L’immondo servo dell’Impero
Rami di Verdi Lame (20)
Il villaggio era silenzioso, solo un leggero fruscio, lo scuotersi delle sottili foglie verdi mosse da un vento nascosto che da nessuna direzione pareva arrivare. Le capanne deserte, abbandonate. Fatiscenti. Le assi incrinate disegnavano architetture bizzarre, caoticamente inutili. Casupole impossibili di esseri misteriosi.
Gli stretti sentieri erano sparsi di detriti, foglie e melma fangosa. Il muschio aveva invaso ogni luogo dipingendo ogni anfratto del suo verde autunnale. La foresta si riprendeva ciò che le era proprio. Ciò che le era stato strappato. Temporaneamente.
Ogni cosa era immobile, in attesa, come sul bordo di una fenditura. Sull’abisso.
A centro del villaggio la donna osservava l’uomo. Era vestito di una lunga tunica scura, nera o forse marrone. Portava una leggera giubba più chiara come a volersi riparare dal freddo che lì mai sarebbe arrivato. I capelli erano lunghi, sporchi, la barba incolta ricadeva morbida sul petto. Era emaciato. Insanamente magro.
Se ne stava fuori dalla capanna di preghiera, uno zaino a tracolla e la stava aspettando. La cacciatrice lo sapeva. L’uomo l’aveva scorta scendere l’alto albero sul quale si era rifugiata, guardinga ad osservare. Aveva voluto che lui la vedesse, che si rendesse conto del potere della foresta. Che la temesse, lei che era la creatura degli alberi. L’emanazione vivente dello spirito della foresta.
L’uomo non si era scomposto.
Se ne stava lì, immobile, curioso, ad osservarla. Placido.
La donna annusò l’aria e non sentì l’odore della paura. Chiunque fosse l’essere di fronte a lei non la temeva. Lo guardò negli occhi e vi vide solo un infinito rispetto e una luce nascosta. Profonda. Una luce che aveva sperato di scorgere.
Lui si mosse. Lentamente. Posò a terra lo zaino e fece un passo verso di lei alzando docilmente le mani.
L’eretica lo osservò senza muoversi e lui fece un altro passo. Un rituale improvvisato di pace. Di diplomazia.
Pochi passi li separavano. Fu un gioco di movenze. Come due belve feroci, l’uomo e la donna si studiarono pronti a scattare con tutta la cieca furia di cui erano capaci. Un errore, un gesto avventato, brusco, improvviso. Sarebbe bastato quello per avventarsi l’uno sull’altra. E uccidersi. Sia l’uomo che la donna ne erano consapevoli. Lei ne era certa. L’avrebbe ammazzato. Ucciso e smembrato nonostante quella luce in fondo agli occhi, nonostante le lacrime di rabbia che lui prima aveva versato all’interno della capanna di preghiera.
Ma l’uomo non fece nulla di pericoloso. Piano, passo dopo passo, le si avvicinò, quasi volesse donarsi a lei. Darsi a lei nel nome della foresta. Del suo eterno silenzio.
Si fermò a un passo da lei. I loro respiri si sfioravano e lei senti l’alito di lui.
A quella distanza nessuno dei due poteva difendersi. Ogni attacco sarebbe stato mortale, ma anche ogni risposta lo sarebbe stata. Il colpo dell’uno e il colpo dell’altra. La morte di entrambi.
Si stavano fidando. Si sorprese. Lei che era la cacciatrice, l’eretica, l’unica assassina della sua gente, ora era lì, indifesa, davanti ad un uomo sconosciuto. Cosa stava facendo, si chiese. Non poteva, non doveva fidarsi. Ma nonostante le parole restò dov’era ed continuò a fissare l’uomo. Sino a che lui parlò. Ma lei non capì ciò che andava dicendo.
- Sei una del popolo della foresta? Dov’è la gente di questo villaggio?
L’eretica rispose chiedendo il nome dello sconosciuto. La voce le uscì stranamente roca, cupa. Si rese conto che erano passate tanto tempo dall’ultima volta che aveva parlato. Da allora solo il suo rabbioso mutismo e le urla di gioia nel vedere le torri cadere, nel sentire il caldo del sangue degli imperiali sulle mani.
