04 dicembre 2008

Muta invocazione d’aiuto

Rami di Verdi Lame (11)
Il monaco sputò l’ultimo grumo di bile e con il dorso della mano tentò di pulirsi dai filamenti di bava e succhi gastrici. Lo avevano preparato. Dopo tanti cicli seduto all’interno del cubo-merci, al buio, al silenzio innaturale di pareti vischiose e molli il suo corpo non avrebbe retto alla luce del sole, all’aria iperossigenata e alla sensazione di poter camminare di nuovo. Il suo stesso corpo si sarebbe ribellato come se non avesse potuto più fare a meno della prigione perfetta in cui era stato confinato per lunghi cicli.
A carponi il monaco lasciò che le lacrime di dolore colassero a terra insieme alla massa acida che aveva appena vomitato. La sofferenza per le contrazioni gastroenteriche del suo intestino era violenta, uno spasmo continuo e incessante. Osservò la pozza sul prato, bile, saliva, lacrime e vomito. Era il suo personale battesimo al pianeta. Quel mondo ora era eletto ai suoi liquami, secrezioni sacre sulla superficie ignota di una terra periferica.
Lentamente si alzò, le gambe ancora malferme e gli occhi sovraesposti alla luce del gigante bianco nel cielo. Si guardò in giro. Non vide nessuno. Si stupì di essere solo nella radura. Se li aspettava. Tutti intorno. Armati con la migliore tecnologia persuasiva, pronti ad ogni azione pur di fermarlo. Dove erano gli emissari dell’Impero? I cani dell’Imperatore?
Fu sfiorato dalla speranza che qualcosa fosse successo in quei lunghi otto cicli segregato nel cubo-merci; che l’Impero fosse caduto e tutto l’universo nelle mani del Priore e dell’Ordine? No. Sapeva che non era possibile. Impero, Ordine e Gilda erano facce di uno stesso prisma. La rovina di una delle facce avrebbe portato alla distruzione delle altre. Alla distruzione dello stesso universo.
Perché non erano nella radura ad attenderlo?
Si voltò e fissò l’interno del cubo-merci, la sua mefitica casa per lunghi cicli standard. Era stato allenato ed educato al rispetto, all’obbedienza più cieca verso gli ordini impartiti. La volontà del Priore era la sua volontà. Sarebbe morto, si sarebbe dato immediatamente la morte se solo il Priore l’avesse chiesto. Anche per gioco. La sua educazione era salda ma aveva orrore del cubo-merci. Era il suo carnefice ed ora voleva solo fuggir via, abbandonarlo. Ma non poteva.
A piccoli passi, insicuri e claudicanti, il monaco rientrò nel cubo-merci e vi rimase nascosto per lunghi momenti.
Nell’aria un leggero fischio sibilava ovunque.
Il monaco uscì di nuovo dal cubo-merci portando con sé un piccolo zaino. Tra le mani stringeva un apparecchio. La forma ergonomica per adattarsi perfettamente al palmo della sua mano, bianco, intonso. In alto un piccolo bottone. Il monaco lo premette e il leggero fischio nell’aria si spense improvvisamente.
Disattivato il meccanismo di difesa sonora il monaco mise l’interruttore in una tasca dello zaino e lentamente fece alcuni passi verso il centro della radura. Dopo pochi metri si chinò e sfiorò il terreno muschioso con le dita e si ricordò che sul suo pianeta natale il muschio si era estinto secoli prima. Inutili gli sforzi per salvarlo.
Il monaco fu tentato di gettarsi a terra e rotolarsi sulla superficie verde, profumata e umida. Fu tentato di farlo ma si trattenne. Sapeva che l’effetto stordimento del fischio di difesa del cubo-merci poteva durare anche molto ma solitamente non andava oltre 1\10.000 cicli standard. Anche se non vedeva nessuno era pericoloso restare in quel luogo con il cubo-merci. Era un bersaglio troppo evidente. Ne era certo, era successo qualcosa d’imprevisto ma di sicuro gli stavano dando la caccia. Sentì quasi il rumore del cani infuriati, come ad una caccia alla selvaggina. Si ricordò della sua missione. Delle parole del Priore Tiresia, il Cieco. Non perse altro tempo a fantasticare.
Estrasse dalla borsa un libro. La pelle conciata come da secoli non si faceva più. Il monaco lo tenne stretto come il più grande segreto e si allontanò dal cubo-merci senza mai voltarsi. La foresta lo accolse come se fosse un figlio tornato dopo un lungo viaggio.
Intanto la vendicatrice se ne restava inerte ed inebetita a fissare il cielo in alto sognando voci che non udiva. Il sibilo era cessato nel momento stesso in cui il monaco aveva premuto il bottone ma la donna non se ne era neppure accorta. Le sinapsi ancora alterate dal suono, nessun pensiero cosciente. Solo una muta invocazione d’aiuto.

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1 Comments:

Anonymous zoon said...

grazie delle tue belle parole :)

attendo la tua ermeneutica...

11:12 AM  

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