilità che ostinatamente continuava ad esistere, a sopravvivere, a procrearsi ininterrottamente, a trionfare. Ogni passo era una sadica ribellione, un urlo sbattuto in faccia all’ontologia deformata del mondo e Phleba ne provava un sottile piacere, anacronistica testimonianza di un tendere a Dio, di confondersi con la sua onnipotenza.
Ad ogni passo pestava il suolo del pianeta con cattiveria di cui era solo in parte cosciente, una rabbia recondita che si sfogava spostando tutto il peso del suo corpo sulla pianta del piede, premendo. Distruggendo miriadi di lillà. Goccia in un mare viola inestinguibile.
Camminò per ore circondato solo e sempre dal viola glaciale dei lillà. Non volle regolare i bulbi oculari, lasciò che la percezione dei colori fosse quella naturale, senza alterazioni imposte. Viola era il mondo intorno a lui, viola ciò che voleva, doveva vedere. Nessuna facile scappatoia. La sua postumanità metallica gli avrebbe anche permesso di cancellare quell’orrendo colore dagli occhi ma avrebbe rischiato di fargli dimenticare anche per un solo momento l’abominio in cui era immerso. Nessuna consolazione. Solo la densa realtà dell’orrore.
Camminò per ore, la luce che si diffondeva dal cielo, pallida, sbiadita, fredda non mutò, nessun tramonto sembrava profilarsi all’orizzonte e tutto intorno a lui sembrava avvolto in una bolla di staticità. Di demente atemporalità. Solo i suoi passi, il mare viola dei lillà e niente altro. Era preparato. Era stato addestrato alla follia che avrebbe trovato, all’abominio in cui sarebbe stato immerso, sapeva come combatterlo, come affrontarlo.
Ma perché allora sentiva dentro di sé una strana pressione? Perché sentiva in lontananza, al confine fra la sua coscienza e l’oltre indefinito delle voci? Da dove venivano quelle risate? La follia… Phleba intuì per la prima volta che dentro la sua mente non era solo, e, forse, non lo era mai stato. Tentò di ascoltare le voci, non riuscì però a scorgere nulla di intelligibile, un brusio, un vago mormorare oltre la soglia della comprensibilità. Un bisbiglio fastidioso, un parlottare fra sé che sembrava nascondere dentro di sé, quasi che ne fosse stato imbevuto, un’emozione, una cattiva emozione. Un insano desiderio di morte, di distruzione, di annichilimento sanguinolento e crudele. Una preghiera alla distruzione di sé stessi, alla feroce devastazione della propria coscienza e di ogni senso recondito. Phleba ebbe paura. Paura di sé stesso, paura di cosa sarebbe diventato proseguendo il suo viaggio in quel mondo, paura di qualcosa ben peggiore della morte. Paura della carne che vive senza coscienza.
Intonò un canto. Un canto parco, scarno, una litania. Ritmi ancestrali nascosti dentro la sua coscienza di specie, in essi si perse, si annullò, dimenticò se stesso e le voci che da lontano parevano venire, continuò solo a camminare, immerso nei lillà, circondato dal viola, ignorando la follia che l’aveva accolto materna. La follia che non lo avrebbe abbandonato mai più.

Il viola finì all’improvviso, una linea netta, come una ferita perfetta, un solco inatteso. Phleba non fu sorpreso. Osservò i lillà terminare il loro dominio. Si chinò sul limitare della distesa e raccolse un fiore, uno degli ultimi fiori sul confine, un guardiano del limes. Lo guardò attentamente. Sapeva cosa vi avrebbe scorto ma lo stesso non potè non sentirne l’orrore, l’innaturale realtà. Il fiore esisteva a metà, separato, reciso di netto. Tutta la parte destra era stata cancellata, forse neppure mai esistita. Come se oltre ad un certo, preciso, puntiglioso punto alla marea viola dei lillà non fosse stato consentito di estendersi e persino il singolo fiore si era dovuto sottomettere a questa folle regola. Dio stesso si era preoccupato di non consentire al lillà che Phleba stringeva fra le dita di essere uno, di essere un semplice normale fiore e non un incompiuto nulla a ridosso di un confine ridicolo.
Phleba gettò via il fiore che si perse nel mare viola e avanzò. Non si voltò ad osservare la distesa dei lillà, non vide i fiori fremere, non li vide scuotersi, non si avvide del loro tendere in un famelico, animale, desiderio di possessione. Desiderio di morte.
Di fronte a Phleba ora solo un deserto rosso. Terra fine, essiccata, moribonda e rossa. Phleba conosceva quella zona. I satelliti di rivelazione geocentrica avevano raccolto innumerevoli fotografie del deserto rosso. Un enorme territorio che si estendeva per buona parte del pianeta. Un deserto roccioso colorato di un assurdo rosso. Non vi era acqua in quel luogo. Non vi era mai stato neppure il ricordo dell’acqua su quel pianeta morto, solo rosso, solo rocce rosse e polvere rossa e sabbia rossa, e delirio rosso.
Phleba attivò una funzione della tuta di protezione e regolò la traspirazione con l’esterno. Da quel momento ogni goccia di liquido trasudata da Phleba sarebbe stata raccolta, depurata e rimessa in circolo. Un meccanismo quasi perfetto di totale recupero delle sostanze organiche. Sudore, urine, lacrime, saliva, tutto era destinato ad essere rimesso in circolo. Il degrado della percentuale di potabilità dei liquami organici depurati era così basso che Phleba avrebbe potuto sopravvivere per anni senza altre fonti d’acqua. Organismo semibiologico perfetto e autosufficiente, essere esiliato dal suo stesso ambiente, solitaria creatura alla deriva nell’inconcepibile assurdo.Il viaggio di Phleba proseguì.

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1 Comments:

Anonymous Laura said...

Oh mamma!!
Remember Phlebas!!...
L'ho citato anche all'inizio del mio Waterman, ricordi?
Carissimo, ho riaperto il Cerchio. E ho lasciato un regalino per te!

L.

4:32 PM  

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