L’uomo si voltò e indicò la piccola capanna di preghiera. Altri suoni sconosciuti. La lingua dell’uomo era musicale, scorreva lieve e soffusa. Come un canto.
- Che cosa era quel luogo? Sento un’aurea forte. Sento le preghiere.
La donna disse il nome del vecchio sciamano che ogni giorno nella stretta capanna di propiziava gli dei della foresta con le sue monotone litanie. Là, seduto sul piccolo tappeto di preghiera, colorato e consunto. A fatica trattenne le lacrime che giacevano nella sua memoria ferita. Umiliata.
Aiutandosi con i gesti l’eretica tentò di spiegare all’uomo la sua lotta contro le alte torri bianche; mimò crolli, squarci, sangue e morte. Negli occhi dell’uomo non leggeva nulla, se non attenzione, assoluta attenzione.
Raccontò con le mani la venuta dell’Impero, la discesa delle navi. Narrò lo sterminio del suo popolo, la sua eretica vendetta. La sua scelta per la morte. Morte per morte.
Ampi gesti di un teatrante muto che annunciava l’orrore.
L’uomo dalla tunica lunga rimase in silenzio ad ascoltarla. Osservò ogni gesto come se si fosse trattato di un condiviso linguaggio del corpo. Un ermetico alfabeto conosciuto solo da muti iniziati.
Lei finì il suo racconto non detto e l’uomo dapprima non disse nulla. Poi chinò il capo in un gesto di infinito sconforto. Compassione e tristezza. E disse una sola parola. L’unica parola che la donna conosceva. Un nome.
- Jabash.
E lei alzò gli occhi al cielo coperto dalla foglie verdi, sottili ed affilate come lame. E urlò. Urlò sino a che la voce non le morì in gola, esausta.
Jabash. L’uomo che aveva ucciso tutto il suo popolo. Jabash lo sciacallo. Lo sterminatore. L’immondo servo dell’Impero. Il vile.
Fissò negli occhi l’uomo e il suo sguardo mostrò tutto l’odio di cui era intrisa.
Jabash.
Gli stretti sentieri erano sparsi di detriti, foglie e melma fangosa. Il muschio aveva invaso ogni luogo dipingendo ogni anfratto del suo verde autunnale. La foresta si riprendeva ciò che le era proprio. Ciò che le era stato strappato. Temporaneamente.
Ogni cosa era immobile, in attesa, come sul bordo di una fenditura. Sull’abisso.
A centro del villaggio la donna osservava l’uomo. Era vestito di una lunga tunica scura, nera o forse marrone. Portava una leggera giubba più chiara come a volersi riparare dal freddo che lì mai sarebbe arrivato. I capelli erano lunghi, sporchi, la barba incolta ricadeva morbida sul petto. Era emaciato. Insanamente magro.
Se ne stava fuori dalla capanna di preghiera, uno zaino a tracolla e la stava aspettando. La cacciatrice lo sapeva. L’uomo l’aveva scorta scendere l’alto albero sul quale si era rifugiata, guardinga ad osservare. Aveva voluto che lui la vedesse, che si rendesse conto del potere della foresta. Che la temesse, lei che era la creatura degli alberi. L’emanazione vivente dello spirito della foresta.
L’uomo non si era scomposto.
Se ne stava lì, immobile, curioso, ad osservarla. Placido.
La donna annusò l’aria e non sentì l’odore della paura. Chiunque fosse l’essere di fronte a lei non la temeva. Lo guardò negli occhi e vi vide solo un infinito rispetto e una luce nascosta. Profonda. Una luce che aveva sperato di scorgere.
Lui si mosse. Lentamente. Posò a terra lo zaino e fece un passo verso di lei alzando docilmente le mani.
L’eretica lo osservò senza muoversi e lui fece un altro passo. Un rituale improvvisato di pace. Di diplomazia.
Pochi passi li separavano. Fu un gioco di movenze. Come due belve feroci, l’uomo e la donna si studiarono pronti a scattare con tutta la cieca furia di cui erano capaci. Un errore, un gesto avventato, brusco, improvviso. Sarebbe bastato quello per avventarsi l’uno sull’altra. E uccidersi. Sia l’uomo che la donna ne erano consapevoli. Lei ne era certa. L’avrebbe ammazzato. Ucciso e smembrato nonostante quella luce in fondo agli occhi, nonostante le lacrime di rabbia che lui prima aveva versato all’interno della capanna di preghiera.
Ma l’uomo non fece nulla di pericoloso. Piano, passo dopo passo, le si avvicinò, quasi volesse donarsi a lei. Darsi a lei nel nome della foresta. Del suo eterno silenzio.
Si fermò a un passo da lei. I loro respiri si sfioravano e lei senti l’alito di lui.
A quella distanza nessuno dei due poteva difendersi. Ogni attacco sarebbe stato mortale, ma anche ogni risposta lo sarebbe stata. Il colpo dell’uno e il colpo dell’altra. La morte di entrambi.
Si stavano fidando. Si sorprese. Lei che era la cacciatrice, l’eretica, l’unica assassina della sua gente, ora era lì, indifesa, davanti ad un uomo sconosciuto. Cosa stava facendo, si chiese. Non poteva, non doveva fidarsi. Ma nonostante le parole restò dov’era ed continuò a fissare l’uomo. Sino a che lui parlò. Ma lei non capì ciò che andava dicendo.
- Sei una del popolo della foresta? Dov’è la gente di questo villaggio?
L’eretica rispose chiedendo il nome dello sconosciuto. La voce le uscì stranamente roca, cupa. Si rese conto che erano passate tanto tempo dall’ultima volta che aveva parlato. Da allora solo il suo rabbioso mutismo e le urla di gioia nel vedere le torri cadere, nel sentire il caldo del sangue degli imperiali sulle mani.
L’uomo si voltò e indicò la piccola capanna di preghiera. Altri suoni sconosciuti. La lingua dell’uomo era musicale, scorreva lieve e soffusa. Come un canto.
- Che cosa era quel luogo? Sento un’aurea forte. Sento le preghiere.
La donna disse il nome del vecchio sciamano che ogni giorno nella stretta capanna di propiziava gli dei della foresta con le sue monotone litanie. Là, seduto sul piccolo tappeto di preghiera, colorato e consunto. A fatica trattenne le lacrime che giacevano nella sua memoria ferita. Umiliata.
Aiutandosi con i gesti l’eretica tentò di spiegare all’uomo la sua lotta contro le alte torri bianche; mimò crolli, squarci, sangue e morte. Negli occhi dell’uomo non leggeva nulla, se non attenzione, assoluta attenzione.
Raccontò con le mani la venuta dell’Impero, la discesa delle navi. Narrò lo sterminio del suo popolo, la sua eretica vendetta. La sua scelta per la morte. Morte per morte.
Ampi gesti di un teatrante muto che annunciava l’orrore.
L’uomo dalla tunica lunga rimase in silenzio ad ascoltarla. Osservò ogni gesto come se si fosse trattato di un condiviso linguaggio del corpo. Un ermetico alfabeto conosciuto solo da muti iniziati.
Lei finì il suo racconto non detto e l’uomo dapprima non disse nulla. Poi chinò il capo in un gesto di infinito sconforto. Compassione e tristezza. E disse una sola parola. L’unica parola che la donna conosceva. Un nome.
- Jabash.
E lei alzò gli occhi al cielo coperto dalla foglie verdi, sottili ed affilate come lame. E urlò. Urlò sino a che la voce non le morì in gola, esausta.
Jabash. L’uomo che aveva ucciso tutto il suo popolo. Jabash lo sciacallo. Lo sterminatore. L’immondo servo dell’Impero. Il vile.
Fissò negli occhi l’uomo e il suo sguardo mostrò tutto l’odio di cui era intrisa.
Jabash.
Etichette: Rami di Verdi Lame
0 Comments:
Posta un commento
<< Home